Prince of Persia-Le sabbie del tempo

sqeczEnnesima trasposizione sul grande schermo di un videogame, in buona parte riuscita, Prince of Persia- Le sabbie del Tempo, si è rivelato, pur con alcuni difetti, una piacevole sorpresa:mi ero infatti accinto alla visione del film un po’ prevenuto, con vari dubbi alimentati dalla produzione Jerry Bruckheimer-Disney che mi avevano fatto paventare la solita operazione franchising, volta a clonare con un nuovo personaggio la saga dei Pirati dei Caraibi avviata con La maledizione della prima luna.

Il plot narrativo elaborato da Boaz Yakin, Doug Miro e Carlo Bernard, basandosi sul personaggio del principe Dastan, l’eroe digitale creato nell’ ’89 da Jordan Mechner, si presenta ben scritto ed avvincente:verte, nelle sue linee essenziali, per non rivelare i vari colpi di scena, sulle gesta del citato principe, interpretato da Jake Gyllenhaall, figlio adottivo del re Sharaman (Ronald Pickup), che nella Persia di tanto tempo fa, si trova suo malgrado coinvolto con i suoi fratelli e lo zio Nizam (Ben Kingsley) nell’assalto alla città santa di Alamut, dove si sussurra si fabbrichino armi; entrato in possesso di un misterioso pugnale, una volta sottomessa la città verrà invischiato in oscuri giochi di potere, accusato dell’omicidio del padre e costretto ad allearsi con la principessa Tamina (Gemma Arterton), lottando insieme per la vittoria della verità dopo numerose avventure, scoprendo l’incredibile potere del citato pugnale…

Rutilante giocattolo dagli effetti speciali digitali non particolarmente invasivi, computerizza gli splendidi scenari naturali del Marocco, oltre che certo cinema d’avventura proprio della Hollywood del tempo che fu, enfatizzando ed attualizzando l’afflato fiabesco da “mille e una notte”, sottolineato dall’iniziale voce fuori campo che dà il via al film con il classico incipit “c’era una volta…”.
Sono infatti presenti tutti gli elementi propri del film di genere, dall’eroe per caso, di umili origini, cuore nobile e puro, refrattario alle regole, le insidie del male che si insinuano e si fanno spazio tra gli intrighi di famiglia, l’amore nascente tra battibecchi e scaramucce, con non banali riferimenti all’attualità, vedi l’assalto preventivo alla città di Alamut scatenato dal passaparola delle spie, ed una godibile spettacolarità, con scene appassionanti (una per tutte, l’assalto al palazzo con scalata agevolata da frecce scagliate in tempo reale) e divertenti (lo “struzzodromo”).

Ben in parte il protagonista Gyllenhaal, fisico giusto e simpaticamente sbruffone, con una buona dose di ironia ed autoironia, degno erede di Fairbanks e Flynn, e gustosa l’interpretazione da villain di Kingsley, mentre la Anterton è un po’ troppo “bella senz’anima”.Unica nota stonata mi è parsa la regia dell’inglese Mike Newell, eccessiva, inutilmente roboante e pretenziosa in più di un’occasione, non a suo agio nelle scene d’azione, dalla spesso confusa resa visiva e prodiga nella dilatazione dei tempi, che comunque non toglie nulla alla validità complessiva dell’operazione, una sorta di prova di come potrebbe essere un film d’avventura volto tanto ad accontentare le nuove generazioni che a non scontentare le vecchie, traendo dalle produzioni passate quel tocco di leggiadra inconsistenza che ne accentuava il tono favolistico, coinvolgendo lo spettatore nel classico gioco, puramente cinematografico, del farsi trascinare dalla consapevolezza della finzione.


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