Free Fire

Boston, fine anni’70, notte.
A bordo di un furgone vi sono Bernie (Enzo Cilenti), alla guida, e Stevo (Sam Riley). Quest’ultimo appare conciato piuttosto male causa un episodio, sicuramente spiacevole, avvenuto la notte precedente e del quale non intende parlare; suo cognato Frank (Michael Smiley), insieme a Chris (Cillian Murphy), entrambi facenti parte dell’IRA, e all’americana Justine (Brie Larson), che farà da intermediaria nell’acquisto di una partita d’armi con tale Ord (Armie Hammer), li attendono al molo; una volta avvenuto l’incontro fra i cinque, non resta che aspettare l’arrivo di Ord, il quale una volta giunto e sinceratosi che nessuno nasconda dei microfoni, li invita a seguirlo all’interno di una fabbrica dismessa, ormai fatiscente.Ecco dunque comparire i trafficanti d’armi Vernon (Shareto Copley) e il suo socio Martin (Babou Ceesay): la situazione inizia da subito a farsi tesa, fra battute al vetriolo ed esternazione di malcontenti vari, considerando poi che i fucili non sono del modello richiesto.
L’affare comunque va in porto, anche se tutto si complica una volta che  i due chiamano i loro tirapiedi per provvedere alla consegna, Gordon (Noah Taylor) ed Harry (Jack Renoir), visto che quest’ultimo costituisce il motivo dell’aspetto malconcio di Stevo… Nel giro di pochi minuti la vecchia fabbrica sarà teatro di una cruenta sparatoria, con feriti da entrambi le parti, aggravata ulteriormente dall’arrivo improvviso di due misteriosi cecchini…

Michael Smiley

Titolo di chiusura alla 34ma edizione del Torino Film Festival (sezione Festa Mobile), Free Fire, diretto da Ben Wheatley, anche autore della sceneggiatura insieme alla moglie Amy Jump, si palesa alla visione come un film scoppiettante (in tutti i sensi, difficile quantificare numericamente la gragnola di colpi che prende vita nel corso di un’ora circa…) e piacevolmente fumettistico nella sua valenza pulp, idoneo nella sua resa visiva e contenutistica ad omaggiare i film d’azione “nudi e puri” degli anni ’70-’80, prendendo dunque le distanze  dalla moderna effettistica digitale dei più recenti blockbuster, fin troppo rutilanti e frenetici nell’assecondare anche chiassosi toni superomistici.
La messa in scena non si distingue certo per originalità propositiva, riecheggiando quanto già messo in atto da altri (Peckinpah, Carpenter, Ritchie, Tarantino, per citarne alcuni) ma a fare opportuna differenza interviene una sceneggiatura ben congegnata, calibrata al millimetro nel delineare un corposo prologo idoneo nella sua ponderata visualizzazione a creare e mantenere la suspense nel far intuire, anche attraverso dialoghi carichi di acre sarcasmo, quanto potrebbe accadere da un momento all’altro, offrendo inoltre congruo risalto alla psicologia dei vari personaggi (fra i quali risalta l’istrionismo sgargiante di Copley).

Cillian Murphy

La scrittura prepara dunque la miccia, sufficientemente lunga, e la regia provvede ad accostarvi il cerino pronto ad accenderla, attraverso studiate inquadrature che circoscrivono volti ed ambiente circostante, dando infine definitivo fuoco alle polveri all’interno di uno spazio ristretto, dove più che individuare “chi spara a chi” assume rilievo l’uso delle armi, quindi della violenza, quale esternazione della propria personalità, raffigurando in buona sostanza una sorta di microcosmo al cui interno una varia umanità si scaglia contro se stessa, nessuno intende cedere, tutti vorrebbero chiamare aiuto raggiungendo il telefono presente nell’ufficio sito dopo una rampa di scale, tendendo ad autoeliminarsi dalla faccia della Terra in nome di uno smaccato rifiuto verso qualsiasi forma di condivisibile diversità, ideologica, di genere e razziale.
Anche chi sopravvivrà e penserà di farla franca fuggendo col malloppo, non riuscirà nel suo intento, sopraffatto dalla beffa del destino che puntualmente presenterà il proprio redde rationem.
La resa visiva del classico “l’un contro l’altro armati” offre una certa fascinazione in virtù della felice combinazione fra la suggestiva mobilità della macchina da presa nel calibrare diverse angolature a movimentare la messa in scena, una fotografia (Laurie Rose) che avvolge tutto e tutti in una luce tendente al color ocra, una straniante colonna sonora che alterna ai “bang bang” le ballate di John Denver, senza dimenticare il fitto montaggio (opera di Wheatley e Jump). In conclusione, un film forse non particolarmente innovativo, ma capace d’intrattenere e divertire con una solida trama ed una resa visiva quanto mai felice, all’interno di una realistica plausibilità, ponendo risalto, sempre e comunque, al piacere del raccontare e alla sua visualizzazione, ancora prima che alla narrazione stessa.

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