Per quanti intendano trascorrere la notte di Halloween in compagnia di un buon film horror, piuttosto atipico nella sua struttura basilare di dramma investigativo, ma connotato da un felice impatto visivo, inteso a offrire un senso di inquietudine più che di paura propriamente detta, credo che Wolfen. La belva immortale possa costituire una valida scelta. Certamente lo è per quanti, come lo scrivente, amano il cosiddetto “orrore suggerito”, nel cui ambito allusioni e ambiguità predominano su sangue e violenza, suscitando un senso di angoscia strisciante, primordiale. Da non dimenticare, poi, lo spazio offerto alla critica sociale, dall’aridità di un progresso privo di connotazione umana alla perdita del rapporto originario con madre natura.

Diretto da Michael Wadleigh, anche autore della sceneggiatura insieme a David M. Eyre Jr. nell’adattare l’omonimo romanzo di Whitley Strieber, Wolfen uscì in sala nel 1981, l’anno che segnò il ritorno dei mutaforma sul grande schermo con Un lupo mannaro americano a Londra (An American Werewolf in London) di John Landis e L’ululato (The Howling) di Joe Dante. Puntando l’uno sul grottesco e su un sottile umorismo, l’altro su un’ironia graffiante, definiscono entrambi in scena un’atmosfera terrificante, grazie anche all’innovazione comune della trasformazione a vista, con il magistrale lavoro sul trucco opera, rispettivamente, di Rick Baker e Rob Bottin.

L’opera di Wadleigh invece, quasi sempre passata in secondo piano rispetto alle citate pellicole, si muove in una direzione completamente diversa: destruttura il mito del licantropo e dà vita a qualcosa di unico, a partire dal ricorso all’in-camera effect, un effetto speciale simile alla tecnica della termografia, utilizzato per rappresentare il punto di vista di un lupo, il suo sguardo, ma anche il suo udito, nei riguardi della realtà che lo circonda. Quello che credo possa definirsi un teso apologo sul regresso sociale, soprattutto morale, prende il via lungo le vie del South Bronx, a New York, un quartiere squassato dal degrado, tra edifici abbattuti e altri dismessi e cadenti, che potrebbe essere oggetto di una profonda opera di riqualificazione urbana.

È il caso del progetto illustrato dal tycoon Christopher Van der Veer (Max M. Brown), che però sarà oggetto, insieme alla moglie Pauline (Anne Marie Pohtamo) e all’autista, di un feroce attentato: i loro corpi saranno rinvenuti smembrati e dilaniati. Il caso viene affidato al detective Dewey Wilson (Albert Finney), richiamato in servizio dopo i trascorsi legati a problemi familiari e all’alcolismo. Una volta che il poliziotto sarà affiancato dalla psicologa criminale Rebecca Neff (Diane Venora), i due andranno a escludere l’ipotesi della matrice politica o della presenza di un serial killer: sulla base dei risultati autoptici, anche di identici delitti seguenti al primo, si tratterebbe dell’assalto ad opera di un animale predatore…

Albert Finney, Diane Venora

Wolfen vede l’intero arco narrativo fondarsi su un’aura straniante e surreale, esaltata dalla plumbea fotografia (Gerry Fisher) e dall’insinuante commento sonoro (James Horner) nel rendere la soggettiva delle belve che osservano quanto accade nel loro territorio e nel momento degli attacchi. Nel corso della visione mi ha sempre affascinato il legame tra il protagonista e l’ambiente in cui si trova a operare, come in un classico noir d’ambientazione metropolitana: il detective ben reso da Finney (in un primo tempo si era pensato a Dustin Hoffman), dall’aria sfatta e disillusa, dallo sguardo ora rassegnato, ora inquieto, sembra farsi tutt’uno con quella scenografia naturale (solo la chiesa fu oggetto di costruzione aggiunta) offerta da un Bronx devastato, destinato a scomparire soffocato dal peso della speculazione edilizia, della povertà e dell’indifferenza.

Nella ponderatezza, a tratti forse eccessiva, del ritmo, resta comunque affascinante, man mano che l’indagine avanza, come l’orrore trasmuti la propria materialità nel permeare di elementi mitologici e spirituali, allineando il destino dei lupi, antichi predatori, a quello dei Nativi americani. Entrambi, soppressi o confinati in riserve dall’avanzare di una discutibile civiltà, reclamano la riappropriazione di quello spazio vitale che è stato loro tolto con violenze e sopraffazioni: un territorio permeato da un equilibrio perfetto, nella ciclicità naturale di vita e morte.

Edward James Olmos

Se nel romanzo d’origine i Wolfen rappresentano la successiva tappa nell’evoluzione dei lupi, dotati di un’intelligenza quasi umana, nel film la loro presenza assume una dimensione spirituale: si insinua allora il dubbio — e qui il mio pensiero si allinea a quanto espresso dal critico Roger Ebert — se i lupi siano delle divinità, materializzazione delle anime degli antichi Nativi, o se siano i loro discendenti, lavoranti su ponti e grattacieli, a mutare forma. D’altronde non vediamo mai una loro trasformazione, ma solo una mimica lupesca inscenata dal giovane Eddie (Edward James Olmos), a uso e consumo di Wilson.

Il finale credo rappresenti qualcosa di felicemente suggestivo e compiuto, con la resa degli umani al prevalere della ferinità primordiale (indimenticabile lo sguardo tra il capobranco dei lupi e Wilson), che porterà alla riappropriazione dello spazio vitale all’interno della foresta urbana, rivendicando il diritto di imprimervi la cadenza originaria nello scorrere del tempo. Un film, quindi, che congiunge classicità e innovazione nel riportare il senso misterico del non visibile all’interno del consueto incedere quotidiano; un’opera che merita di essere annoverata tra i cult dell’horror, per la sua tensione narrativa in crescendo, pur a prezzo di un ritmo dilatato, la meravigliosa resa in soggettiva dello sguardo ferino e l’indubbia capacità di servirsi del genere per affrontare tematiche sempre attuali.

Se ad Halloween avrete voglia di andare oltre le classiche proposte per godere visivamente di una storia densamente stratificata e capace di suscitare emozioni e riflessioni anche dopo lo scorrere dei titoli di coda, provate allora — spassionato consiglio del vostro amichevole cinefilo di quartiere — a ricercare questo piccolo grande film dei mai dimenticati, anche cinematograficamente, anni ‘80.

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