Un ricordo di George Hilton

George Hilton (ScreenWeek Blog)

Dici George Hilton e ti si apre dinnanzi agli occhi tutto un mondo popolato di volta in volta da individui dai nomi quantomeno pittoreschi (Tresette, Alleluja), fisico aitante e sguardo minaccioso, a cavalcare su e giù per un West sudicio tutto “sangue, sudore e polvere da sparo”, fra torve vendette in odor di giustizia “casalinga” e missioni ispirate dall’odore dei soldi (Amico, ho 300.000 ragioni per tirarti fuori di qui… però mi accontento della metà, da Vado…l’ammazzo e torno, 1967, Enzo G. Castellari), quando non improvvisati giustizieri mascherati, in barba a Johnston McCulley (Ah sì?… E io lo dico a Zzzorro!, 1975, Franco Lo Cascio) o, ambientazione ora moderna e quotidiana, protagonisti di torbidi gialli/thriller (Lo strano vizio della signora Wardh, 1971, Sergio Martino; Perché quelle strane gocce di sangue sul corpo di Jennifer?, 1972, Giuliano Carnimeo); un modo di fare cinema che, volenti o nolenti, appartiene alla nostra storia e cultura cinematografica, basato sullo sfruttamento dei generi, certamente semplice ed “artigianale”, ma frutto di geniali e spesso felici intuizioni, dando al mondo della settima arte una connotazione ed una fascinazione forse ingenua, ma connotata da una sana creatività cui si univa un afflato “sanamente” popolare, come ci ha ricordato spesso e volentieri quell’ingordo “masticatore pop” di Quentin Tarantino, che ha sempre sottolineato l’importanza nella sua formazione dell’influenza esercitata dai film di genere italiani, opere spesso originali, pur ispirate da produzioni più famose, sempre diversificate nello stile ed idonee ad essere apprezzate anche al di là dei nostri confini.

(ivid)

George  Hilton, all’anagrafe Jorge Hill Acosta y Lara (Montevideo, 1934), ci ha lasciato ieri, lunedì 28 luglio, a Roma, ed è stato uno dei più prolifici attori nell’ambito degli spaghetti western ma non solo, riprendendo quanto su scritto: dopo qualche pellicola girata in Argentina come Jorge Hilton, giunse in Italia e, mutato il nome in George, si adoperò nel campo della pubblicità, per poi divenire protagonista del film Il corsaro nero nell’isola del tesoro (1965, Vertunnio De Angelis) e mano a mano interprete di vari film, anche se il ruolo che lo impose definitivamente fu quello dell’alcolizzato Jeffrey Corbett in Le colt cantarono la morte e fu… tempo di massacro, veloce tanto nel mandar giù alcool quanto nell’estrarre la pistola dalla fondina, diretto da Lucio Fulci su soggetto e sceneggiatura di Fernando De Leo nel 1966, fratello del Tom interpretato da Franco Nero, entrambi alle prese con i “cattivoni” Scott, padre (John M. Douglas) e figlio (Nino Castelnuovo), soliti fare il bello ed il cattivo tempo in paese. Fu l’inizio di tutta una serie di titoli spaghetti (Il tempo degli avvoltoi, 1967, Nando Cicero; Un poker di pistole, 1967, Giorgio Vari; La più grande rapina del west, Maurizio Lucidi, 1967; T’ammazzo raccomandati a dio, Osvaldo Civirani, 1968), anche se una volta che l’interesse per il genere andò scemando Hilton rivelò una certa duttilità, divenendo interprete anche di gialli, come già scritto, poliziotteschi (Torino violenta,1977, Carlo Ausino)  o commedie (College, 1984, Castellano e Pipolo), lavorando attivamente per buona parte degli anni’80. Hilton ebbe vari doppiatori, fra i quali ricordiamo Sergio Graziani, Pino Locchi e Pino Colizzi.


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