Il grande sonno (The Big Sleep, 1946)

Los Angeles, anni ’40, L’anziano  generale Sternwood (Charles Waldron), costretto da acciacchi vari su una sedia a rotelle dopo aver condotto una vita piuttosto libertina, riceve nella calda serra della sua villa, ideale per la coltivazione delle orchidee, l’investigatore privato Philip Marlowe (Humphrey Bogart). Intende affidargli un delicato incarico, indagare  sul misterioso ricatto ordito nei confronti della figlia minore, Carmen (Martha Vickers), relativo a dei debiti di gioco, una serie di pagherò nei confronti di tale Geiger (Theodor von Eltz), un libraio.
Ma pare che anche l’affascinante primogenita, Vivian (Lauren Bacall), un matrimonio fallito alle spalle, abbia qualcosa da nascondere, d’altronde è lo stesso genitore a sottolineare che entrambe sembrano avere “tutti i vizi più ovvi e qualcuno che si sono inventate da sole”.
Marlowe inizierà ad investigare, ma ben presto si troverà invischiato in una torbida vicenda, un convulso concatenarsi di rivelazioni, omicidi, minacce, sullo sfondo di una città avvolta dalla cappa opprimente del caldo asfissiante così come dalla morbosità decadente dell’ambiente “bene”. Indifferente ad ogni “consiglio” di tenersi alla larga dal potenziale vaso di Pandora, del quale ha ormai sollevato il coperchio, Marlowe non demorderà dallo scoprire la verità, poco importa se le prove acquisite saranno bastevoli solo nel dimostrare a se stesso di aver seguito la pista giusta, essendo più importante, invece, mantenere saldo il proprio codice morale, pur a prezzo di qualche compromesso. Inoltre l’amore che nutre nei confronti di Vivian, ricambiato, forse potrà dare un inedito senso di speranza al futuro di ambedue…

Humphrey Bogart e Martha Vickers (Pinterest)

Adattamento dell’omonimo romanzo di Raymond Chandler (1939), su sceneggiatura di William Faulkner, Leigh Brackett e Julies Furthman, per la regia di Howard Hawks, The Big Sleep è per certi versi un noir anomalo, connotato, ancora prima che dagli stilemi tipici del genere, dalla disinvoltura propria del cineasta americano di assecondare una trama piuttosto contorta, non interessandosi più di tanto all’intrigo in sé, preferendo offrire rilevanza alle reazioni dei personaggi di fronte agli eventi e nei rapporti fra di loro, rimarcando quindi i bei dialoghi, intrisi di cinismo, sottile ironia ed allusioni erotiche neanche poi tanto velate, considerando l’epoca di realizzazione (“voleva sedersi sulle mie ginocchia mentre ero in piedi”, la definizione che Marlowe dà dell’intraprendenza sessuale propria di Carmen).
La regia di Hawks si concentra su pochi movimenti di macchina, lascia che l’azione si sussegua a ritmi incessanti una sequenza dopo l’altra, sfruttando l’intuizione già propria del precedente To Have and Have Not (Acque del Sud, 1944), ovvero contrapporre al ruvido Bogart un personaggio femminile che potesse tenergli testa in quanto a caparbietà e determinazione, la splendida Lauren Bacall, qui nei panni dell’enigmatica Vivian: la passionalità è evidente ad ogni inquadratura, con un fremito erotico palpabile, sottolineato come su scritto da dialoghi allusivi, ad esempio quello, emblematico, vertente apparentemente sull’ippica (“certo che lei ha classe, ma non so se resiste alla distanza”; “molto dipende da chi è in sella”), presente in una sequenza girata a riprese già concluse e poi aggiunta alla pellicola.

Dorothy Malone e Bogart (Blu-ray Authority)

Da non sottovalutare il duetto fra Bogie e Dorothy Malone, quest’ultima nei panni, capelli bruni raccolti dietro la nuca, sensuale sguardo nascosto da un paio d’occhiali, della proprietaria di una libreria: viene infatti messo in scena un reciproco gioco di seduzione, progressivamente incline ad uscire allo scoperto, fra battute insinuanti e sguardi colmi di sottintesi.
Hawks alternando attentamente soggettività ed oggettività  segue Marlowe passo dopo passo, allinea l’obiettivo al suo sguardo, facendosi carico della sua visione delle cose, di ogni sensazione o pensiero, della sofferente ostinazione, delle battute taglienti, dei dialoghi tesi che ha con ogni personaggio, attento sì al risvolto giallo della storia, ma soprattutto alle sue pieghe psicologiche e morali. Marlowe infatti, che non nasconde una certa ammirazione per il vecchio generale, si rende portatore di un messaggio etico, divenendo una sorta di filtro per tutte le impurità incontrate lungo il cammino e Bogart, con quello sguardo intriso di tristezza e disincanto, gli conferisce l’aura di un moderno cavaliere, colui che nel fronteggiare il pericolo non nasconde un certo timore, ben conscio comunque a quali valori dare priorità e rilevanza nella vita.

Bogart e Lauren Bacall

Nel 1979 venne girato un discreto remake, che nella versione italiana porta il titolo Marlowe indaga, scritto e diretto da Michael Winner, piuttosto distante dal fascino torbido proprio dell’opera di Hawks; l’azione si sposta da Los Angeles a Londra, mentre ad interpretare Marlowe troviamo Robert Mitchum, all’interno di un cast che vede anche la presenza, fra gli altri, di James Stewart ad impersonare il generale Sternwood. Ma l’originale resta ineguagliabile, vuoi per l’incisivo connubio fra sceneggiatura e regia, vuoi per il magnetismo sensuale sprigionato dalla coppia Bogart- Bacall, incline ad esprimersi sia  tramite il non detto (le loro ombre che si stagliano sui titoli di testa mentre ambedue accendono una sigaretta per poi riporla nel posacenere, con l’inquadratura a restringersi su di esso, ripresa poi sui titoli di coda) sia l’allusione erotica sempre più marcata, vedi il dialogo tra Marlowe e Vivian, dopo che lui ha esternato in qual modo intende mettere a posto le cose: “Hai dimenticato me”. “Cosa hai che non va?”  “Niente che tu non possa sistemare”, probabilmente uno dei più bei finali della storia del cinema.

Pubblicato su Diari di Cineclub N.80-Febbraio 2020


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