Straniamenti 2010:106 Metamorfosi

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La mostra
Ha preso il via martedì 3 agosto a Roccella Jonica, presso l’ex Convento dei Minimi, per concludersi sabato 7, presso il carcere vecchio di Gioiosa Jonica, la IV edizione della rassegna di Teatro ed Arti Visive Straniamenti 2010: 106 Metamorfosi, diretta da Gabriella Maiolo e Adelaide Di Nunzio, con l’organizzazione di Fabio Macagnino, la produzione dell’associazione culturale Straniamenti e il patrocinio della Provincia di Reggio Calabria (Assessorato alla Formazione professionale -Sport- Politiche sociali e Consigliera di Parità) e dei Comuni di Roccella Jonica e Gioiosa Jonica.

Quest’anno la kermesse ha puntato lo sguardo sul nostro territorio e le sue contraddizioni, partendo, attraverso varie forme d’arte, dalla lettura del particolare per arrivare all’universale, al cuore dell’intera umanità: il titolo 106 Metamorfosi esprime la voglia di cambiamento, di trasformazione che si scontra aspramente con ataviche abitudini elevate a codici comportamentali, o di regole spacciate per codici culturali, collegandosi significativamente al numero di quella strada statale, sempre sospesa tra sviluppo e tragedia dietro l’angolo, che attraversa il territorio Locrideo, le sue piazze, le case lasciate a metà, così come altre imponenti costruzioni, o resti di antiche vestigia greco-romane preda dell’incuria.

L’arte, il teatro, intervenendo sull’originaria destinazione d’uso di queste località, attuano una decontestualizzazione, attribuendogli la funzione di luogo artistico, scenografia e cornice per performance teatrali o spazi espositivi. La mostra fotografica collettiva, curata da Adelaide Di Nunzio (Napoli), all’interno dell’ex convento, ha visto coinvolti artisti come la stessa Di Nunzio, nel visualizzare alcuni aspetti della costa Jonica, trasformando, provocatoriamente, luoghi degradati in punti di attrazione turistica, Maurizio Esposito (Napoli) nel raccontare il proprio “giardino di gesso” fermo nel ricordo ma trasformato dalla natura invadente che copre e scopre gli oggetti e la vita del passato, Pietro Motisi (Palermo) e la sua città, con uno sguardo sulla quarta parete che separa la scenografia degradata di alcune zone, Vincenzo Pagliuca (Caserta) addentrarsi nelle stanze di un manicomio femminile abbandonato, dove i luoghi diventano pitture surreali, Filippo Romano (Milano) mostrare una Statale 106 assolata, ricca di dettagli, giochi di volumi e colori, le cui forme si scagliano nel cielo chiaro e abbagliante, tipico del Sud Italia; esposte inoltre l’installazione Sorpassati di Pietro Naso (il Nord che va avanti per la sua strada, il Sud a dare la precedenza) l’opera Installazione/scultura di Francesco Misuraca (il pilastro, simbolo sia di nuovo, costruzione, che di vecchio, abbandono, qui rappresenta l’anima umana bloccata dall’agire criminale, impossibilitata a cercare la propria dignità), la perfomance installazione di Walter Carnì e i Video art di Salvatore Manzì, Non c’è trucco, non c’è inganno e di Graziano Russo, Mentre il paesaggio, dicono è così bello (i segnali stradali crivellati da colpi di pistola, mai sostituiti, perenne simbolo di rassegnazione, sono stati “riparati” e dipinti di bianco, facendogli così perdere anche la loro funzione originaria).

Inoltre un’esposizione fotografica, sempre della Di Nunzio, promossa dalla Numen Gallery di Benevento, sullo Zar, danza antica che parte dalla Nigeria, attraversa i paesi arabi e si trasforma in Italia in pizzica; infine i writers Cyop &Kaf hanno realizzato un barcone-murales presso il Porto delle Grazie di Roccella Jonica in memoria degli sbarchi degli immigrati, un’opera-simbolo che rimarrà esposta in forma di monumento.

