Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Ebbing, Missouri, Stati Uniti d’America, giorni nostri. Mildred Haynes (Frances McDormand), divorziata dal violento marito Charlie (John Hawkes), vive con il figlio adolescente Robbie (Lucas Hedges) e lavora in un negozio di articoli da regalo.
Sette mesi addietro un tragico evento ha segnato la vita della donna e quella dei suoi familiari: la figlia Angela (Kathryn Newton), è stata violentata, uccisa, e il suo corpo dato alle fiamme. Un brutale assassinio che sembra essere stato dimenticato dalla comunità, d’altronde la stessa polizia locale, rappresentata dallo sceriffo Bill Willoughby (Woody Harrelson), ha abbandonato ogni indagine al riguardo, arrendendosi alla mancanza di prove certe.
Un giorno, nel percorrere in auto la strada verso casa, Mildred nota tre cartelloni propagandistici ormai dismessi; si reca dunque nell’agenzia del pubblicitario Red Welby (Caleb Landry Jones) per affittare quegli spazi, dando fondo ai propri risparmi: tre frasi lapidarie, carattere nero su fondo rosso (Raped while dying, And still no arrest?, How come, chief Willoughby?)*, così da ridestare i cittadini dal colpevole torpore che li vede avvolti in un gretto egoismo, idoneo a preservare la loro tranquilla esistenza da ogni scossa rappresentata da un evento esterno .

Frances McDormand

Buona parte delle reazioni, però, si riveleranno ostili verso il plateale gesto di questa donna caparbia, determinata ad ottenere giustizia, a partire da quelle di Robbie e dell’ex coniuge, passando per la buona borghesia  e i “sepolcri imbiancati” rappresentati da una Chiesa prona al subitaneo perdono generalizzato ma incapace d’esternare un accorato, concreto, sentimento misericordioso. Si finisce poi con il corpo di polizia, al cui interno se Willoughby appare ancora propenso ad un minimo di eticità,  pur nella disillusione esternata nei confronti di  una vita che gli ha riservato la sorpresa di un cancro, oramai allo stato terminale, l’agente Jason Dixon (Sam Rockwell) si palesa razzista ed immaturo, succube di una madre virago e pronto a farsi scudo del distintivo per celare i propri patemi esistenziali…
Scritto e diretto da Martin McDonagh (In Bruges, 7 psicopatici), Tre manifesti a Ebbing, Missouri, presentato in Concorso, alla 74ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (dove ha conseguito il Premio Osella per la Migliore Sceneggiatura) e vincitore, fra gli altri riconoscimenti, di due premi Oscar (Frances McDormand, Miglior Attrice Protagonista; Sam Rockwell, Miglior Attore non protagonista), si sostanzia alla visione come una ballata dolente e malinconica, attraversata da note di acre ironia.

Woody Harrelson e McDormand

Toccando felicemente le corde di vari generi cinematografici (black comedy e western urbano in particolare), McDonagh si prodiga in una narrazione coinvolgente e scorrevole, oltre che avvolgente dal punto di vista prettamente visivo; la lineare alternanza di campi lunghi, volti ad abbracciare ogni elemento naturale che è proprio della cittadina dall’immaginario nome di Ebbing (la vastità delle pianure e delle distese montuose), primi piani e frequenti piani sequenza, appare infatti idonea a circoscrivere all’interno dell’inquadratura certe ristrettezze mentali proprie di una nazione (ma la portata metaforica del microcosmo raffigurato appare consona nel rendere portata universale), ripiegata su se stessa, proiettata più verso il passato che verso il futuro, orfana di un reale e concreto “vivere civile”.
Coadiuvato da una fotografia (Ben Davis) dal taglio realistico, da un montaggio (Jon Gregory) naturalmente fluido e da una colonna sonora (Carter Burwell) funzionale allo scorrere delle immagini, l’autore, grazie soprattutto all’incisivo lavoro di scrittura, che trova esaltazione nei dialoghi secchi e taglienti, porta in scena la teatralizzazione tragica della necessità di una presa di coscienza relativa alla propria responsabilità individuale all’interno del consesso sociale.

Sam Rockwell e McDormand

Il personaggio di Mildred si rende portatore del bisogno di affermare, anche con modi scomposti e irragionevolmente violenti, una coerente autodeterminazione  nel porsi contro un sistema che tende a non rendere fattibili le regole da esso stesso previste avallando una “normalità di comodo”, incanalata  all’interno di un modus vivendi amorfo, del tutto conformato ad una moralità di facciata.
In un film dove, come già scritto, prevale soprattutto il lavoro delineato intorno alla scrittura, risaltano  con vigore le più che valide interpretazioni dell’intero cast, con McDormand e Rockwell in testa: ambedue conferiscono empatico rilievo alle molteplici sfumature psicologiche dei personaggi, alle loro contraddizioni esistenziali, due personalità al colmo, rispettivamente, di rabbia mista a sensi di colpa e frustrazione, anche sessuale. Sarà l’offerta sacrificale di sé messa in atto da Willoughby (un intenso Harrelson, nel dare campo al contrasto tra disillusione e riscoperta dell’impegno) a far sì che i citati stati emozionali vengano progressivamente incanalati, dopo tutta una serie di eccessi da una parte e dall’altra, verso un  sentimento, dai contorni ambigui, di comprensione reciproca, quest’ultima certo non definitiva, anzi del tutto in divenire, che prende il via dall’istinto teso ad assecondare una totalizzante e simbolica vendetta privata.

 Tre manifesti ad Ebbing, Missouri, concludendo, è certo un film da vedere, foriero di profonde emozioni e molteplici interpretazioni; vibrante di un denso umanismo, scosso da continui mutamenti narrativi in linea con un realistico succedersi degli accadimenti proprio della quotidiana esistenza, alterna con eguale profondità sarcasmo e senso del dramma, ambedue parte integrante di quell’ “umana commedia” di cui siamo tutti protagonisti, non dimenticando momenti elegiaci, brevi ma opportunamente simbolici (per esempio l’apparizione improvvisa di un cerbiatto, presa di contatto dell’essere umano con la propria primigenia essenza, con l’altro da sé più intimo e dimenticato). Offre in definitiva, nel servirsi“classicamente” del genere cinematografico quale arguta ed affabulante impronta autoriale, ampio respiro alla caratterizzazione, visiva e precipuamente narrativa, di un allegorico “deserto delle anime” quale palcoscenico sul cui sfondo vanno gradualmente a stagliarsi, nella circoscrizione di una rituale quotidianità, contraddizioni, ambasce, aspirazioni irrealizzate, tutte proprie di un’umanità non più passiva bensì potenzialmente incline a lottare per la (ri)affermazione di una fiera dignità esistenziale.

*Stuprata mentre moriva, E ancora nessun arresto, Come mai, sceriffo Willoughby?

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