
Titolo di chiusura, fuori concorso, della 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Dio ride vede alla regia Giovanni Veronesi, autore della sceneggiatura insieme a Nicola Baldoni, Gianluca Bernardini e Nicola Deorsola, con la collaborazione di Paolo Portone e Jean Jacques Ilunga. Il film rappresenta magnificamente quella vitalità insita nel nostro cinema – oggi a volte più potenziale che concreta – capace di allestire un’opera popolare nel senso più nobile del termine: una realizzazione in grado di intrattenere, far sorridere e, al contempo, far riflettere profondamente. Combinando gli stilemi della commedia e del dramma storico, la pellicola lancia un monito diretto e sincero sulle storture del potere costituito (qualunque sia la sua matrice, civile o religiosa) e sulla protervia con cui esso soffoca qualsiasi forma di libera espressione volta a distogliere lo sguardo dai disegni orchestrati dagli alti scranni per assicurarsi sottomissione e obbedienza.
Il film esalta poi, in virtù della figura del buon fraticello Leopoldo da Casamacchia – interpretato da uno straordinario Pierfrancesco Favino ad altissima resa immedesimativa –, l’idea della coerenza intesa come scudo protettivo per resistere a ogni forma di prevaricazione, sia fisica sia morale. La narrazione prende il via nel 1652 all’interno di un convento a Scheggino, in Umbria. La peste ha preso il sopravvento e i monatti appiccano il fuoco purificatore tra frati morenti e altri in fuga. Fra questi c’è Frate Leopoldo, che porta sulle spalle l’anziano e malmesso priore (Paolo Rossi), il quale morirà lungo la strada verso la Toscana. Qui il nostro troverà ospitalità in un nuovo convento, non prima di aver superato le diffidenze esternate dal priore Fra Monaldo (Maurizio Lombardi), storpio e sfigurato in viso, a causa, a suo dire, di un assalto del Demonio.
A Leopoldo viene così concesso di alloggiare nella stalla, insieme agli asini. Girovagando nei dintorni e venendo a contatto con gli umili abitanti del posto, per lo più lavoratori delle terre di proprietà del signorotto Cosimo Del Debbio (Lorenzo Frediani), Leopoldo manifesta un approccio al Vangelo che ne rispecchia l’etimologia originaria di “lieto annunzio”. Pur essendo analfabeta, racconta gli episodi salienti – dalla nascita di Yehoshua ai suoi miracoli – come una storiella divertente, esprimendosi in dialetto anziché nel latinorum ecclesiastico. In tal modo ne eviscera l’essenzialità confortante, trovando presto un buon numero di seguaci.
Tra questi c’è Isabella (Alma Noce), moglie di Cosimo Del Debbio, che lo invita a parlare ai piccoli orfani di un pio istituto. Questo modo così diretto di approcciarsi alle Scritture risulta però inviso al sacerdote locale, che non esita a rivolgersi all’Inquisizione accusando il frate di eresia e di legami demoniaci. Messo al corrente il Santo Padre (Carlo Cecchi), viene inviato sul posto il cardinale Vincenzo Maculani (Silvio Orlando), che avrà il suo bel da fare con un uomo che dichiara fermamente: “Io non rido di Dio, io rido con Dio”. Coadiuvato dalla fotografia di Maurizio Calvesi, che esalta pittoricamente la luminosità naturale degli splendidi paesaggi toscani, Veronesi insegue spesso i protagonisti con la macchina a mano.
Il regista si affida, più che in passate realizzazioni, alla forza intrinseca delle immagini e alla bontà recitativa degli interpreti, sia principali sia secondari. Viene così messa in scena la contrapposizione fra due modi opposti di considerare l’Entità Suprema. Da un lato, Leopoldo vede un Dio capace di rendersi umano per andare incontro alla disperazione di chi combatte giornalmente contro la miseria materiale o morale. Emblematica, in tal senso, è la figura di Aita Palmina (Giselda Volodi), internata nell’Asilo dei Lunatici solo per essere stata una donna libera in ogni atto della sua vita, in nome di una malvista autodeterminazione.
Al Dio di Leopoldo, che conforta col sorriso in guisa di abbraccio misericordioso, si contrappone quello costruito a tavolino da una Chiesa che ha permeato il messaggio cristiano di note sinistre, lordandolo con il senso del peccato e con il ricatto della sofferenza come necessaria espiazione. Se il carpentiere di Nazareth si esprimeva in parabole per far comprendere “agli umili e ai semplici” la bontà innovatrice della dottrina predicata e la possibilità di instaurare un regno dei cieli sulla Terra, gli eredi di scribi e farisei (“sepolcri imbiancati”) si celano dietro una lingua dotta. Così facendo, oscurano l’immediatezza e la bellezza delle parole evangeliche che esaltano la casualità dell’esistenza e l’affidamento a un Dio padre che non pretende sacrificio, bensì misericordia: “Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena”; e ancora: “Il mio Dio è il Dio dei vivi, non dei morti”.
D’altra parte, lo stesso cardinale Maculani – felicemente reso da un Silvio Orlando misurato e realistico nel tratteggiare l’obbedienza gerarchica e la tentazione di cedere alla predicazione “alternativa” – si rifugia in una raccolta di fiabe per inscenare con la fantasia un mondo parallelo, al riparo dalle brutalità necessarie a difendere i dogmi acquisiti, suggellando il tutto con l’autocertificazione di agire nel nome di Dio. “Il mio Dio non è come il vostro… voi avete la testa piena di me**a”, dirà Leopoldo nella fase finale del processo. Il frate è piagato ma non piegato dalle torture subite per costringerlo all’abiura: biascicante nel parlato e strascicante nel cammino, mantiene la mente sgombra da ogni tentativo di imposizione.
Va incontro al proprio destino con la fierezza dell’uomo libero, confidando in quell’Essere Supremo che non può fare a meno di ridere, tra compassione e mestizia, di fronte a tutti gli assalti costrittivi che l’umanità nel corso dei secoli è riuscita a impiantare, divenendo nemica di sé stessa. Volendo trovare dei difetti, qualcuno potrebbe notare qua e là più di un’incongruenza o infedeltà storica, oppure una caratterizzazione di alcuni personaggi – in primo luogo la nobile Isabella – chiaramente modellata per guardare alla realtà odierna. La sensazione personale, tuttavia, è che l’intento di Veronesi fosse proprio questo: evidenziare come l’immaginazione di un mondo diverso (se non migliore) e la coerenza nel supportare il proprio credo esistenziale possano condurre a una visione di rinnovata umanità.
Un messaggio potente, specie se paragonato alla tracotanza del potere odierno, espresso ovunque tramite una gestione tecnicistica e capitalistica della società. Resistere per fare la differenza, “in direzione ostinata e contraria”, per citare il poeta, affrontando le fiamme del pensiero omologante.





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