L’esperimento del dottor K. (The Fly, 1958)

45Montreal, Canada, stabilimenti della Delambre Freres Electronics: il guardiano, insospettito dal rumore dei macchinari in piena notte, entra nella fabbrica e si trova dinnanzi ad una scena raccapricciante, la pressa idraulica è intrisa di sangue ed un corpo ormai senza vita vi giace accanto, mentre Helene Delambre (Patricia Owens), moglie dello scienziato Andrè (Al Hedison) fugge via. Poco dopo, è proprio la donna a telefonare al cognato Francois (Vincent Price), confessandogli di aver ucciso il marito. Sopraggiunta la polizia per gli accertamenti del caso, Helene confermerà sia a Francois che all’ispettore Charas (Herbert Marshall) il brutale omicidio, senza fornire alcun movente, ma dietro la parvenza di un gesto folle si nasconde un terribile segreto, legato ad un esperimento scientifico di Andrè …

Sulla base di una valida sceneggiatura, opera di James Clavell, da un racconto di George Langelaan, il poliedrico regista di origine germanica Kurt Neumann (morì poco prima della proiezione ufficiale del film), dirige con solido mestiere, un occhio rivolto all’Espressionismo tedesco e l’altro al gotico di Edgar Allan Poe, una pellicola che, per quanto possa apparire ingenua agli occhi degli scafati spettatori odierni, in particolare nella visualizzazione degli effetti speciali, vista ed inquadrata nell’ottica dell’epoca di realizzazione appare invece estremamente innovativa e lungimirante nel suo tragico simbolismo, rappresentando una delle prime confluenze tra horror e fantascienza, dalla raffinata costruzione, vedi la bella fotografia in Cinemascope (Karl Struss), pur non superando i confini propri di un classico b-movie.

The Fly, infatti, presenta l’incipit di un classico giallo, un delitto e il presunto colpevole, prosegue con tale struttura per la prima mezz’ora circa, confluendo nel tipico noir anni ’40, con tanto di flashback esplicativo, il quale ci riporterà nell’ambito di una normalità quotidiana e casalinga, dove l’orrore si insinuerà gradualmente nella sua drammaticità: viene raffigurato, nel confronto marito- moglie e nei dubbi esternati da quest’ultima, il timore angosciante di una scienza invasiva e distruttiva nel suo spingersi sin troppo velocemente oltre determinati limiti del conoscibile, mentre appare sconcertante la naturalezza con la quale Andrè parla della sua scoperta relativa alla “trasmissione dei corpi attraverso la loro disintegrazione e successiva materializzazione”.

Andrè Delambre, ben reso nell’interpretazione di Hedison, non è propriamente il classico “mad doctor”, più che la dicotomia rappresentativa Bene-Male di Jekyll/Hyde a predominare in lui è la scintilla del fuoco da far conoscere all’umanità propria di un Prometeo moderno, come il Dr. Frankenstein di Mary Shelley, colui che “più sa e più è certo di sapere molto poco”, con le nuove scoperte viste come “meravigliosi dati di fatto”, attribuibili all’intelligenza donataci da Dio per scoprire i prodigi della natura: purtroppo, nella ricerca della verità “si è distratto un attimo”, come spiega con efficace e sintetica enfasi, appena velata da humour sinistro, Francois/Price al nipotino Philippe.

Sequenza cult, oltre quella finale, estremamente tragica (sempre se si entra nella suddetta ottica dell’epoca, altrimenti il risibile è dietro l’angolo) e carica d’inquietanti interrogativi morali, certamente la rivelazione alla povera Helene da parte di Andrè dei tremendi effetti della propria distrazione, con la reazione della donna vista nella soggettiva di uno sguardo non umano, con un sorprendente effetto caleidoscopico reso sullo schermo, anche se a creare una certa inquietudine contribuiscono non poco i miagolii della sventurata gatta di casa “dispersa tra gli atomi” o l’estenuante ricerca di una mosca dalla testa bianca …

A mantenere ben radicato lo stato di tensione drammatica sino alla fine, concorrono anche le valide prove attoriali: oltre al citato Edison, risalta Patricia Owens nell’interpretazione di una donna forte e determinata, capace di seguire con amore sempre saldo il suo uomo sino alle estreme conseguenze e il gigionismo trattenuto, tra aplomb e understatement, del grande Vincent Price.Non a caso è lui a pronunciare battute come quella iniziale, che capiremo in seguito, parlando con l’ispettore: “ Per Helene e Andrè la vita era sacra. Non avrebbero fatto del male a nessuno. Neanche ad una mosca”. Due sequel, La vendetta del dottor K. (Return of the Fly,’59, Edward Bernds) e Curse of the Fly,’65, Don Sharp, senza dimenticare il profondo remake ad opera di David Cronenberg, ’86, che finalmente recupera nella traduzione italiana il titolo originale, anch’esso oggetto di un seguito, ’89, opera di Chris Walas.
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Una breve postilla riguardo il titolo italiano del film: inutile dire che del fantomatico dottore nel corso della narrazione non se ne riscontra la benché minima traccia; tra le tante ipotesi possibili, accolgo quella di Daniela Catelli (Ciak si trema. Guida al cinema horror, 2007, costa & nolan), che ritiene probabile un’allusione dei distributori al celebre romanzo La metamorfosi di Franz Kafka, pur con scambio d’insetto.


2 risposte a "L’esperimento del dottor K. (The Fly, 1958)"

  1. Ottima e brillante recensione. Complimenti! Sull’ipotesi del fantomatico Dottor K., oltre all’idea forse un po’ forzata seppur interessante di Kafka, io ne ho sempre proposta un’altra più semplice e deduttiva. Quel “K.”, a mio avviso, altri non sarebbe che il nostro Kurt, nome dello stesso regista.

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    1. Grazie per i complimenti! In effetti quella della K. come iniziale di Kurt non è un’idea malvagia, anzi, come tu dici, è semplice, deduttiva, e non ci sta affatto male.

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