Wonder

(Movieplayer)

Brooklyn, New York City, oggi.
August, Auggie, Pullman (Jacob Tremblay), dieci anni, ha già affrontato 27 interventi chirurgici al volto, causa disastosi mandibolo facciale (Sindrome di Treacher Collins), che ne ha alterato i lineamenti fin dalla nascita.
Dotato di una fantasia sfrenata, al pari di una spiccata intelligenza che lo porta a primeggiare soprattutto nelle materie scientifiche, grande estimatore della saga di Star Wars con una particolare predilezione per il personaggio di Chewbacca, Auggie immagina di essere un astronauta, d’altronde indossa anche l’apposito casco, sospeso nello spazio profondo fra stelle e pianeti, un personale “centro di gravità permanente” in linea con quello che è stato creato tutt’intorno a lui dai familiari nel corso degli anni, proteggendolo dai contatti col mondo esterno, timorosi delle reazioni dei tanti, adulti e bambini, tronfi della loro presunta “normalità”: la madre Isabel (Julia Roberts) ha sacrificato laurea e probabile brillante carriera lavorativa per stare vicino al figlio ed impartirgli la primaria istruzione, il padre Nate (Owen Wilson) ricorrendo ad una lieve ironia ha sempre fatto in modo che Auggie si sentisse in pace in primo luogo con se stesso, la sorella maggiore Olivia, Via (Izabela Vidovic),  ha visto passare in secondo piano le proprie ambasce esistenziali nel corso dei passaggi critici da un’età ad un’altra, considerando la necessità di attenzione del fratello, senza comunque dar vita ad un particolare malanimo, potendo contare anche sul valido apporto emotivo della nonna materna (Sonia Braga).

Jacob Tremblay (Movieplayer)

Ma ora i genitori hanno deciso, non senza ansie e timori, che per il bambino sia giunto il momento di affrontare la realtà, a partire dalla frequentazione del primo anno di scuola media alla Beecher Prep School; incoraggiato dal preside Tushman (Mandy Patinkin), che gli affianca tre coetanei a fare da guida, Julian (Bryce Gheisar), Jack (Noah Jupe) e Charlotte (Elle McKinnon), confortato dalle parole espresse dal professore Browne (Daveed Diggs) all’interno del corso motivazionale, il nostro inizierà un tortuoso percorso di formazione, scosso da vessazioni e delusioni di vario genere, che lo porterà a conquistare un personale posto nel mondo, condividendo con ogni essere umano che incontrerà il prezioso dono della diversità, perché, come gli ripete spesso Via, “non puoi omologarti quando sei nato per distinguerti”…
Ammetto di essermi accostato alla visione di Wonder, adattamento dell’omonimo romanzo (2012, in Italia edito da Giunti) di R. J. Palacio (pseudonimo di Raquel Jaramillo) ad opera degli sceneggiatori Steven Conrad, Jack Thorne e Stephen Chbosky, quest’ultimo anche regista del film, con qualche pregiudizio, pensando che mi sarei trovato di fronte ad una messa in scena giulebbosa e ad un iter narrativo incentrato sulla costrizione ricattatoria della lacrima a comando; invece, mano a mano che ne prendevo visione, ogni dubbio si è sciolto come neve al sole, in virtù di un lavoro di scrittura ed un piglio registico particolarmente sensibili ed empatici, oltre che idonei ad esprimere valida sagacia nel riprendere lo schema di base dell’opera d’origine.

Tremblay e Julia Roberts (Movieplayer)

Così come sulla pagina scritta, infatti, viene offerto opportuno spazio ai personaggi secondari e al loro punto di vista nei confronti della persona di Auggie, grazie ad una serie di capitoli a loro dedicati che vanno ad intersecarsi con una certa fluidità all’interno dell’iter narrativo, una volta offerto congruo prologo all’atteggiamento  esistenziale e alle controverse modalità relazionali sviluppate nel corso degli anni dal bambino, rese con una certa naturalezza dal bravo Tremblay, anche attraverso il caratteristico sguardo. Ecco allora visualizzarsi con classica compostezza registica, realistica e diretta, suffragata da sana leggerezza ed una certa ironia, un racconto di formazione che coinvolge varie persone all’interno di un percorso volto ad affermare la propria supremazia di esseri umani in quanto tali: ognuno di essi appare intento a mettere  in campo una personale battaglia di autodeterminazione ponendosi contro pregiudizi o  discriminazioni, impiegando al riguardo “armi” quali la gentilezza e la compenetrazione nelle problematiche altrui, così da porre in risalto ogni dote che vada al di là di una superficiale visione esteriore, incentrata dunque sull’interiorità individuale ed espressa attraverso la resa caratteriale.

Tremblay e Owen Wilson (Movieplayer)

Dalla mamma Isabel (una Julia Roberts credibile e concreta nell’esprimere senso materno e volontà di riscatto personale) alla sorella Via, personalità in crescita fra tradimenti amicali (il bel personaggio di Miranda, Daniel Rose Russell, la cui sofferenza per il divorzio dei genitori viene sublimato da un atteggiamento di ribellione esteriore, anelando alla profondità affettiva propria della famiglia Pulmann) e la scoperta, dolce e tormentata al contempo, dei primi turbamenti sentimentali, senza dimenticare Jack e la sua dicotomia malcelata fra l’intenzione di divenire un vero amico per Auggie e il desiderio di farsi accettare nel gruppo scolastico dominante, capeggiato dal contorto Julian, incapace quest’ultimo, orfano di una concreta attenzione genitoriale, di guardare alla diversità quale opportuno stimolo per osservare il mondo da un’inedita prospettiva e abbandonare “il lato oscuro della forza”.
Chbosky riesce a conferire opportuno risalto alle problematiche giovanili, ponendole a confronto con quelle degli adulti, senza creare alcuna contrapposizione, bensì rendendole speculari le une alle altre, quali tappe necessarie all’interno di un itinerario di crescita lungi dall’essere definitivo, bensì semplicemente più adattabile, in virtù delle tante esperienze accumulate lungo il cammino, alle inevitabili difficoltà che andranno a palesarsi nel corso della propria esistenza.

Izabela Vidovic

Wonder è, in buona sostanza, senza timore di esagerare, un film, egualmente all’opera da cui è tratto, incline a far bene all’anima e che andrebbe visto dai genitori insieme ai propri figli, così da scoprire insieme la meraviglia espressa dalla scoperta di come in fondo, pur se l’assunto potrà apparire semplicistico, siamo tutti uguali in quanto tutti diversi, ovvero ognuno di noi può rendersi portatore di una personale diversità, espressa in vario modo ed idonea a renderci unici l’uno nei confronti dell’altro, nonché partecipi di un ulteriore scambievole sguardo idoneo a superare qualsivoglia diffidenza basata su un abusato culto dell’immagine quale risolutivo parametro distintivo. Forse qualche personaggio (Summer, ad esempio, interpretata da Millie Davis) avrebbe meritato maggiore incisività, così come il finale potrebbe prestare il destro alle critiche considerando il suo plateale ottimismo risolutivo: ma il suo essere comunque pregno di condivisibile speranza, rivolta ad un auspicabile mondo migliore, rende concreta valenza agli “affetti speciali”, perdonatemi il banale calembour, nel prendere la giusta distanza da toni accondiscendenti o mielosi, riuscendo a conciliare un piacevole e compenetrante melange di realismo, ironia ed umanità.

 Sii gentile, ogni persona che incontri sta combattendo una dura battaglia (Be pitiful, for every man is fighting a hard battle, Ian Maclaren, pseudonimo di John Watson, The British Weekly, 1897)

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