“Un anno felice”, Chiara Francini e la forza totalizzante dell’amore

Rammento quanto fossi rimasto piacevolmente colpito dalla lettura dei primi due romanzi di Chiara Francini, attrice teatrale, cinematografica e televisiva, l’esordio Non parlare con la bocca piena e il suo seguito, Mia madre non lo deve sapere (entrambi editi da Rizzoli, 2017 e 2018), del tutto conquistato da uno stile di scrittura articolato,  scorrevole, capace di avallare il grottesco e il surreale, senza dimenticare un’arguta ironia, utile anche a scavalcare, in virtù di una prosa schietta e diretta,  il politicamente corretto, sempre tanto di moda, ma, in tutta sincerità, nutrivo qualche dubbio riguardo la resa della sua ultima fatica letteraria, Un anno felice (sempre edito da Rizzoli). Credevo infatti che la brillante autrice intendesse approfittare dell’effetto scia dei precedenti successi editoriali, riproponendone battute e situazioni magari in un diverso contesto, per quanto in un’intervista gentilmente rilasciatami l’anno scorso avesse comunque manifestato l’intenzione di stupire i lettori proponendo qualcosa di totalmente diverso.

Chiara Francini (ilGiornaleOff)

In effetti la storia di Melania, protagonista del romanzo, nome scelto dalla madre Susy sperando venisse su giudiziosa ed assennata egualmente all’omonimo personaggio di Via col vento, suo film preferito (ma è stata chiamata anche Beatrice, in onore di Dante), “ragazza fuori corso” così come l’amica Franca con la quale condivide l’appartamento in quel di Firenze, dove svolge l’attività di editor, delinea nel corso della narrazione un progressivo crescendo drammatico fino a giungere ad un finale inaspettato, anche perché l’indole leggiadra della fanciulla appare intesa a circoscrivere con un certo disincanto l’ordinaria quotidianità, quest’ultima attraversata da un’ “aritmia nello sguardo come se i suoi occhi scivolassero su tutto per pochi secondi, ma sempre ingordi”. Lo stile di scrittura si mantiene sempre tanto ricercato quanto scorrevole e fa avvertire, almeno riporto la mia personale sensazione, che Chiara abbia avvertito la necessità, forse anche l’urgenza, di mettere per iscritto una sorta di monito per quanti vedono nell’amore, a lungo atteso e ricercato, la compiutezza di un sogno a lungo chiuso nel cassetto ed ora incline a realizzarsi, ma con il timore che possa dissolversi al sorgere della prima luce del giorno, trasmutando dunque quanto li circonda ad uso e consumo di una del tutto personale “visione”.

(Amazon)

E’ ciò che accade a Melania una volta conosciuto casualmente Axel, svedese col fisico da etrusco, entrato per chiedere un’informazione nel bar “vecchio stile” di Giorgio (niente Wi-Fi o bancomat per intenderci, ma schiacciata sempre a disposizione), arrivando a seguirlo, dopo una serie di amorose scorribande su e giù per la Toscana, in Svezia, dove il giovane, carattere ombroso e un po’ contorto, lavora in un’azienda di famiglia. Se Firenze ci appare ospitale, contornata da qualche piacevole eccentricità che avvolge situazioni e personaggi, Göteborg e la magione avita del nostro a Silverpil, risultano fredde, opprimenti, un costante bianco e nero bergmaniano, anche perché la Francini, intenta ad inanellare i vari accadimenti come fossero sequenze di un film, quindi facilmente visualizzabili, avalla un compiuto realismo nel far sì che noi lettori, in particolare una volta che veniamo a conoscenza del suo doloroso passato, ci si renda conto del reale carattere di Alex, mentre Melania, pur subendone gli strascichi, sembra non volere assolutamente realizzare che non vi è alcun “noi” in campo, del tutto persa, riprendendo quanto su scritto, nella idealizzazione del “vero amore”, vissuto, in aggiunta, all’insegna di un angelicato “io ti salverò”.

(Choconews)

Nel rimarcare la buona resa psicologica di tutti i personaggi (vedi la nonna paterna di Axel, una sorta di ibrido connubio fra la signorina Rottenmeier, Heidi, e la governante Danvers, Rebecca), ritengo “cosa buona e giusta” aver caratterizzato lo “svedese etrusco” come umbratile ed incline alla rabbia, comportamento che, stando ai consueti luoghi comuni, non dovrebbe essere confacente a chi appartiene ad un’etnia nordica, connotando in tal guisa di coerente (e dolente) universalità determinati atteggiamenti e comportamenti maschili. Andando a concludere, ritengo che dalla lettura di Un anno felice possa evincersi, sottolineando l’ormai compiuta maturità di scrittura dell’autrice, che lo stagliarsi dell’omnia vincit amor, in qualunque modo il frenetico sentimento possa manifestarsi e rendersi compiuto, “per sempre e nonostante tutto”* o “eterno finché dura”*, renda comunque percepibile, nel susseguirsi tumultuoso delle sue non sempre lineari vicende, la nostra primigenia essenza: “Dentro di noi c’è qualcosa che non ha nome e quella cosa è ciò che noi siamo” (Josè Saramago).

 

Insieme a Chiara Francini durante la presentazione di “Un anno felice” a Gioiosa Ionica (RC)

*Dal film Frankie and Johnny (Paura d’amare, Garry Marshall, 1991)

*Roberto Gervaso, L’amore è eterno fiche dura (Mondadori, 2004)

 


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