Lontano lontano

(MyMovies)

Roma, Trastevere e dintorni, giorni nostri. Due amici al bar, Giorgetto (Giorgio Colangeli) e il Professore (Gianni Di Gregorio), un bicchiere di vino, quattro chiacchiere, una pensione che sembra farsi sempre più bassa nel suo ammontare complessivo e comunque quasi mai corrispondente al potere d’acquisto. Se per il primo, bighellone dal “core bono”, la situazione previdenziale corrisponde a quel poco di lavoro che ha interessato la sua esistenza, per il secondo quantifica alla lontana gli anni d’insegnamento, Latino e Greco, con l’aggiunta dell’insinuante dubbio se quelle lezioni siano state concretamente proficue per i suoi alunni; comunque per ambedue, a prezzo di qualche sacrificio e rinuncia, la pensione percepita si rivela appena bastevole ad arrivare a fine mese. Ecco allora farsi strada nella mente di Giorgetto un’idea illuminante: perché non trasferirsi all’estero, individuando un paese dove si possa vivere con maggiore dignità? Si potrebbe contattare tale Attilio (Ennio Fantastichini), ora restauratore di mobili antichi dopo che in passato ha svolto vari mestieri e girato in lungo e in largo per il mondo, il cui fratello sembra si sia trasferito fuori dagli italici confini da tempo, anche se poi si scoprirà che risiede in quel di Terracina… Si rivolgeranno allora al distinto Professor Federmann (Roberto Herlitzka), il quale, soppesando pro e contro, infine indicherà loro le Azzorre quale residenza ideale. Non tutto però è così semplice, occorrono documenti, adempimenti burocratici e, soprattutto, una reale volontà, al di là di una svagata idealizzazione; d’altronde un viaggio può assumere diverse connotazioni, anche intraprendere un nuovo percorso all’interno di se stessi, scoprendo inedite sensazioni o ridestando quelle da tempo sopite, magari alla luce di rinnovate modalità esistenziali volte alla condivisione…

Giorgio Colangeli e Gianni Di Gregorio (San Marino RTV)

Presentato nella sezione Festa Mobile del 37mo Torino Film Festival, Lontano lontano, diretto da Gianni Di Gregorio, anche autore della sceneggiatura insieme a Marco Pettenello, sulla base del suo racconto Poracciamente vivere pubblicato da Sellerio Editore, nell’antologia Storie dalla città eterna, rientra fra quei titoli italiani che hanno ovviato alla mancata uscita in sala causa la nota emergenza sanitaria con la disponibilità sulla piattaforma web RaiPlay. A dodici anni dal felice esordio registico con Pranzo di Ferragosto, dopo le esperienze teatrali e i trascorsi di sceneggiatore ed assistente alla regia per autori, fra gli altri, come Matteo Garrone e Sergio Castellitto, cui seguirono Gianni e le donne (2011) e Buoni a nulla (2014), Di Gregorio mantiene, fortunatamente, del tutto vivido e pulsante quel suo particolare tocco idoneo a  far sorridere ed indurre alla riflessione con grazia e leggerezza, puntando al sottotono e al minimalismo rappresentativo, avvalendosi di  un’invidiabile compostezza formale, riflesso di quella propria del protagonista interpretato dallo stesso regista, facendo sì che la narrazione proceda naturalmente, sostenendo l’incedere anche casuale degli accadimenti. L’estemporaneità della recitazione e delle battute sono comunque sempre sostenute da una più che valida regia, incline a catturare con frequenti ed intensi primi piani ogni espressione degli interpreti ma anche a valorizzare quale ulteriore se non principale interprete la Città Eterna, visualizzata nel suo fascino più popolaresco in guisa di caratterizzazione estremante concreta ed espressiva.

Roberto Herlitzka (YouTube)

Nel delineare le vicende dei tre pensionati, fra i quali risalta per aderente immedesimazione un Ennio Fantastichini qui al suo ultimo ruolo, con un encomio fra i personaggi secondari allo straordinario dotto viveur reso da Herlitzka, la cesellata sceneggiatura, che poggia su dialoghi ben costruiti, non indulge in pietismi o buonismi di prammatica, né si piega al facile riso o alla drammatizzazione, prediligendo bensì il divenire delle varie situazioni di fronte l’obiettivo della macchina da presa, non mancando di sottolineare tramite il contrappunto di una garbata ironia determinate magagne dell’italico “malcostume mezzo gaudio” (la sequenza dell’attesa per ritirare la pensione all’ufficio postale, in assenza di fila, o quella in cui Giorgetto chiede lumi ad un supponente impiegato sul trasferimento all’estero della somma previdenziale). Il professore e la sua insofferenza nei confronti di un mondo che intende andar per conto suo a passo di carica, Giorgetto e la sua imperturbabile arte d’arrangiarsi, Attilio e il suo peregrinare mentale fra vagheggiati ricordi e consueta quotidianità, rappresentano dunque con i loro comportamenti al limite del candore esistenziale un blocco unico di variegata e persistente umanità, sostanzialmente consapevoli dei propri limiti e di aver comunque vissuto, fra alti e bassi, la vita che intendevano vivere e alla quale ora è forse giunto il momento di conferire altri significati nel proseguire il cammino, magari in nome di una compartecipazione verso chi ha dovuto compiere un viaggio spinto da una reale e stringente necessità ed è in attesa di compiere quello probabilmente definitivo, per ottenere un’auspicabile dignità in nome di un riconquistato umanesimo.

Ennio Fantastichini, Di Gregorio, Colangeli (RaiPlay)

Un film che palpita di un delicato, e a suo modo sorprendente, intreccio di umorismo, poesia e romanticismo,  in contrapposizione tanto a certi standard cinematografici nostrani volti al facile riso o mutuati dalla fiction televisiva, quanto ad alcuni modelli di comportamento spesso imposti nell’odierna società, confluenti a volte nella maleducazione o nel cattivo gusto. I tre simpatici settantenni infatti, nel frequentarsi, ipotizzando un’esistenza diversa ed affrontando anche situazioni lontane dalla consueta ritualità quotidiana, andranno comunque a compiere, riprendendo quanto scritto nel corso dell’articolo, il viaggio forse più importante, quello idealizzato da Marcel Proust (“L’unico vero viaggio verso la scoperta non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi, ma nell’avere nuovi occhi”), volto a riassaporare la propria essenza primaria nell’approcciarsi al mondo, la ritrovata capacità di comprendere e condividere aspettative e speranze, propria di chi è ben consapevole, simile all’ape protagonista di una nota poesia di Trilussa che si poggia su un bottone di rosa, lo succhia e se ne va, di come la felicità sia in fondo una piccola cosa: la concretezza propria di quanti, non adeguandosi ai modelli comportamentali imposti dall’indifferenza e dal menefreghismo pressoché imperanti, sono scesi a patti con la vita nel preferire la concreta letizia di un compromesso a quella, apparente, indotta da un’artefatta realtà e dai suoi falsi valori.

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