Cappello a cilindro (Top Hat, 1935)

Londra, anni ’30. Il ballerino americano Jerry Travers (Fred Astaire) incontra il suo impresario, Horace Hardwick (Edward Everett Horton), in vista di uno spettacolo che si terrà a breve nella capitale inglese. Jerry nutre una tale passione per la danza che ogni luogo gli appare idoneo ad esternare la sua bravura, come l’improvvisato tip-tap in cui si prodiga nella camera d’albergo di Horace, disturbando però il riposo dell’indossatrice  Dale Tremont (Ginger Rogers), che dimora nella stanza sottostante.
La donna, dopo aver avvisato la direzione, si reca furente al piano di sopra: l’incontro con il galante ed eccentrico ballerino pare risolversi nel classico colpo di fulmine, anche se Dale sulle prime sembra resistere alla corte sfrenata di Jerry, il quale si prodiga ad inseguirla per tutta Londra, finché l’amore, complice anche un improvviso temporale, troverà la strada della reciprocità.
Ma un banale equivoco si mette di mezzo: Dale scambia Jerry per Horace, che è sposato con la sua cara amica Madge (Helen Broderick), per cui da qui in poi vi sarà un susseguirsi di malintesi, accompagnati da sonori ceffoni.
La resa dei conti avrà luogo a Venezia, ma solo dopo un certo scompiglio creato dal matrimonio fra Dale ed il focoso stilista italiano Alberto Beddini (Erik Rhodes), da tempo spasimante dell’affascinante modella …

Ginger Rogers e Fred Astaire

Al quarto film che li vide protagonisti dei dieci che interpretarono insieme (l’esordio è di due anni precedente, Flying Down to Rio,  Thornton Freeland), la coppia Fred Astaire e Ginger Rogers con Top Hat raggiunse probabilmente la punta più alta fra tutte le loro esibizioni: un’aggraziata alchimia nei volteggi, nei passi a due, così come nell’interazione tra i personaggi interpretati, che ammalia ancora oggi, l’elegante agilità del primo, ricercata nelle movenze  e nel modo di porsi in scena, il suadente ed ammiccante fascino, così fresco e naturale, della seconda. La sceneggiatura di Dwight Taylor ed Allan Scott delinea una sofisticata commedia degli equivoci dove le parti musicali, per la prima volta, offrono un’integrazione fra racconto e spettacolo:l’incedere degli eventi e l’irrompere dei sentimenti vengono dunque trasposti armonicamente in numeri di canto e danza, questi ultimi avvalorati da elaborate e vistose scenografie (Van Nest Polglase e Carroll Clark) in stile Art Déco, lontane dal realismo (basti pensare alla ricostruzione del Lido di Venezia, il cui ostentato kitsch , credo sia stato notato da molti, rasenta la mirabilità), volte piuttosto ad offrire la sensazione di un “mondo a parte”, lussuoso ed un po’ frivolo, sul cui sfondo si stagliano le coreografie elaborate da Astaire.

Non bisogna infatti dimenticare il periodo di realizzazione della pellicola, l’America immersa nel buio periodo della Grande Depressione: in un momento di cupezza e pessimismo, il musical, grazie alla fantasiosa e sognante messa in scena, si fece carico nell’avallare un tipo di cinema particolarmente rilassante e diversivo, scanzonato e romantico.
La regia di Mark Sandrich appare funzionale e lineare, segue i movimenti dei ballerini in soluzione di continuità, riprendendone la figura intera o in campo medio, così come asseconda lo script senza particolari picchi, nel rispetto rigoroso, riprendendo quanto su scritto, della successione degli accadimenti accarezzati dalle insinuanti melodie composte da Irving Berlin (la direzione musicale è di Max Steiner): No Strings (Jerry proclama il suo essere libero, lontano da qualsivoglia legame, il cui motivo viene ripreso in un numero di danza sulla sabbia, prelevata da una ceneriera e sparsa sul pavimento, così da attutire il rumore e conciliare il sonno di Dale), Isn’t This a Lovely Day? (la nascita del sentimento fra Jerry e Dale, un giorno di pioggia diviene una giornata d’incanto), Top Hat, White Tie and Tails (la scintillante e pirotecnica esibizione del valente ballerino), Cheek To Cheek (l’abbandono definitivo all’amore di Jerry), The Piccolino (chiarimento in atto fra la coppia nel corso di sgargianti festeggiamenti).

Scritto delle felici interpretazioni del celebre duo, non si può certo dimenticare il resto del cast, dall’ineffabile Horton, alla compassata ma energica Broderick, passando per la splendida caratterizzazione del valletto Bates offerta da Eric Blore e quella, altrettanto riuscita, del focoso stilista italiano Alberto Beddini resa da Rhodes (Alla donna il bacio, all’uomo la spada!), che però, nel nostro paese, si attirò gli strali delle autorità, tanto che nella versione italiana il nome venne mutato in Astolfo Bedinsky. Top Hat, andando a concludere, è un film sempre affascinante, entrato a far parte dell’immaginario collettivo, oggetto di numerose citazioni, anche cinematografiche (in Green Mile, Frank Darabont, 1999, ad esempio, o in The Purple Rose of Cairo, Woody Allen, 1985, e The Dreamers, Bernardo Bertolucci, 2003), un soffio di cipria sui disagi esistenziali a farsi simbolo di quel minimo di teatralità che la vita spesso richiede per affrontare il quotidiano e poter andare avanti, un ponte teso, grazie a musica e danza, fra le due sponde del sogno e della realtà, apportando sempre e comunque un senso di armonico romanticismo e conclamato buonumore.

 

Già pubblicato su Diari di Cineclub n. 70-  marzo 2019

 

 

 

 

 

 

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