Green Book

A qualche mese dalla sua uscita sono riuscito a recuperare la visione di  Green Book, film diretto da Peter Farrelly, anche autore della sceneggiatura  insieme a Nick Vallelonga (figlio del personaggio interpretato da Viggo Mortensen) e Brian Hayes Currie, premiato, fra tanti altri riconoscimenti, con l’Oscar proprio per il lavoro di scrittura,  cui vanno ad aggiungersi le statuette per il Miglior Attore non Protagonista (Mahershala Ali) e per il Miglior Film. Le sensazioni positive non sono mancate, a partire appunto dallo script, che mi ha favorevolmente impressionato per la qualità dei dialoghi, intrisi di sano umorismo e lontani, vivaddio, dal politicamente corretto, ma anche portatori di un vivido realismo, avvertibile nell’alternanza di ironia e dramma. Il tutto avvalorato poi dalla regia classica e lineare di Farrely, ottimamente coadiuvata dalla calda fotografia di Sean Porter, nella predominanza di tonalità pastello, avvolte da una patina  idonea a rimarcare lo scorrere del tempo, già avvertibile dalle accurate scelte scenografiche e dai costumi.

Mahershala Ali e Viggo Mortensen (News Cinema)

La storia, realmente accaduta, narra della profonda amicizia che si venne a creare, dopo le iniziali e incomprensioni e varie scosse di assestamento, tra il buttafuori italo americano Frank, Tony Lip, Vallelonga (Viggo Mortensen), piuttosto rozzo e fin troppo diretto nella sua scalpitante estemporaneità espressiva, ed il colto, raffinato, pianista afroamericano Donald Doc  Shirley (Mahershala Ali), l’uno residente con la sua famiglia, moglie e due figli, nel Bronx, l’altro a condurre un’esistenza solitaria, maggiordomo indiano a parte, in un lussuoso attico sito sopra la Carnegie Hall di New York. Una volta che Tony si trovò disoccupato causa chiusura temporanea del locale dove lavorava, accettò di fare d’autista a Donald, un viaggio a bordo di una Cadillac Sedan De Ville attraverso il Sud degli Stati Uniti, varie tappe di una lunga tournée. Siamo nel 1962, due anni prima che il presidente Johnson firmi il Civil Rights Act  e nel citato profondo Sud vigono le leggi di Jim Crow, per giunta diversificate a seconda delle varie località, prescrivendo, tra l’altro, l’uso di bagni differenziati per bianchi e gente di colore o il coprifuoco notturno: ecco perché si rivelerà utile il The Negro Motorist Green Book, che dal 1936, grazie all’intuizione di Victor Hugo Green, impiegato postale afroamericano della Grande Mela, pubblica annualmente i nomi di alberghi, ristoranti, pensioni, nei quali i neri potevano avere accesso.

(My Movies)

Particolarmente scorrevole nel suo andamento progressivo da Road Movie (ottimo il montaggio di Patrick J. Don Vito), Green Book abbandona presto l’iniziale schematismo che vede contrapposte due persone dalla differente estrazione sociale e dal diverso modo di approcciarsi alla vita, per far sì che venga lasciato opportuno spazio, assecondando le reazioni dei protagonisti di fronte alle situazioni in cui si troveranno coinvolti, alla visualizzazione della potenzialità, insita in ognuno di noi, ma spesso soffocata da convenzioni e/o pregiudizi, di riuscire ad osservare il mondo per il tramite dello sguardo di un’altra persona, del diverso da sé, che poi non è altro che una proiezione nella nostra stessa immagine, in nome di una comprensione empatica. Quest’ultima non necessariamente sta a significare una totale accettazione delle altrui modalità esistenziali, ma più semplicemente ed altrettanto  concretamente, una condivisione egualitaria fondata su una reciproca diversità, ritenendo quest’ultima come valore e non certo quale discriminante.

(MyMovies)

La regia di Farrelly, come su scritto piuttosto classica e diretta,  riesce ad offrire  congruo risalto alle interpretazioni attoriali offerte da Mortensen, del tutto camaleontico nel rendere la corporeità ma anche la lineare coerenza caratteriale di Lip, così come Ali trasuda naturalezza nel dare adito, senza alcun manierismo, ad una impostata impassibilità, opportuno paravento per vari tormenti interiori (l’omosessualità,  altra “differenziazione” non vista di buon occhio) nonché atta a celare la diffidenza dovuta ad una scarsa conoscenza di determinate realtà (emblematici gli sguardi rivolti ad alcuni lavoranti di colore); egualmente può scriversi per la rudezza manifestata dal corpulento autista, i cui toni razzisti, e maschilisti,  sembrano più che altro una silente accettazione della mentalità del branco per non essere escluso dalla sua cerchia, lui che ha già messo in atto una serie di equilibrismi per  vivere onestamente (ad esempio, non udire il richiamo delle sirene del facile guadagno, entrando nel giro dei lavoretti collegati al racket).

Forse solo il finale potrebbe apparire sbrigativo, oltre che ovviamente impostato verso il classico happy end, ma nulla toglie alla valenza propria di Green Book, che non è solo figurativa o tecnica, visto che la sagacia e compostezza espressa sinergicamente da sceneggiatura e regia portano in scena una storia di amicizia che si svolge sì nel passato, neanche poi tanto distante, ma del tutto rivolgibile anche al nostro  dorato presente, dove non sempre la Storia rinviene bravi scolari a far tesoro dei suoi insegnamenti (Antonio Gramsci), ovvero, precipuamente, di come sia l’uomo, l’essere umano,  a poter fare la differenza, per il tramite delle sue qualità e lottando perché tutti abbiano la possibilità di poterle esprimere, con  l’augurio che possa realizzarsi una volta per tutte quanto espresso da Martin Luther King nel suo famoso discorso a Washington, durante la Marcia per il lavoro e la libertà del 28 agosto 1963: “Ho un sogno, che i miei quattro bambini un giorno vivranno in una nazione in cui non saranno giudicati per il colore della pelle, ma per l’essenza della loro personalità”.

 


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