Le fidèle

Belgio, una pista automobilistica, al termine di una sessione di prove del Campionato Turismo. Gino, Gigi, Vanoirbeek (Matthias Schoenaerts), lascia il gruppo di amici e si avvicina alla pilota Bénédicte, Bibi, Delhany (Adèle Exarchopoulos). Reciproci sguardi intensi, poche parole, ambedue sembrano piuttosto schietti e diretti, appuntamento fra due settimane a Bruxelles, “niente fiori” esplicita l’affascinante donna, evidenziando la possibilità di un rapporto che vada al di là di esteriorità o convenevoli, incentrato sull’espressione estemporanea del sentimento amoroso tout court.
E così sarà, il classico coup de foudre darà vita ad un amore intenso e palpitante, nonostante, anzi probabilmente proprio per questo, le differenze sociali ancor prima che caratteriali: lei di famiglia benestante con un lavoro nella società paterna, lui addetto all’ import export di automobili, un passato tormentato e modi ruvidi, al contrario di quelli più “morbidi” ed accoglienti di Bibi.
Ma in realtà Gigi è fra i componenti di una banda criminale formata dai suoi amici d’infanzia, specializzata nel rapinare banche e nell’assalto ai portavalori, una verità che non tarderà a venire fuori, conferendo però ulteriore incremento alla fedeltà espressa dalla coppia riguardo la salvaguardia di un sentimento che sembra rinvenire precipuo alimento nel superamento di qualsivoglia ostacolo, fosse anche rappresentato dalla fine della propria esistenza …

Adèle Exarchopoulos e Matthias Schoenaerts

Diretto da Michaël R. Roskam (Rundskop, 2011; The Drop, 2014), anche sceneggiatore insieme a  Thomas Bidegain e Noé Debré, Le fidèle, presentato fuori concorso alla 74ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, si palesa alla visione, del tutto in linea con le dichiarazioni dell’autore, come un ibrido connubio fra noir americano, polar francese e melodramma a tinte forti, con gli stilemi di quest’ultimo a farsi infine preponderanti, nell’incedere parossistico di vicende e situazioni inteso a sublimare un totalizzante Omnia vincit amor, esternato definitivamente in un finale che giunge dopo un vertiginoso e coinvolgente piano sequenza.
L’iter narrativo si sostanzia in tre atti, preceduti da un prologo volto ad illustrare l’infanzia sofferta di Gino, il perché del suo timore per i cani, offrendo così il destro ad un simbolismo un po’ contorto che andrà a dispiegarsi nel corso del racconto; il primo capitolo, Gigi, intende soffermarsi sulle caratteristiche proprie del protagonista maschile, un intenso e stropicciato Schoenaerts, evidenziando come sotto la ruvida scorza si celi un animo gentile, perspicace nell’aprirsi al sentimento, affidandosi alla sua forza dirompente, idonea quest’ultima ad abbattere il muro di bugie sul quale era inizialmente nato,  impiantando così inedite fondamenta.

Il secondo, Bibi, evidenzia la crescita del personaggio femminile una volta scoperta la verità sul suo uomo, la lotta intrapresa per mantenere saldo il legame fino all’ultimo soffio vitale: Adèle Exarchopoulos rende pulsante e vivido un amore che fa a meno dei fiori (Pas de fleurs, l’atto finale)  e di altre “sovrastrutture”, per alimentarsi piuttosto di una donazione reciproca, ferma ed incondizionata, comprensiva anche di privazioni e sofferenza.
Se la regia di Roskam risulta ammirevole in più di una sequenza (da rimarcare quella dell’assalto ai portavalori), avallando il realismo, pur con una certa leziosità, così come appare evidente l’alchimia fra i due protagonisti e certo valida la fotografia di Nicolas Karakatsanis nel cangiare da toni luminosi a quelli più plumbei, non si può fare a meno di notare come il lavoro di scrittura prenda presto il sopravvento,  in particolare a partire dalla seconda parte; qui il già citato accumulo di eventi e situazioni avvolge tutto e tutti nell’appiccicosa ragnatela dell’ amor fou, insistendo fin troppo su stereotipi canonici (il giovane industriale concorrente, apparentemente galante e a modo, con i suoi bei scheletri nell’armadio) e inanellando una serie di forzature che, complice anche la durata di poco superiore alle due ore, finisce inevitabilmente con lo spegnere quel coinvolgimento che comunque si era venuto a creare.
Probabilmente una caratterizzazione maggiormente coesa e decisa, anche meno derivativa, soprattutto nell’ambito della sceneggiatura, avrebbe conferito un sostanziale nerbo narrativo al ricercato punto d’incontro fra generi diversi, il quale è invece destinato a rimanere come “color che stan sospesi”, un mero esercizio di stile, inteso a mettere in scena un melodramma in salsa noir, i cui ingredienti andavano dosati, e miscelati, con maggiore attenzione e sobrietà.

 

 

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.