Una tomba per le lucciole (Hotaru no haka, 1988)

“La sera del 21 settembre 1945 io morii …”  Lo spettro di Seita ricorda il proprio decesso, appoggiato ad un muro all’interno della stazione di Sannomiya, ragazzo di 14 anni che insieme ad altri giovani abbandonava l’esistenza terrena consunto dagli stenti e circondato dall’indifferenza generale di quanti si trovavano a passare, preoccupati più che altro dello spettacolo indecoroso che si offriva agli americani, ormai prossimi ad arrivare. Un nome appena sussurrato, poco prima di lasciarsi andare, l’ultimo respiro… “Setsuko”…  Così si chiamava la sua sorellina, 4 anni, la cui anima circondata dalle lucciole è ora accanto all’amato fratello, richiamata in terra dal lancio di una scatola di caramelle che Seita teneva con sé, gettata via da un inserviente. Insieme ripercorrono le strade che avevano attraversato in vita, rivivendo la loro storia, iniziata a Kobe il 5 giugno 1945, quando la furia dei B-29 americani si abbatté sulla città, seminando terrore e morte con il lancio di bombe al napalm.

La loro mamma purtroppo non riuscì ad arrivare in tempo al rifugio antiaereo, morendo  devastata dalle ustioni, a nulla valendo il ricovero in ospedale.
Del padre, ufficiale di Marina, nessuna notizia, la casa ormai distrutta, ai due fratelli non restava che chiedere ospitalità ad una loro zia, che sembrava accoglierli amorevolmente, rimproverandogli però col trascorrere dei giorni il mancato adoperarsi per meritarsi vitto e alloggio, “non servendo la patria” come sarebbe stato doveroso fare.
Seita recuperava allora parte del denaro che la madre aveva depositato in banca, sufficiente per il  mantenimento quotidiano, cercando di garantire alla sorella un minimo di “normalità”, finendo poi con l’andare a vivere da soli nei pressi di una cava abbandonata. Ma, fra incessanti bombardamenti, il razionamento delle risorse alimentari, senza dimenticare il cuore ormai indurito di molte persone, la realtà del conflitto in corso finì presto per prendere il sopravvento…

Scritto e diretto da Takahata Isao, regista sensibile e culturalmente raffinato (ci ha lasciato lo scorso aprile), fondatore nel 1985, insieme a Miyazaki Hayao, dello Studio Ghibli, Una tomba per le lucciole, basato sull’omonimo racconto (1967) di Akiyuki Nosaka, è un film d’animazione dal pregevole impatto visivo e contenutistico, il cui iter narrativo appare permeato da toni realistici e metaforici in egual misura,  nell’alternanza di immagini crude, cruente (il corpo della madre avvolto dalle bende, con larve e mosche intorno le piaghe purulente causate dalle ustioni, i resti inceneriti di esseri umani fra le macerie) ed altre elegiache ed oniriche (l’apparizione dell’anima di Setsuko contornata dalle lucciole, l’illusorietà di una vita serena nella cornice di una natura in apparenza idilliaca, lontani da brutture e malvagità), attingendo anche dalle antiche tradizioni della cultura giapponese, come quella che considera le lucciole incarnazione terrena dei morti.

Takahata, memore, nell’alternanza di dialoghi e momenti silenti, sia del realismo poetico di scuola francese che del nostro Neorealismo, assecondando nella rappresentazione dei personaggi le stilizzazioni proprie di molti anime, mette in campo una regia rigorosa ed essenziale, attenta ad evidenziare ogni particolare con soppesata accortezza. Delinea da un lato l’orrore del conflitto in sé, riflessione sull’inutilità di tanta barbarie, dove, tra vincitori e vinti a trionfare è in realtà l’agghiacciante silenzio quale unica risposta alla domanda “perché?”, dall’altro le sue conseguenze sui giovani, i quali, prima ancora di affrontare l’agitato mare che li porterà all’età adulta, faticano ad accettare e comprendere la violenta realtà che incombe. Emblematica al riguardo la figura di Seita, il quale avverte come primaria responsabilità nei confronti della sorellina, oltre al sostentamento materiale, il mantenimento di una condizione il più possibile incontaminata, lontana da tutto ciò che potrebbe minarne la primigenia purezza e l’ancora presente stupore di fronte ad ogni accadimento, felice o meno, che si materializza dinnanzi ai suoi occhi.

Ecco allora la decisiva presa di distanza da quegli adulti che lo richiamano a ben altri doveri, nel tentativo estremo di creare una famiglia al di fuori dell’alveo sociale le cui regole il ragazzo sembra non voler comprendere o comunque accettare.
Una scelta che porterà a tragiche conseguenze, nell’indifferenza di un mondo che prosegue sempre e comunque  per la propria strada, pago del proprio mantenimento esistenziale e dimentico di ogni stortura, frutto di malsane ideologie, verso i più deboli, gli ultimi, quanti, citando Pasolini (La ricotta), solo morendo possono ricordare ad un’umanità attonita e smarrita la loro vitalità. Crudo, diretto, emozionante nella sua resa empatica, attraversato da un motivo sonoro (Michio Mamiya) suggestivo e mai invasivo,  Una tomba per le lucciole offre al genere animazione la resa di una mirabile espressione artistica, idonea a portare sullo schermo, evidenziando l’affabulante abilità narrativa propria di  Takahata, il racconto dolente, sincero e partecipe, di un’immane tragedia, una ferita sempre aperta, pur coltivando la grande illusione che possa rimarginarsi una volta per tutte.

(Anime al Cinema)

La sua essudazione purulenta è dovuta ad una calcolata volontà di dimenticare, non apprendere dagli orrori passati, ricostruendo sulle macerie la materialità di un mondo nuovo, ma lontano da qualsivoglia pietas umana. Quanto scritto può notarsi nella bellissima sequenza finale, la città di Kobe ora sfavillante di luci e colori, mentre su una collina, circondate dalle lucciole, le anime dei due fratelli sembrano trovare riposo, in attesa di quella pace definitiva che giungerà al sorgere del sole. “E’tardi adesso, dormi”, dice Seita rivolto a Setsuko, lasciando a noi spettatori un senso di responsabilità colpevole riguardo il loro destino, “abbiamo udito senza avere inteso, abbiamo guardato senza aver visto” (cit. Isaia, Mt.), emendabile solo col ricordo consapevole degli errori passati, così da vivere con ritrovata compartecipazione esistenziale il presente, scongiurando una volta per tutte un ulteriore fallimento di esseri umani in quanto tali: Non ho idea di quali armi serviranno per combattere la terza Guerra Mondiale, ma la quarta sarà combattuta coi bastoni e con le pietre (Albert Einstein).

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Il racconto da cui il film è stato tratto venne pubblicato in Italia nel settembre del 1994 sul n. 97 di Linea d’ombra, rivista trimestrale di narrativa, traduzione a cura di Maria Teresa Orsi, professoressa emerita dell’Università di Roma La Sapien­za. Il film, uscito in Italia nel 1995 solo in VHS per il mercato home video, venne distribuito nei cinema nel novembre del 2015 (due giorni), con un nuovo titolo (La tomba delle lucciole) ed un inedito doppiaggio, più fedele all’idioma originale, curato da Gualtiero Cannarsi.

Pubblicato su Diari di Cineclub N° 62-Giugno 2018

 

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