“Non parlare con la bocca piena”-“Mia madre non lo deve sapere”: Chiara Francini fra sana ironia e voglia di raccontare

Chiara Francini (messina-gds.it)

Sia benedetta l’innata curiosità che mi ha sempre spinto a leggere (e visionare) un po’ di tutto, vincendo più di un preconcetto, rendendomi così edotto di realtà che probabilmente avrei ignorato, come nel caso dei due romanzi letti recentemente, Non parlare con la bocca piena e il suo seguito, Mia madre non lo deve sapere (entrambi editi da Rizzoli, 2017 e 2018), scritti da Chiara Francini, attrice teatrale, cinematografica e televisiva (lo splendido personaggio di Perla, sapida miscellanea di cinismo “pratico” e disincanto, nella fiction Non dirlo al mio capo), che con il primo titolo ha esordito in qualità di scrittrice. Inizialmente ero piuttosto scettico, pensavo di ritrovarmi di fronte alle consuete prove estemporanee proprie di personaggi del piccolo o grande schermo, intenti a riciclare battute e situazioni all’interno di un calcolato e striminzito canovaccio narrativo, invece mano a mano che procedevo nella lettura di Non parlare con la bocca piena sono rimasto conquistato da uno stile di scrittura articolato, piacevolmente scorrevole, capace di avallare il grottesco e il surreale, oltre a circuire, per il tramite di una prosa schietta e diretta,  il politicamente corretto, mai tanto di moda in questi ultimi tempi; il tutto, poi, punteggiato di un’arguta ironia, quest’ultima da intendersi, riprendendo le parole dello scrittore Romain Gary,  come una dichiarazione di dignità, un’affermazione della superiorità dell’uomo su ciò che gli capita.   

(Amazon)

Protagonista è Chiara, dentista trentacinquenne, romantica ma con i piedi ben saldi a terra, coerente e determinata: ha lasciato il compagno Federico, ormai orfana di quel “noi-plurale progettualità”, “che era cresciuto in petto spontaneo, come un tramonto di giugno” e sta per recarsi a casa dei suoi genitori, Angelo, oculista, con la tazzulella e cafè, panacea pronto uso per ogni umano affanno, e Giancarlo, professore di anglistica con una profonda passione per il teatro. Chiara è figlia dell’amore libero, la madre Eleonora ha preferito affidarla alle cure di due uomini uniti da un sentimento sincero e profondo, partendo quindi per l’Inghilterra; la bambina è cresciuta in un ambiente “normalmente diverso”, circondata da affetto, premure ed attenzioni, tanto dai due papà quanto dalla zia Gertrude, sorella di Giancarlo, ma anche dalle “Supreme”, esuberanti amicizie che colmavano di allegria e gioia di vivere le tavolate domenicali. La casa che l’ha vista crescere tornerà dunque ad essere il suo nido, la cameretta rimasta intonsa, l’albero di Natale sempre acceso, un ritorno indietro nel tempo necessario per andare avanti, una rinnovata educazione alla vita, dove gli errori e gli inciampi divengono occasione per una ritrovata consapevolezza esistenziale, in nome di un amore probabilmente non salvifico ed eterno, ma certamente in sintonia con gli alti e bassi propri di ogni cammino terreno.

(Amazon.it)

Termini come “diversità” e “normalità” perdono la loro rilevanza discriminatrice per confluire insieme all’interno di una conclamata compiutezza, essere se stessi e poterlo esprimere, abbattendo gli spessi muri del detrimento. Felice al riguardo  l’espediente narrativo che svelerà il frequente ricorso di Chiara adulta alle Galatine quale placebo ansiolitico/antidepressivo ogni qualvolta le paturnie tenderanno a prendere il sopravvento, evidenziando, senza svelare nulla per quanti non abbiano letto il libro, lo stridente contrasto fra l’allegra spontaneità di una bambina, lieta del suo stato d’essere, e la malevola ipocrisia giudicante dei tanti sepolcri imbiancati d’evangelica memoria, nei cui riguardi i genitori troveranno un’inedita e delicata forma di difesa. Il seguito Mia madre non lo deve sapere risulta forse meno spontaneo e diretto, risente a volte di qualche didascalismo,  necessario nel riallacciarsi  a quanto espresso dal punto di vista narrativo nel precedente romanzo, ma offre comunque una prosa egualmente affabulante e sempre ben caratterizzata da un tratteggio volto al grottesco, intrisa in egual misura d’ironia e malinconia, visto che non sempre le citate Galatine saranno risolutive nella soluzione di varie ambasce che sconvolgeranno la vita di Chiara, ora ritornata con Federico e in via d’elaborazione del grave lutto che l’ha colpita, la morte di papà Giancarlo.

(Elle)

Particolarmente riuscito il personaggio della madre Eleonora, di ritorno dall’Inghilterra, donna apparentemente eterea e volubile, dall’esibita sicumera snobistica, ma il cui apporto si rivelerà indispensabile nel far sì che Chiara aggiunga un inedito tassello di maturità alla propria esistenza.
E’ il trionfo definitivo di un amore inteso quale sentimento incline a sostenere una felicità del tutto personale, libera da pastoie moraliste e vacuamente perbeniste, propria di quanti riescono a voler bene dapprima a se stessi e poi, di conseguenza, agli altri, accettazione reciproca di quel che si è, infischiandosene di ciò che possa apparire agli occhi di quanti non mancheranno di apporre etichette o esternare stravaganti denominazioni. In fondo, si evince dalla lettura dei due romanzi, l’unica diversità da contrapporre alla beata e conclamata “normalità” esibita a piè spinto da quanti  ne fanno una medaglia al valore,  è quella che appartiene a ciascuno di noi, ovvero la possibilità di fare la differenza nel corso del proprio viaggio terreno scegliendo liberamente il proprio appagamento esistenziale, qualunque sia la nostra condizione sentimentale, magari rammentando i versi di Sandro Penna: Felice chi è diverso essendo egli diverso. Ma guai a chi è diverso essendo egli comune. (Poesie, Garzanti, 2000).

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