(MyMovies)

Interno di una sala cinematografica, lunedì 28 settembre, ore 19:30, minuto più minuto meno. Si è appena conclusa la proiezione del documentario NAZA, vincitore del Premio Speciale della Giuria alla 83ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor. Nel leggere i titoli di coda mi accorgo di avere gli occhi inumiditi da lacrime che sembrano non voler scendere, mentre avverto un forte senso di oppressione intorno al petto, fra un senso di rabbia impotente e un intenso battito emozionale. In mente si staglia nitido il significato di NAZA, l’acronimo impiegato dai servizi segreti israeliani, ovvero Nezek Agavi, “danno collaterale”.

Una mera espressione di comodo per indicare i civili uccisi durante gli attacchi aerei a danno degli edifici individuati dai droni, o assalendo la popolazione inerme, spesso sparando senza esitazione su chiunque oltrepassi la fila di persone in coda per la distribuzione del cibo, ma anche una sorta di identificazione non poi così dissimile da un numero di riconoscimento tatuato sul braccio. È quanto avviene in una città a soli 60 km da Tel Aviv: Gaza. Con un lavoro durato tre anni, gli autori hanno inteso offrire corporeità cinematografica a quelle rivelazioni pubblicate quasi subito dopo gli accadimenti del 7 ottobre 2023 e proseguite negli anni successivi, da The Guardian (fra i produttori del documentario) con la collaborazione di +972 Magazine e Local Call.

La scelta registica è di far parlare quanti abbiano intercettato le telefonate, manovrato i droni guidati dall’AI dal comodo delle basi militari, partecipato agli assalti armati e sorvegliato le comunicazioni: 24 persone, tra membri dell’intelligence e dell’esercito israeliano, intervistate di notte sul tetto di un palazzo di Tel Aviv, garantendo loro l’anonimato e alterandone digitalmente aspetto e voce. Nel corso degli 80 minuti di narrazione si offre così la sensazione crescente di un orrore che si insinua come una metastasi all’interno della quotidianità, perpetrato “in obbedienza agli ordini” quando non nella convinzione di dare adito a una sorta di motivazione suprema o di concedere sfogo a una belluina aggressività, come se si fosse all’interno di un videogioco, nella consapevolezza — lo esterna uno degli intervistati — di aver messo in atto un genocidio.

Quindi siamo di fronte a qualcosa di calcolato, organizzato secondo quanto può offrire la moderna tecnologia, espletato sulla base del semplice sospetto, abbattendo interi edifici e sterminando numerose famiglie sulla base di una neutra programmaticità: Lavender è il sistema di AI che consente di elencare una serie di bersagli, con una percentuale del 15% riguardo al verificarsi di “danni collaterali”; il termine Homeland indica invece la procedura delle intercettazioni telefoniche, ulteriormente denominata Where’s Daddy, perché, ascoltando le telefonate tra familiari, ci si può assicurare quando rientrerà a casa l’individuo sospettato.

Rispetto a quanto già riportato sulle pagine dei citati giornali, assumono quindi valenza anche gli inquietanti silenzi, le risposte a volte imbarazzate e gli schemi tattici esemplificati su un taccuino, che trovano sollecitazione dalle domande rivolte — domande che potrebbero riassumersi in un unico, macroscopico interrogativo: dopo i tanti, troppi, genocidi che hanno caratterizzato la storia, recente e non, tra cui, viene citata nel corso della narrazione, la Shoah, com’è ancora possibile che si dimentichi di vedere nel prossimo, “l’altro da sé”, la valorizzazione di una diversità fondante?

Il tutto sotto l’egida di governanti meschini, “sepolcri imbiancati” che tiranneggiano “modernamente”, veicolando il pensiero unico con fare subdolo e mellifluo, incapaci di andare oltre uno squallido egotismo, considerando il mondo come un’utile colonia da asservire alla propria materialità, non certo nella sua universalità diversificante di persone in quanto tali, nel pieno godimento di ogni diritto e nel conseguente esercizio dei relativi doveri.

Gli autori, quindi, riprendendo quanto scritto nel corso dell’articolo, intendono rivelare più che accusare, provando a porre l’accento su una necessaria responsabilizzazione di quanto è accaduto e che sta tuttora accadendo, contrapponendo la descrizione della “normalità” del terrore istituzionale alla consueta ritualità della città di Tel Aviv: gli stacchi nel montaggio dall’inquadratura fissa ci mostrano il brulicare di auto incolonnate, mentre quanti sono già rientrati a casa si godono la cena, gli agi familiari, il confortante riposo tra divano, letto e televisore, restituendoci, nel finale, la contrapposizione tra la descritta tranquillità rituale e quel che invece succede a Gaza.

Le incursioni dell’esercito israeliano, le voragini che hanno preso il posto delle strade, i palazzi divelti, un uomo sconvolto dal dolore che urla in prossimità delle macerie di quella che una volta era la sua abitazione i nomi dei familiari inghiottiti dai detriti, sotto i quali vediamo mani e piedi appartenenti a corpi ormai senza vita. Mi incammino verso l’uscita e rifletto su come definire quanto appena visto, considerando la cornice, tutt’altro che splendida, del lugubre periodo storico in cui ci troviamo a vivere: un’opera assolutamente necessaria, la cui urgenza si palesa, insieme all’impeto di impegno civile propriamente detto, nel dare una scossa alle tante coscienze assopite, con le azioni umane volte a un facile ridimensionamento della solidarietà, quest’ultima espressa cliccando un like o una “faccina” esprimente differenti emozionalità.

La realtà irrompe sullo schermo, definendo la tetra immagine di un “deserto delle anime”, generato da quella immane barbarie che conduce a un’evidente sconfitta, mentre sulle fumanti macerie di un’umanità perduta si staglia, nitido e incontrovertibile, un agghiacciante silenzio quale unica risposta alla domanda “perché?”. E intanto, dalle cronache accomodanti dei vari telegiornali o dalle diatribe dei cosiddetti programmi di approfondimento, si levano bestemmie che lacerano l’anima: “definisci bambino”, “definire genocidio…”, mentre dagli alti scranni politicanti senza scrupoli proclamano la pace, beninteso quella di fare ciò che gli pare, citando e parafrasando i versi di Paolo Pietrangeli (Contessa, 1966).

NAZA dà dunque adito alla necessità di lottare perché venga preservata la dignità espressa da ogni essere umano in nome di un’immedesimazione salvifica, che superi la tragica visione di un mondo dove, considerando come la terza guerra sia in atto da tempo, alimentata da un sovranismo sempre più marcato e da un arido tecnicismo al soldo del potere economico, la quarta, citando Einstein, sarà combattuta a colpi di pietra.

Immagine di copertina: Movieplayer

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