Carmen y Lola

Madrid, periferia, giorni nostri. Carmen (Rosy Rodriguez), gitana sedicenne, appare  incline a seguire quanto imposto da una famiglia patriarcale ed avallato poi da una realtà  pregiudicante, a partire dallo sposare un uomo scelto dal padre, passando per il seguire i rigidi precetti religiosi impartiti dal pastore della comunità  e finendo col poter aspirare quale massima esperienza lavorativa, sempre che il futuro marito sia d’accordo e vi sia qualche gagì disposta ad assumerla come apprendista, l’attività di parrucchiera. In un vicino quartiere vive la coetanea Lola (Zaira Morales), cugina del fidanzato di Carmen, stessa etnia, ma con ben altre aspirazioni, a partire dalla costante applicazione nello studio, sostenuta dalla madre e malvista invece dal padre, al quale basta che sappia leggere e far di conto, per aiutarlo nel suo lavoro di fruttivendolo al mercato. La ragazza, che ha inoltre una certa propensione al disegno, opportuno sfogo quest’ultimo di sottesi desideri, vorrebbe frequentare l’università  per divenire maestra e sembra abbia altrettanto chiara la propria identità sessuale, nella triste consapevolezza che essere donna, zingara e lesbica non potrà arrecare nient’altro che una triplice discriminazione, all’interno come all’esterno della comunità di appartenenza, tra atavici retaggi e pregiudizi duri a morire.

Rosy Rodriguez (Movieplayer)

Quando le due donne, in apparenza diverse ma in fondo così uguali, si incontreranno e faranno conoscenza, apporteranno mano a mano l’una qualcosa di nuovo nella vita dell’altra, uno scambio vicendevole di idee ed inedite sensazioni, con Carmen che dapprima si rivelerà inorridita all’idea di un amore “diverso” per poi, conquistata dall’affetto sincero e dalle molteplici attenzioni di Lola, non solo ricambiare ma anche, una volta che la relazione verrà allo scoperto, dare battaglia perché termini quali emancipazione o autodeterminazione possano abbandonare l’alveo del sogno o della speranza e tracimare verso un’inedita realtà… Recentemente presentato, in concorso, al 33mo Festival Mix di Milano, dopo essere stato inserito, tra l’altro, nel cartellone della 50ma Quinzaine de Réalisateurs al 71mo Festival di Cannes ed aver conseguito numerosi riconoscimenti (per esempio, il Premio Goya 2019 Miglior Opera Prima e Miglior Attrice non protagonista, Carolina Yuste),  Carmen y Lola, scritto e diretto da Arantxa Echevarría, regista basca al suo esordio nei lungometraggi, è un film che, nel descrivere la nascita ed il consolidamento di un sentimento amoroso tra due donne all’interno di una comunità Rom madrilena, fa leva in primo luogo su toni realistici, evidenti soprattutto nella prima parte.

Zaira Morales (Movieplayer)

Gli ampi movimenti della macchina a spalla tendono a circoscrivere la suddetta comunità  come un  mondo a parte, delimitato da rigide regole  comportamentali  e da un certo fatalismo nell’accettazione supina del proprio destino, insistendo poi sui volti e sui corpi delle due protagoniste, entrambe attrici non professioniste ed esordienti, come buona parte del cast, per catturarne casualmente atteggiamenti ed emozioni, senza però avallare alcun compiacimento o atteggiamento pietistico, mantenendosi distante dalla sociologia spicciola: l’autrice intende essenzialmente visualizzare sullo schermo, senza alcun filtro “estraneo” che non sia la messa in scena della sceneggiatura, la realtà così com’è, resa attraverso lo sguardo di Carmen, visualizzandone la graduale presa di coscienza verso inedite possibilità esistenziali, nella ricerca e nel possibile  consolidamento di una personale felicità coincidente con l’affermazione della propria personalità al di fuori di coercitive imposizioni, proposte e supinamente accettate quali tradizioni da seguire per non trovarsi totalmente estraniate (come il bel personaggio di Paqui, Carolina Yuste, simbolo di una sofferta autonomia), tanto dalla comunità di appartenenza quanto dalla buona società dimentica di come l’eguaglianza propriamente detta non sia altro che una forma di tutela delle personali individualità, rinvenendo  nella diversità una ricchezza e non una scriminante.

(Movieplayer)

Uno stile diretto quindi, documentaristico, anche piuttosto ruvido, sostenuto poi efficacemente dalla scabra fotografia (Pilar Sánchez Díaz) e da un montaggio piuttosto secco (Renato Sanjuán): tutto volge a far sì che noi spettatori si sia costretti a prendere visione e coscienza di quanto, spesso volutamente, ignoriamo, nascosti dietro il dito di facili generalizzazioni, ora volte al compatimento, ora alla colpevolizzazione.
I suddetti stilemi realistici vengono però mitigati una volta che lungo l’iter narrativo prende piede la storia d’amore fra Carmen e Lola, per cui i toni divengono gradualmente più intimisti e tutto sembra essere avvolto da un’aura astratta, fra il magico ed il surreale (la lezione di nuoto in una piscina dove manca l’acqua), contornato da un romanticismo dal sapore antico nel sostenere la rivelazione di inedite emozionalità (il carteggio fra le due donne, attraverso il quale il loro amore troverà  vivida forza) e da una sensualità dolce e delicata (il primo bacio, la vestizione di un pigiama),  lontana dalla visione di quanti intravedono la libertà di un rapporto sessuale all’altezza del buco della serratura, assecondando in tal guisa la consueta pruderie della buona borghesia di provincia. Si ritorna bruscamente alla tragica quotidianità una  volta venuta fuori la relazione, dando luogo ad una violenta reazione della comunità tutta e del padre di Lola in particolare, con tanto di ricorso all’“esorcismo salvifico”.

(Movieplayer)

Irrompe nuovamente il fiabesco nel finale: dopo essersi rifugiate a casa di Paqui, sarà Carmen ad organizzare  una fuga verso il mare, che vedrà le due donne lanciarsi in un simbolico tuffo verso il largo, acque aperte e limpide, i vestiti abbandonati sulla battigia, la gioia di un momento tutto per loro lontano dai soffocanti miasmi di un ambiente retrogrado, a far da contraltare alla sequenza d’apertura che vedeva sempre Carmen irreggimentata fra le fila del proprio clan, imbellettata ed ingioiellata come una Madonna in processione, in attesa della cerimonia di fidanzamento;  realtà ed anelito sognante si rincorrono fra loro, suffragando la speranza che una relazione omosessuale possa essere considerata alla stregua di tante altre, nessuna diversità che non sia rappresentata dalla possibilità insita in ogni essere umano di fare la differenza nel corso del proprio cammino terreno semplicemente attuando una scelta, libera ed incondizionata, riguardo il personale appagamento esistenziale, qualunque possa essere la propria condizione sentimentale. Diretto ed essenziale, Carmen y Lola potrebbe forse apparire leggermente schematico nel susseguirsi delle differenti modalità registiche, ma è da considerarsi un’opera riuscita, necessaria ed attuale nel suo avvolgente richiamo a recuperare l’umanità perduta.

 


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