Il visone sulla pelle (That Touch of Mink, 1962)

New York, inizio anni ’60, mattina. Cathy Timberlake (Doris Day), archivista meccanografica disoccupata, sta recandosi ad un colloquio di lavoro; piove, una lussuosa vettura nel passare velocemente su di una pozzanghera le inzacchera rovinosamente il vestito. Philip Shayne (Cary Grant), facoltoso uomo d’affari proprietario dell’auto, si accorge della sbadataggine del suo autista ed una volta in ufficio intende porvi rimedio, incaricando Roger (Gig Young), uomo di fiducia e consulente finanziario, di rintracciare la donna e provvedere ad un congruo indennizzo.
Così sarà fatto, ma Cathy, fra saldi principi e forte determinazione, dopo essersi consultata con la cara amica e compagna d’appartamento Connie (Audrey Meadows), rifiuta l’assegno e si presenta nell’ufficio di Philip per cantargliene quattro, restandone subitamente  affascinata, così come l’uomo nei suoi riguardi, tanto da farla partecipare, dopo aver provveduto ad inviare il vestito in tintoria, ad una riunione e portarla con sé in un incontro di lavoro a Baltimora, invitandola poi a cena in quel di Philadelphia (“l’unico posto dove preparano delle buone fettuccine”) e far ritorno infine nella Grande Mela, dove assisteranno ad una partita di baseball degli Yankees.

Doris Day (Dailymotion)

L’affascinante Philip sta mettendo in atto un raffinato piano di seduzione, non intende certo chiedere la mano di Cathy, ma più semplicemente avviare una relazione, da iniziare con un soggiorno alle Bermuda, lasciando comunque alla stupita donna la scelta se accettare o meno, salvo poi fare marcia indietro una volta intuito quanto Miss Timberlake sia coerente a determinate “tradizioni”, intendendo rispettarle.
Ma, a sorpresa, dopo una notte insonne e vari tentennamenti, Cathy accetterà la proposta; il soggiorno sull’isola sembra procedere serenamente, anche se oscurato da vari timori riguardo il mancato rispetto delle convenzioni sociali, i quali si paleseranno con l’avanzare della sera e poi della notte, quando la donna andrà incontro ad un attacco d’orticaria che sembrerà porre fine a tutto…
Classica commedia sofisticata nel più puro stile della “vecchia Hollywood”, Il visone sulla pelle, diretta da Delbert Mann su sceneggiatura di Stanley Shapiro e Nate Monaster, va necessariamente inquadrata nel suo periodo di realizzazione e valutata essenzialmente come un’opera piacevolmente frivola, genuinamente romantica e altrettanto divertente, che può fare affidamento su una regia piuttosto solida ed incisiva nel valorizzare  l’ottimo lavoro di scrittura.

Day e Cary Grant (Qwipster)

L’ andamento narrativo appare piuttosto fluido, tra gag spassose e ben congegnate, cui si accompagnano sapidi dialoghi, densi di sottile umorismo e dai risvolti sessuali poi neanche tanto reconditi per quanto abilmente sottointesi;  eccellenti le interpretazioni attoriali, risaltando al riguardo, in primo luogo, quelle dei due protagonisti: Doris Day esterna una impagabile verve comica, sfruttando la gestualità ma soprattutto la mimica facciale, “giocando” ancora una volta con il consueto ruolo della brava ragazza di provincia, cresciuta a “latte e burro d’arachidi” ma anche coltivando irreprensibili convinzioni morali, quest’ultime messe a repentaglio dall’insinuante Philip, un Cary Grant sornione ed ironico, vagamente sottotono ma sempre irresistibilmente charmant in ogni situazione, anche nell’esternare battute ironiche con irreprensibile nonchalance (“I Quattro Cavalieri dell’Apocalisse hanno ora un compagno di corsa. C’è Guerra, Carestia, Morte, Pestilenza e Miss Timberlake!”).

Gig Young

In secondo luogo non è certo da trascurare, nell’abito di una compiuta coralità che conferisce al film una briosità quasi musicale, l’apporto di comprimari quali Gig Young nei panni di Roger, manager con un probabile complesso edipico, che da un  lato nutre un’ammirazione profonda per il suo capo (velatamente omosessuale), dall’altro serba una rancorosa invidia, a stento mitigata dalla psicanalisi, per le qualità seduttrici del nostro in ogni ambito esistenziale, dovute, in misura equamente suddivisa, all’elegante prestanza fisica e alla sicumera economica, quest’ultima ostentata comunque sempre con tatto e discrezione.
Alla sua interpretazione dobbiamo alcune sequenze particolarmente spassose, come quelle che lo vedono sdraiato sul lettino d’ordinanza a confidare le sue “disgrazie” allo psicoanalista, con questi che andrà a fraintendere, per sua negligenza professionale, alcune rivelazioni, portando l’equivoco sino al finale, in leggero odor di sberleffo.

(Alamo Drafthouse Cinema)

Anche Audrey Meadows nei panni della pungente Connie, con il suo atteggiamento fra il sarcastico ed il disilluso, al colmo di un’amara ironia (“Povere noi! Gliele diamo sempre vinte agli uomini: per duemila anni abbiamo sfornato i loro figli, lavato i loro panni, cucinato i pasti e lustrato le case. E che cosa ci hanno dato in cambio? Il permesso di fumare in pubblico. Ci siamo vendute per una sigaretta! E tu non fumi nemmeno!”), assume una certa rilevanza nella narrazione, così come il viscido latin lover da burla delineato da John Astin. Sorretto  da un felice motivo sonoro (George Duning), spesso funzionale nella resa di gag e situazioni, Il visone sulla pelle sarà anche un film ormai invecchiato come sostengono in molti, però mantiene ancora il sapore proprio e la leggera consistenza “delle cose buone di una volta”, la madeleine de Proust che attraversa quel sogno lungo una vita chiamato cinema.

(Rielaborazione del testo scritto per la puntata del programma “Sunset Boulevard” andata in onda lunedì 20 maggio 2019 su Radio Gamma)

 


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