Le amiche (1955)

(FilmTv)

Torino, anni ’50. In una stanza di albergo la cameriera rinviene una donna riversa nel letto, in stato d’incoscienza, probabilmente causa un tentativo di suicidio, come avrà modo di constatare Clelia (Eleonora Rossi Drago), che occupa la camera accanto, appena giunta nella città natia da Roma, per aprire una filiale della boutique di moda da lei diretta nella Capitale. Il triste episodio le consentirà di conoscere una cerchia di persone facente parte della buona borghesia cittadina, a partire dall’aspirante suicida, Rosetta Savoni (Madeleine Fischer), poi la sua amica Momina De Stefani (Yvonne Furneaux), separata dal marito, la quale intuisce che il disperato gesto è stato causato dall’amore non corrisposto da parte di Lorenzo (Gabriele Ferzetti), pittore non propriamente baciato dal successo, contrariamente alla consorte Nene (Valentina Cortese), ceramista. Della compagnia fa anche parte l’architetto Cesare Pedon (Franco Fabrizi), che sta curando l’allestimento dell’atelier di Clelia ed una giovane piuttosto frivola, Mariella (Anna Maria Pancani). Per dimenticare l’accaduto, una domenica viene organizzata una gita al mare che, causa commenti malevoli a stento trattenuti e battute maligne, non avrà i risultati sperati; Rosetta farà ritorno a Torino in treno, accompagnata da Clelia, l’unica intenta a confortarla realmente, al di là della benevolenza ipocrita esternata da molti, tanto da offrirle un lavoro nella sua boutique.

Madeleine Fischer e Gabriele Ferzetti

Rosetta però seguirà i cinici consigli di Momina e diverrà l’amante di Lorenzo, anche se l’uomo appare spaventato dall’idea  di separarsi da Nene, disposta invece a farsi da parte con la scusa di recarsi in America dove è stata chiamata per un importante lavoro; dopo una serie di tragici accadimenti Clelia farà ritorno a Roma, rinunciando all’amore di Carlo (Ettore Manni), un modesto assistente edile che aveva conosciuto durante l’allestimento dell’atelier.
Quarto lungometraggio di Michelangelo Antonioni (quinto considerando l’episodio Tentato omicidio de L’amore in città, 1953), anche sceneggiatore insieme a Suso Cecchi D’Amico e con la collaborazione di Alba De Céspedes, Le amiche, tratto dal racconto di Cesare Pavese Tra donne sole (contenuto in La bella estate, Einaudi, 1949) ne rappresenta la  conferma  di determinati stilemi formali nel traslare cinematograficamente quanto la contemporaneità andava ad apportare in vari settori dell’esistenza, culturalmente e socialmente, puntando a far sì che ogni sequenza, anche quella apparentemente più vacua ed insignificante (la gita al mare, ad esempio, punto di arrivo riguardo quanto narrato prima ma anche punto di partenza per lo sviluppo successivo) si renda funzionale alla narrazione, come fa notare Giampiero Brunetta ne Il cinema neorealista italiano. Da Roma città aperta ai soliti ignoti (Laterza, 2009).

Eleonora Rossi Drago e Madeleine Fischer

Attraverso una resa narrativa degli eventi quasi cronachistica, cui comunque viene sempre offerta rilevanza oggettiva, le singole vicende si succedono una dietro l’altra per poi confluire in una compiuta visione d’insieme, i dialoghi si rivelano piuttosto pregnanti e la fotografia in bianco e nero (Gianni Di Venanzo) appare attenta a circoscrivere, con tonalità per lo più fosche, tanto gli ambienti (ben distinti fra quelli propriamente “salotto buono” ed altri popolari) quanto gli abiti dei protagonisti, a rappresentanza di un ben determinato milieu; Antonioni delinea poi un fervido ritratto psicologico, precipuamente volto al femminile ma dalla valenza universale, inteso a raffigurare quell’inquieto sintomo d’incomunicabilità insito nei rapporti sociali dell’essere umano “moderno” all’interno di un ben caratterizzato ambiente benestante; va in scena, nella fluidità dei piani sequenza e l’alternarsi di piani americani e medi,  un “deserto dell’ anima” in cui si agitano gli spettri dell’anaffettività, della falsità dei rapporti, della mancanza di qualsivoglia ideale, lambendo le sponde dell’ opportunismo o del “cinismo pratico” (“oggi i principi azzurri prendono cocaina e ballano il mambo”, dice Momina), quando non di un infantile ricorso ai sentimenti, per quanto del tutto libero e spontaneo, in guisa di panacea pronto uso per colmare il proprio vuoto interiore, quest’ultimo rappresentato da un apparentemente ingiustificato “mal di vivere”.

Franco Fabrizi ed Yvonne Furneaux

Egualmente a quanto avviene fra le pagine di Pavese, l’essere umano manifesta una lucida consapevolezza di fronte a quanto il destino gli presenta innanzi di volta in volta, esercitando al riguardo le proprie scelte, dal rinunciare alla vita di Rosetta al lavoro “come modo di essere donna” di Clelia (memorabile la sequenza finale alla stazione, lei al finestrino del treno che cerca con lo sguardo Carlo, che la sta guardando di nascosto: amare è anche non riuscire a dirsi addio), passando per la studiata rassegnazione di Nene, ben consapevole di quanto detto  da Richard Bach:“se ami qualcuno lascialo libero. Se torna da te sarà per sempre tuo, altrimenti non lo è mai stato” e a cui Valentina Cortese offre un’interpretazione realistica, fremente di nervosismo e commozione; gli uomini appaiono esseri imbelli, oscillanti tra dongiovannismo di prammatica ed immaturità sentimentale, per quanto sempre stabili nella loro posizione sociale, ancora non del tutto scalzati dall’avanzare di una sacrosanta emancipazione femminile, quest’ultima ben rappresentata nella sua ferma autodeterminazione dal personaggio di Clelia .

Valentina Cortese e Ferzetti

A tutt’oggi Le amiche, per linguaggio formale e contenutistico, si rivela un film estremamente moderno: d’altronde vi è stato anche chi, come il Los Angeles Times, in occasione di una proiezione della versione restaurata qualche anno addietro, tirò fuori il paragone, forse un po’ azzardato, con la serie tv Sex and the City, ispirata secondo il pensiero del giornalista, all’opera di Antonioni, conclamandone comunque la sempre vivida contemporaneità. Le amiche conseguì il Leone d’Argento per il miglior film alla 16ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, ex aequo con The Big Knife (Robert Aldrich), Ciske the Rat (Wolfgang Staudte) e Poprygunya (Samson Samsonov), insieme a tre Nastri d’argento (regia, fotografia e migliore attrice non protagonista, Valentina Cortese).

 


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