C’era una volta … a Hollywood

Hollywood, 8 febbraio 1969. Rick Dalton (Leonardo DiCaprio) è una star televisiva che ha avuto il suo periodo di massima popolarità tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60, grazie soprattutto alla serie western Bounty Law, dove recitava da protagonista. Ora quel successo sembra piuttosto distante, il nostro, che rivela una “tradizionale” propensione ad annegare le proprie ambasce nell’alcool, si ritrova a recitare per lo più in ruoli secondari, solitamente nella parte del villain di turno, forse avrebbe bisogno di “riciclarsi” in qualcosa d’inedito, magari, come gli suggerisce l’agente di casting Marvin Shwarz (Al Pacino), potrebbe trasferirsi in Italia, dove molti registi hanno dato nuova linfa ai generi cinematografici, reinventandone o rielaborandone dinamiche e stilemi; Rick però si rivela disgustato dalla proposta ed accetta ancora una volta di prendere parte ad una serie televisiva, Lancer, chiamato direttamente dal regista Sam Wanamaker (Nicholas Hammond), il quale intende comunque apportare qualche elemento di novità alle caratteristiche del  personaggio che  dovrà interpretare. Accanto a Rick vi è la presenza costante di Cliff Booth (Brad Pitt), veterano della II Guerra, stuntman e sua controfigura in molti film, amico fidato che si presta volentieri a fargli da autista e tuttofare, anche se non gode di buona fama nell’ambiente, vuoi per la diceria che abbia fatto fuori la consorte, vuoi per aver elargito qualche sganassone a un certo Bruce Lee (Mike Moh) sul set di The Green Hornet.

Brad Pitt e Leonardo DiCaprio (Movieplayer)

Se l’attore risiede in una lussuosa villa sulle colline di Cielo Drive, necessaria a suo dire per far intendere nell’ambiente dove sei arrivato, il galoppino ha invece come dimora una sgangherata roulotte dietro il Van Nuys Drive-In Theater, che divide col cane Brandy; Rick si ritrova ora come vicini di casa Roman Polanski (Rafal Zawierucha) e Sharon Tate (Margot Robbie), marito e moglie, simbolo di quel cinema “alto” che probabilmente non lo prenderà mai in considerazione, mentre Cliff entrerà in contatto con la comune guidata da tale Charles Manson (Damon Harriman), che ha la sua sede al vecchio Spahn Ranch, set cinematografico ormai in disarmo dove ha lavorato in passato… Giunto al suo nono film, Quentin Tarantino, sempre regista e sceneggiatore, inverte leggermente la rotta e, pur mantenendo intatta la propria condizione di “masticatore pop”, come mi è sempre piaciuto definirlo, rende Once Upon a Time in… Hollywood, presentato in anteprima al 72mo Festival di Cannes, una malinconica ballata modulata ponderatamente su tonalità per lo più intimistiche e nostalgiche, celebrando tanto la tematica dell’amicizia virile, qui delineata all’interno di una coppia i cui componenti appaiono speculari l’uno all’altro, quanto una composita elegia cinefila delineata, come da titolo, in forma fiabesca, quindi propensa, per l’appunto come le vecchie fiabe della tradizione popolare, tramandate oralmente (infatti è presente la voce narrante, Kurt Russell nella versione originale), ad arricchirsi di particolari inediti ogni volta che viene narrata, tali anche da mettere in atto una trasmutazione del reale.

Margot Robbie (AntroAtomico)

Tarantino, memore di certo cinema francese (mi sovviene, fra l’altro, il Godard di Bande à part, 1964, ma anche il Demy  di Model Shop, 1969), sceglie dunque “semplicemente” di narrare le quotidiane vicende di Rick, Cliff e Sharon, sostenendo un’apparente casualità, seguendo il loro peregrinare lungo le arterie cittadine o riprendendoli nell’ambito della loro attività lavorativa; rimarca così, gradualmente, il colore dell’epoca, con studiate inquadrature di cinema, manifesti, insegne, accompagnate nel loro fluire onirico dalle canzoni (e dagli spot pubblicitari) del tempo, coincidenti nella finzione scenica con quanto viene trasmesso dalla radio o diffuso via giradischi, oltre che da un’accurata ricostruzione scenografica (Barbara Ling) “all’antica” (niente effetti digitali, se non in qualche raro caso) e dalla cura profusa nei costumi (Arianne Phillips), senza dimenticare la resa ora calda e “pastellosa”, ora lisergica, offerta dalla fotografia di Robert Richardson. Trovano così risalto le psicologie proprie dei protagonisti, ulteriormente rappresentate  da improvvise elissi in forma di flashback, ben orchestrate dal montaggio (una su tutte, quella relativa al passato di Cliff, la discussione con la moglie, che lascia intuire quale possa essere stato il suo seguito, e l’alterco con Bruce Lee, da lui chiamato Cato*, l’assistente dell’ispettore Clouseau) ed ovviamente esaltate dalle ottime interpretazioni attoriali.

