Apro l’articolo dedicato al ricordo del regista cinematografico Tinto Brass, che ci ha lasciato oggi, mercoledì 4 novembre, scrivendo che della sua produzione ho amato soprattutto i titoli legati agli esordi, fermandomi negli apprezzamenti al 1983, anno di uscita de La chiave. Libero adattamento di un romanzo di Tanizaki Jun᾽ichirō, il film ha dato vita a un filone erotico sempre più ripetitivo, connotato da uno spirito voyeuristico inteso a far coincidere lo sguardo dell’autore con quello degli spettatori. Uno stile mai propriamente sovversivo o libero da schemi e sovrastrutture come quello espresso in passate realizzazioni.
Queste infatti, non certo a caso, subirono la gogna degli interventi censori, in nome dell’irriverente libertà espressa fotogramma dopo fotogramma: manifesta ribellione, anche tramite la spontaneità ludica dell’atto sessuale, contro il perbenismo d’accatto della “buona società borghese”. Fortunatamente, anche nelle pellicole messe in scena dagli anni ’80 in poi rimase per buona parte intatta una certa attenzione estetica alla resa delle immagini, probabilmente influenzata, come riportano varie fonti, dall’opera del nonno, il pittore Italico Brass.
Nato come Giovanni Brass a Milano nel 1933 (il nome Tinto sarebbe una diminuzione di Tintoretto, pittore prediletto dalla nonna), una volta conseguita la laurea in Giurisprudenza, il futuro cineasta si trasferì a Parigi nel 1957, dove diede sfogo alla sua passione per il cinema, collaborando con la Cinémathèque française fino a inserirsi nel movimento della Nouvelle vague. Dopo aver lavorato come assistente di Joris Ivens e Roberto Rossellini, Brass debuttò alla regia nel 1963 con In capo al mondo. Un’opera che si rese espressione di uno spirito libertario e trasgressivo nel mettere a nudo le crisi valoriali che iniziavano a interessare il nostro paese avviato verso la ripresa economica, travolto da subitaneo e improvviso benessere, sempre più omologato e omologante.
Già questo suo primo lavoro andò ad attirare gli attacchi della censura, che impose a Brass una serie di tagli che lui però si rifiutò di eseguire, andando invece semplicemente a cambiare il titolo in Chi lavora è perduto, facendosi così beffe del moralismo dei benpensanti. Seguì a questo debutto, un anno dopo, il documentario Ça ira ‒ Il fiume della rivolta, caratterizzato da un suggestivo lavoro di montaggio (opera di Brass, come in tutti i suoi film): la messa in scena di tutta una serie di sequenze, senza alcun filtro, relative a varie rivoluzioni ed eventi bellici del ’900. Fu la volta poi di due episodi (L’uccellino e L’automobile) del film collettivo La mia signora, diretto insieme a Mauro Bolognini (I miei cari; Luciana) e Luigi Comencini (Eritrea), caratterizzati da un umorismo nero e da un sarcasmo graffiante.
Proseguì nel genere della commedia con il satirico e forse troppo spesso dimenticato Il disco volante, dove l’Albertone nazionale si prodigò nell’interpretare quattro personaggi. Le incursioni nei vari generi videro Brass adoperarsi anche nel western, con Yankee (1965), dallo stile fortemente fumettistico, come lo stesso regista ebbe a dichiarare in un’intervista: “In questo film io ricerco uno stile che sia… di fumetto, una narrazione a fumetto, fatta attraverso dei tagli particolari, attraverso una scomposizione del racconto proprio tipica del fumetto americano” (fonte Wikipedia). Lo spirito pop degli anni ’60 attraversa poi la narrazione de Il cuore in gola, 1967, liberamente ispirato al romanzo Il sepolcro di carta di Sergio Donati, per il quale Brass si avvalse della consulenza grafica di Guido Crepax.
Un titolo che fa parte del gruppo di film girati a Londra dal regista nel suo periodo britannico, seguito da Nerosubianco (1969) e Dropout (1970), anch’essi ricchi di riferimenti alla pop-art e al fumetto. L’impeto anarcoide proprio dell’autore, ma anche dell’epoca, trovò poi esaltazione ne L’urlo, datato 1968 ma uscito sugli schermi italiani solo nel 1974, sempre per interventi censori, così come appare convincente il tema della follia quale inedita forma di libertà sociale espresso ne La vacanza (1971), con Franco Nero e Vanessa Redgrave. L’inventiva stravagante e libertaria delle origini andò poi a interessare quelle opere dove l’erotismo, almeno inizialmente, costituiva una particolare forma di critica sociale, una spinta propulsiva a liberarsi da conformismi e imposizioni.
Ecco allora due pellicole a fondo storico, Salon Kitty (1976) e Caligola (1979), che videro Brass adoperarsi contro i tagli imposti dalla censura, non riconoscendosi autore. Pellicole che, ad avviso dello scrivente, pur nella presenza del citato estro autoriale, si ricordano in particolare per il descritto talento figurativo piuttosto che per un erotismo mai propriamente spontaneo e volutamente morboso. Da La chiave in poi, riprendendo in chiusura quanto scritto a inizio articolo, Brass andò a fossilizzarsi in film dal sicuro impatto presso il pubblico ma non certo caratterizzati da quella felice spinta creativa degli esordi e degli anni immediatamente successivi, in nome di un erotismo standardizzato, fintamente travestito da emancipazione femminile e libertà sessuale in genere.
Ed è a quelle realizzazioni iniziali che occorre dunque fare riferimento per ricordare la genuina estrosità di un autentico spirito libero, capace di attraversare i generi e conferire loro un’autorialità lontana da schemi, convenzioni o compromessi, al pari della società immaginata.






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