Il ladro

12344556Recentemente premiato al Calabria Film Festival, Il ladro, cortometraggio scritto e diretto dal giovane regista sidernese Vincenzo Caricari, produzione Asimmetrici Film, è un’ opera che riesce in egual misura a sorprendere e commuovere, avendo come punto di forza il saper conferire una felice visualizzazione alle modalità narrative prescelte, nella loro estrema linearità ed essenzialità, con uno stile registico improntato ad un forte realismo dal piglio efficacemente documentaristico (il film è girato in bianco nero, ottima al riguardo la fotografia di Bernardo Migliaccio Spina, autore anche del valido montaggio): è un vero e proprio pedinamento quello messo in atto dal regista, come avveniva, volendo andare indietro nel tempo e a titolo di puro esempio, con il cinema Neorealista di Zavattini e De Sica, nel seguire ogni momento della vita quotidiana del protagonista (Riccardo Fazzolari), uno spacciatore che si occupa di rifornire di cocaina i vari pusher del territorio, i quali lo mettono in guardia, considerando la sua volontà di abbandonare l’organizzazione criminale alle cui dipendenze lavora.

Il regista segue quindi il personaggio nei suoi vari spostamenti, a piedi o in treno, gli sta letteralmente addosso con la macchina a mano, girando insieme a lui per le strade e i vari quartieri propri dei paesi del territorio Locrideo, spesso resi squallidi da una costante incuria, tra le ormai tristemente famose costruzioni incompiute, stazioni ferroviarie fatiscenti e in disuso, centri commerciali che si ergono come cattedrali nel deserto, sottolineando con primissimi piani l’imperturbabilità del giovane spacciatore nel compiere quello che in fondo è il suo mestiere, fornire “roba” ed essere pagato per la sua prestazione, creando, grazie a minimi movimenti di macchina, una forte simbiosi con l’ambiente circostante, a simboleggiare una sorta di cerchio concentrico nel quale si è intrappolati senza alcuna possibilità d’uscita, se non quella “di mettersi in proprio”, unica chance di rivalsa e d’autodeterminazione insieme, almeno nella visione del protagonista.

La mancanza di una via di fuga è poi evidenziata dalla ripetitività e passività dei vari gesti, ormai automatizzati, di routine (come sottolinea la musica che si sente in sottofondo provenire da una radio costantemente sintonizzata sulla stessa frequenza), bruscamente interrotti dalla richiesta della madre di badare al fratellino, visti i suoi impegni e quelli della sorella: il bambino lo seguirà, ma ad un certo punto sparirà improvvisamente, insinuando nel ragazzo il timore e l’angoscia che possa essere stato rapito dai membri della suddetta organizzazione criminale per cui lavora, fino a quando non lo ritroverà seduto sulla spiaggia, intento a guardare il mare.

Nella scena finale, con il solo rumore dei marosi che si infrangono sulla battigia, i toni più crudi e pessimisti si stemperano, in egual misura, tra la pura poesia ed un anelito di speranza, per quanto minimo: un confronto silente tra il ragazzo cresciuto troppo presto ed il bambino ancora tale, forte di una primigenia innocenza, due facce della stessa medaglia, ciò che si è stati ed ora non si è più, e probabilmente non si potrà più essere, e ciò che ora si è e forse si potrà ancora essere, conservando purezza e disincanto come uniche armi per sconfiggere una realtà che ci vuole sempre più sopraffatti e succubi, a sprofondare supinamente nelle sabbie del deserto dell’anima, senza reazione o significato alcuno che non sia la mera sopravvivenza.
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dfggVincenzo Caricari (foto) nasce a Siderno (RC) nel 1982; dopo il diploma, 2002, al Liceo scientifico di Locri, si iscrive al corso di laurea in Arti e Scienze dello Spettacolo presso l’università “La Sapienza” di Roma. Nel 2009 ha dato vita, insieme ai due registi conterranei Alberto Gatto (del quale è stato assistente alla regia per il corto Il colore del tempo, 2008) e Bernardo Migliaccio Spina, a LocrideCinema, struttura-contenitore di varie realtà produttive, volta ad esplorare e raccontare quella Calabria trascurata dai media o narrata in via superficiale attraverso i soliti luoghi comuni.

Tema emergente delle sue opere (i primi cortometraggi, Strade, 2005, La spiaggia, Cotrà, entrambi del 2006, tutti girati nella Locride, incentrati sulla vita quotidiana dei ragazzi calabresi), e in particolare nel documentario GGGiovani-ragazzi di Locri, visualizzante la ribellione dei giovani studenti in seguito all’omicidio di Franco Fortugno, vicepresidente del Consiglio Regionale della Calabria (in concorso al Taranto Film Festival e al Festival Libero Bizzarri di San Benedetto del Tronto), è in primo luogo la volontà di sfondare il muro del silenzio, densa nebbia volta a coprire ogni cosa, con il giovane cineasta capace di far scaturire semplicemente attraverso le immagini tutta la rabbia, l’indignazione, il sentirsi bloccati a qualsivoglia reazione, senza compiacimento alcuno, con uno stile asciutto, sobrio, teso a rappresentare una calabresità sempre sospesa tra atavica rassegnazione e voglia di riscatto, con quest’ultimo che, pur se a tratti, sembra essere prevalente.

Ciò risalta ancora di più ne La guerra di Mario, prodotto dalla Asimmetrici Video e Aba Film, che ha partecipato a vari festival dedicati al documentario (Un film per la pace 2010, Udine, Documenta Film Festival-Festival Nazionale del Film Documento, terza edizione, Sezze, Lt), vincendo il primo premio nella Sezione Informazione della II edizione del Lampedusainfestival, festival delle migrazioni e del recupero della storia orale, docu-film che ripercorre i tre anni di lotta di Mario Congiusta, padre di Gianluca, giovane imprenditore ucciso a Siderno nel maggio 2005, per ottenere giustizia e verità, non solo per il figlio, ma anche per i tanti, troppi, casi di omicidi irrisolti, in odor di ‘ndrangheta o comunque frutto di un’illegalità diffusa.

Il percorso intrapreso da Vincenzo assume quindi un aspetto socio-antropologico, dalla forte valenza anche a fine didattici (collabora infatti dal 2008 a diversi progetti PON in varie scuole della Locride), che sta trovando sbocco nella realizzazione di alcuni documentari, come quello su Riace, la sua politica d’accoglienza riguardo gli immigrati, denominato La terra dei Bronzi, tra le opere selezionate per il conferimento del David di Donatello.


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