Pitt, DiCaprio, Al Pacino (LaScimmiaPensa)

Ecco allora DiCaprio del tutto immedesimativo nel concedere spazio alla tormentata impulsività  recitativa propria di Rick, quest’ultima evidente soprattutto nella fulgida sequenza dove l’attore, dopo una crisi conseguente al non rammentare le battute in scena e memore del recente confronto con una ragazzina attrice tutta metodo e rigore, ritrova la dignità perduta ed offre un’interpretazione in gran spolvero, andando oltre il copione; la carismatica aura di mistero, mista ad un certo disincanto, che avvolge Cliff, Pitt semplicemente straordinario per naturalezza e sottesa ironia, come si può notare nella scena, densa di tensione, in cui lo vediamo entrare allo Spahn Ranch; la gioiosità fanciullesca di Sharon Tate, felicemente resa da Margot Robbie nella sequenza che la vede assistere in un cinema alla proiezione di The Wrecking Crew, piedi stesi sulla poltrona di fronte, sorridente nel visionare la sua interpretazione e notare la gaudente reazione degli spettatori, cui fa da contraltare, in montaggio parallelo, la sopra descritta difficoltà di Rick nel recitare. In Once Upon a Time in… Hollywood tutto scorre come se l’azione si materializzasse qui ed ora, all’interno di un ragionato vortice ipnotico che cattura la città dei sogni, quindi l’industria filmica, nell’ambito di un periodo di profonda trasformazione, che porterà all’affermazione dei Movie Brats, “i monelli del cinema”, giovani registi ispirati dalla controcultura dell’epoca (la sempre più massiccia presenza della televisione, che nel film vediamo eternamente accesa, il fenomeno hippie) ma anche da tanto cinema europeo, attraversato da “nuove onde” espressive e da una rivisitazione dei generi intinta in un’istintiva artigianalità spesso volta verso una conclamata autorialità.

Tarantino per il tramite di un linguaggio spesso e volentieri metacinematografico cita in fondo anche se stesso, insistendo su quelle realizzazioni che ne hanno influenzato l’input artistico, dipingendole però non in virtù di quel trasporto elaborativo più volte conclamato, bensì evidenziando quella diffidenza che opere tanto diverse dai consueti canoni rappresentativi e/o di contenuto spesso andavano a ricevere, anche perché ponevano in discussione determinati valori, certo universali, ma che proprio per questo andavano ad intaccare quelli propri di una nazione cresciuta orgogliosamente sulla scia del mito della frontiera.
Il Tarantino più esagitato, al colmo di quell’ “infernale” miscuglio di violenza sospesa tra il parossistico, raccapricciante, grand guignol  e l’effetto in stile cartone animato, trova improvvisa deflagrazione nel finale, quando si imporrà la consuetudine cinematografica che vede la controfigura prendere le botte in luogo dell’eroe e quest’ultimo riacquistare il proprio ruolo d’indomito cavaliere, il cui guiderdone sarà costituito dall’essere finalmente invitato alla corte del cinema “di serie A”,  a casa Polanski, dando vita così ad un ideale connubio fra intrattenimento popolare ed autorialità. Concludendo, un Tarantino “così eguale così diverso”, che forse potrà sconcertare i più, ma sempre devoto allo spettacolo cinematografico in quanto tale, il cinema nella sua purezza affabulante, idonea a ricondurre il sogno di una diversa realtà nella forse più preferibile realtà del sogno. Dimenticavo: finito il film attendete lo scorrere dei titoli di coda, al loro termine potrete gustare una gustosa ciliegina.

 

*Il personaggio, interpretato da Burt Kwouk, col nome di Kato (poi Cato), appare per la prima volta in A Shot in the Dark, Uno sparo nel buio, Blake Edwards, 1964


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