Gli spettacoli
Nella sezione Teatro e Arti Visive, curata da Gabriella Maiolo, si è potuto assistere a notevoli rappresentazioni: l’esibizione degli Scialaruga (Fabio Macagnino, voce e chitarra; Francesco Loccisano, chitarra battente; Antonio Moscato, contrabbasso; Vincenzo Oppedisano, chitarra elettrica; Raffaele Pizzonia, batteria; Vanessa Macagnino tamburello; Francesco Nicita, tastiere e fisarmonica), un travolgente concerto in cui hanno proposto sia brani già conosciuti che inediti, in vista dell’imminente uscita del loro cd di cui Straniamenti è co-produttore, facendo risaltare la grande capacità di coniugare la tradizione della canzone calabrese con moderne sonorità, alternando poetiche ballate dal tono disteso e romantico ad altre canzoni dal testo e dal suono più aggressivo, vertenti su temi di attualità, affrontando anche la realtà problematica della nostra regione, non senza un tocco d’ironia; Homish. Andata e Ritorno, performance di video danza ideata, coreografata e messa in scena da Martina Coppeto: il viaggio di una donna, a contatto diretto con Madre Terra, alla scoperta del proprio essere ancestrale e primordiale, avanti e indietro nel tempo, tra varie trasformazioni, sino ad una fastidiosa modernità fatta di rumore, indifferenza, scarsa interazione con la natura, cui reagisce con nervosismo, disperazione e paura, come suggeriscono i passi di danza tesi e nervosi, adeguandosi con rassegnazione; L’altra faccia della luna, monologo per voce umana e strumento di e con Rachele Ammendola, musiche originali di C. Coglitore eseguite dal vivo da Domenico Ammendola: l’attrice, in scena con metà volto nascosto, ha dato vita ad un monologo a forti tinte, in italiano e in dialetto, sarcastico e grottesco, presentandosi come “l’altra faccia della Calabria”, che, come quella della luna, c’è ma non si vede. Noi stessi non vogliamo vedere, come le famose “tre scimmiette”, visto che attentati, collusioni ‘ndrine-politica, le “nobili” tradizioni del rispetto e dell’onore, il nostro stesso agire quotidiano che fa da spinta propulsiva all’illegalità e ai soprusi, passano nell’indifferenza. Die Küche (La Cucina):performance danzante di Rossella Cancello: una donna in cucina, tra una tazza di caffè ed una sigaretta, la giornata che vola via nella ritualità dei gesti quotidiani, la rassegnazione e la consapevolezza della propria solitudine; Lou, studio sulla mala vita (Pierfrancesco Pisani, in collaborazione con E45 Napoli Fringe festival, Straniamenti, compagnia Deidemoni, Infinito srl), regia di Simone Luglio, coprotagonista con Lucia Cammalleri: tra il surreale e l’onirico, è stata messa in scena la “mala-vita”, il mal di vivere che attanaglia ognuno di noi, impedendoci di cogliere in pieno le occasioni che la vita ci offre, persi tra lavoro e famiglia, senza il coraggio di lasciarci andare veramente.

La chitarra elettrica di Salvo Seminatore ha fatto da contrappunto nei momenti cruciali della rappresentazione. Gran finale con Laura C (Residui Teatro), regia di Gregorio Amicuzi, anche interprete insieme a Pasquale Marino e Ignazio Abbatepaolo. Liberamente tratto da Aspettando Godot di Beckett, la vicenda si svolge a Saline Joniche, sulla spiaggia antistante il tratto di mare dove la nave mercantile Laura C colò a picco nel’41, insieme al suo carico di alimenti, vestiario, armi ed un notevole quantitativo di tritolo destinato alle truppe nazifasciste in Africa settentrionale; la magistratura nel tempo diffuse la notizia che quel tritolo fosse stato adoperato dalla criminalità organizzata per vari attentati (la strage di Capaci), ma senza mai fornire certezze: i due protagonisti, simboli di due diverse Calabrie, una ormai rassegnata e certa dell’impossibilità di cambiare le cose, l’altra ancora fiduciosa, arriveranno entrambi alla conclusione che la trasformazione sarà solo apparente e non interiore, perché il sistema non riuscirà a rinnegare se stesso: la verità potrà essere conosciuta, ma mai rivelata.

Presso il carcere vecchio di Gioiosa Jonica proiezione del corto di Alberto Gatto Fuori tempo massimo ( tra gli interpreti Lele Nucera, Rosa Pianeta, Daniela Fazzolari, Salvatore Striano) ha concluso con forte simbolismo il tema della trasformazione proprio della rassegna, visto il suo efficace incentrarsi sull’esperienza della reclusione:il protagonista consapevole della pena da espiare, ma capace di guardare oltre quelle sbarre che sembrano isolarlo dal mondo, grazie al progetto di realizzare un libro di fiabe per bambini, scritto proprio dai carcerati, un modo per sentirsi vicino al figlio che non credeva di avere e per spingere i compagni di cella verso la positività e l’ottimismo.


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