L’uomo nell’ombra

untitledL’uomo nell’ombra è il (brutto) titolo italiano dell’ultimo film di Roman Polanski, The Ghost Writer in originale, tratto dall’omonimo romanzo di Richard Harris, autore della sceneggiatura insieme al regista, frutto delle sue memorie come “scrittore fantasma” di Tony Blair, all’epoca in cui rivestiva la carica di primo ministro britannico.

Il termine citato, da noi si usa dire “negro”, indica quegli scrittori che lavorano per conto terzi, personaggi politici, uomini di spettacolo, scrivendone “vita, morte e miracoli”, omettendo o edulcorando i particolari più imbarazzanti, dando linfa vitale a quelli più edificanti: è quanto fa il protagonista interpretato da Ewan McGregor (emblematicamente, non ne sapremo mai il nome), che viene spinto dal suo agente ad accettare l’incarico di collaborare con Adam Lang (Pierce Brosnan), primo ministro britannico ritiratosi dalla vita politica, ambiguamente compassato, e che vive ormai in una sorta di villa-bunker su un’isola, sulla costa orientale degli Stati Uniti, alla stesura delle sue memorie.

Lo scrittore precedentemente assunto, è morto annegato in circostanze misteriose, suicidio, forse; il “fantasma”, uomo senza particolari ideali e attratto dal facile guadagno, da Londra giunge quindi sull’isola, accolto da Amelia Bly (Kim Cattrall), valente segretaria (e qualcosa di più) e da Ruth (Olivia Williams), la moglie di Lang, fredda e scostante. Qualche giorno dopo il suo arrivo esplode uno scandalo: Lang viene citato davanti alla Corte Internazionale di Giustizia, accusato di avere aiutato la Cia facilitando il rapimento di alcuni terroristi islamici e sottoponendoli a torture; occupando la stanza del suo predecessore, per puro caso, il “negro” farà una scoperta destinata a cambiare radicalmente il corso degli eventi …

Questa la trama, volutamente succinta per non svelare alcunché dei vari indizi centellinati a poco a poco nel corso della narrazione, sino ad arrivare al bellissimo finale, di un film che, vincitore dell’Orso d’argento per la miglior regia al 60° Festival di Berlino, rappresenta il ritorno del regista al thriller e alle atmosfere cupe e claustrofobiche a lui care: debitore in parte alla sua stessa filmografia (Frantic, L’inquilino del terzo piano) ed in parte ad Hitchcock, per la suspence ben calibrata ed il tema dell’uomo qualunque che si trova coinvolto, suo malgrado, in vicende più grandi di lui (L’uomo che sapeva troppo, Intrigo Internazionale), Polanski fa cinema allo stato puro, una costruzione lineare, che pur con un ritmo iniziale un po’ lento, e qualche incongruenza sparsa qua e là, man mano ti attanaglia e ti avvolge in un clima di cospirazione e di complotto, dove tutti hanno i loro bravi scheletri nell’armadio e, contemporaneamente, una verità e qualcosa da nascondere.

Perfetta poi la direzione degli attori, tutti bravi, dai protagonisti ai comprimari (in un piccolo ruolo compare Eli Wallach), anche se tra McGregor e Brosnan ad eccellere è sicuramente Olivia Williams, brivido freddo ad alto tasso erotico; giocando con gli elementi naturali, l’isola innanzitutto, il “non luogo” per eccellenza, alleggerendo di tanto in tanto la storia con un umorismo puramente british, ci conduce poi dove lui vuole, cioè dentro la visione di un mondo angosciante, in cui il potere politico e le sue oscure trame diventano parte integrante del vivere quotidiano, alimentando ansie ed insicurezze: la verità potrà essere scoperta, ma non verrà mai rivelata.


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