Che bella giornata

48148Dopo il clamoroso successo di Cado dalle nubi, suo debutto sul grande schermo in seguito ai trascorsi cabarettistici- televisivi ( Zelig), Checco Zalone, Luca Medici all’anagrafe, torna al cinema con Che bella giornata, già record d’incassi in pochi giorni di programmazione, espressione della recente tendenza del pubblico di gradire un intrattenimento leggero ma non volgare, capace comunque di illustrare elementi riconoscibili della nostra realtà, pur se volti al grottesco o in stile “buffetto sulla guancia”.

Grande merito, segnale di un certo acume e rispetto per gli spettatori, è di non aver dato un seguito al plot narrativo precedente, ma di ripartire da zero, da un accurato lavoro di sceneggiatura, con tanto di voce narrante fuori campo, dando il giusto risalto anche ai personaggi secondari, della quale sono autori Zalone e il regista Gennaro Nunziante; quest’ultimo, già autore del citato esordio, riesce a conferire alla sua seconda opera una certa fluidità, alternando con accortezza primi piani e riprese d’insieme.

Checco, pugliese trapiantato in Brianza, addetto alla sicurezza di una discoteca, tenta per la terza volta di entrare nell’Arma dei Carabinieri, ma viene respinto al colloquio dall’ irreprensibile colonnello Mazzini (Ivano Marescotti). Grazie ad una raccomandazione presso il vescovo di Milano (Tullio Solenghi), riesce però a trovare impiego come guardia privata presso il Duomo, finendo, dopo una serie di disastri, a vigilare sull’integrità della Madonnina, la quale è stata intanto presa di mira da due fratelli magrebini, Farah (Nabiha Akkari) e Sufien (Mehdi Mahdloo), che progettano di farla saltare in aria. Per Farah circuire Checco, animo semplice ed ignoranza cosmica, fingendosi studentessa di architettura, dovrebbe essere una facile impresa…

Anche se rispetto a Cado dalle nubi si perde un po’ di freschezza ed estemporaneità in nome di una costruzione più studiata, Zalone può tranquillamente, anche se non definitivamente, essere considerato una nuova, riuscita, maschera del cinema nostrano, ben lontano, grazie a felicità e genialità d’intuizione, dai soliti comici d’estrazione televisiva, spesso rivelatosi una bolla di sapone o, nel migliore dei casi, una veloce meteora nel passaggio sul grande schermo; la sua comicità di situazione, apparentemente elementare, giocata spesso su ben studiate storpiature o errori grammaticali, mai fini a sé stessi, che trova i suoi antecedenti più nobili nell’avanspettacolo, va dritta al bersaglio, senza mediazioni intellettualistiche o pseudo tali, riuscendo a satireggiare, mettendoli semplicemente in evidenza e sbeffeggiandoli inneggiandoli a stile di vita (“Tu studi?”, rivolto alla ragazza magrebina, “Ecco, qui non serve a un cazzo”), sui nostri malcostumi e atavici vizi, dalla classica raccomandazione in poi, sino ad arrivare all’opportunismo più bieco (il padre di Checco, un efficace Rocco Papaleo, militare in missione umanitaria in Afghanistan, “giusto il tempo di finire di pagare il mutuo della casa”), passando per la manifesta mancanza di qualsivoglia cultura (“Certo che l’Islam è un grande stato…”).

In sostanza, siamo passati, o tempora, o mores !, dalla “medietà” dell’uomo sordiano alla mediocrità zeloniana, l’individuo conscio della sua ignoranza e che non se ne cura, affrontando la vita con disinvoltura ed estremo candore, facendo sì che siano le varie situazioni ad adattarsi al suo modus operandi e non il contrario, lasciando che le cose vadano come vogliono andare, cioè quasi sempre in suo favore, nonostante tutto e malgrado sé stesso e i suoi limiti; oltre all’ indiscusso protagonista, autore anche delle surreali canzoni che compongono la colonna sonora, al citato Papaleo e alla bella e brava Akkari, risaltano Solenghi, che mette ben in evidenza il contrasto tra “ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio”, Marescotti, capace di dar vita a delle riuscite gag negli scontri con Checco in stile Clouseau/Dreyfuss ed un bel cameo di Caparezza.


2 risposte a "Che bella giornata"

    1. Credo che prima o poi dovrò cedere al “canto delle sirene” ed iscrivermi anche io al famoso “social network”, almeno fino a quando non ne troverò uno che abbia “asociale” nella sua denominazione…

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