Un ricordo di Antonello Falqui (e di una televisione che non c’è più)

Il regista Antonello Falqui nel programma “Dove sta Zazà?” su Rai 1, Roma, 5 maggio 1973. ANSA

La passione rivolta a “tutto ciò che fa spettacolo” ha trovato buon albergo in me sin da bambino: ritengo che gran parte di questa fascinazione abbia pervaso il mio animo raggiunta un’età tale da ovviare alla regola genitoriale “a letto dopo Carosello”, prendendo quindi visione, fra vari sceneggiati e qualche film, di spettacoli come Mille luci (1974) o Bambole, non c’è una lira (1977), il ricordo dei quali, ovviamente avvolto dalle spesse nebbie dello scorrere temporale, è poi riaffiorato una volta grandicello: dapprima grazie alle videocassette, poi ai dvd ed infine in virtù dell’apporto definitivo offertomi dal web, mi sono messo alla ricerca, novello Indiana Jones dell’etere, di quanto aveva solleticato la mia fantasia, oltre a documentarmi attraverso la lettura di vari libri, andando a rivivere le sensazioni “ del tempo che fu”, vagliando il tutto con nuovi occhi ed inedita consapevolezza, anche critica. E’ così che ho potuto conoscere la grandezza di autori come Antonello Falqui, morto lo scorso venerdì, 15 novembre, a Roma, sua città natale (1925), che ha accompagnato la nascita del varietà televisivo nel nostro paese, apportando non poche innovazioni.

(Amazon)

Sua era la regia degli spettacoli citati ad inizio articolo, così come, ancora prima, 1961, di Studio Uno, il teatro di rivista portato in televisione ma senza luccicanti scenografie, bensì dando corpo ad un’essenzialità che offriva congruo risalto alle coreografie dei balletti e alle esibizioni degli ospiti, con tanto di cambio di scena a vista; fu trasmesso fino al 1966, con una sostituzione nel 1964, quando sull’allora Programma Nazionale della Rai andarono in onda otto puntate di Biblioteca di Studio Uno, rilettura di celebri classici della letteratura che già erano stati oggetto di un adattamento cinematografico o anche televisivo, da Il conte di Montecristo all’ Odissea, senza dimenticare, tra gli altri, I tre moschettieri o Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde. Protagonisti i componenti del mitico Quartetto Cetra (Lucia Mannucci, Virgilio Savona, Tata Giacobetti, Felice Chiusano), affiancati di volta in volta da celebri attori cinematografici e teatrali.

(Anobii)

Proprio ieri sera, sull’onda emozionale scaturita dalla notizia della scomparsa di Falqui, ho messo su il dvd de La primula rossa (dal romanzo di Emma Orczy, The Scarlett Pimpernel, 1905) e sono nuovamente entrato in un mondo televisivo dove parole quali grazia ed eleganza in riferimento ad un intrattenimento sanamente popolare potevano vantare ancora un senso: la regia di Falqui dagli ampi movimenti di macchina, la cura nelle scenografie (Cesarini da Senigallia) e nei costumi (Folco), le coreografie di Gino Landi, le canzoni a far da asse portante agli sketch, che riprendevano i successi del tempo o comunque melodie famose (i testi erano opera dello stesso Falqui e dei Cetra, affiancati da Dino Verde e Guido Sacerdote, la direzione musicale faceva capo al Maestro Bruno Canfora), un eccelso Renato Rascel nei panni di Robespierre, danno vita più che ad una parodia ad una vera e propria reinterpretazione dell’originale di riferimento, rispettandone struttura fondamentale e personaggi.

(Pinterest)

Non intendo con questo personale ricordo di Falqui mettere in atto un forse vacuo richiamo ad una televisione che non vi è più, ben venga l’innovazione se concreta ed apporta qualità e non mera scopiazzatura o il classico assolvimento del compitino, bensì, più semplicemente, ribadire quanto sostengo anche nell’ambito di certe proposte cinematografiche, ovvero il rispetto del pubblico non consiste solo nel proporgli in odor di serialità quanto esso richiede, o si presume possa desiderare, ma nello stimolarlo offrendogli il senso del bello, del ben fatto, acuendone così lo spirito critico piuttosto che sopirlo.


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