Dafne

Presentato alla 69ma Berlinale, dove ha conseguito il Premio Fipresci, Dafne, secondo lungometraggio di Federico Bondi dopo Mare nero (2008), è uno di quei (pochi) film da salvaguardare quale realizzazione certo preziosa nel visualizzare la disabilità rifuggendo dai consueti toni buonisti o, peggio ancora, pietistici. Autore anche della sceneggiatura, Bondi predilige invece stilemi narrativi del tutto aderenti al reale nel far emergere come la cosiddetta  “ diversità” più che essere considerata quale scriminante possa, e debba, essere ritenuta il valore aggiunto di una concreta eguaglianza. Quest’ultima rappresenta dunque la fonte cui attingere per innalzare il pilastro portante di una necessaria umanità, spesso smarrita nei meandri labirintici di un presunto moderno efficientismo, quell’illusorietà a lungo coltivata e ricercata della perfezione assoluta, tanto nell’aspetto fisico quanto negli atteggiamenti esistenziali esternati nei confronti di noi stessi e con coloro coi quali ci andiamo a confrontare lungo il nostro quotidiano percorso.

Carolina Raspanti (Lazzaro Felice)

Merito precipuo, da attribuire al lavoro sinergico di sceneggiatura e regia, è di aver operato una soggettivazione del racconto cinematografico, rendendo la trentacinquenne Dafne, interpretata senza filtri da Carolina Raspanti, realmente portatrice di quella condizione genetica nota come Sindrome di Down, una sorta di cartina di tornasole nell’evidenziare quei limiti propri  di chi fatica a comprendere e conseguentemente ad accettare determinati accadimenti, magari improvvisi, inclini a turbare la propria condizione esistenziale, alla luce di necessari adattamenti elaborativi.
E’ quanto accade al padre di Dafne, Luigi (Antonio Piovanelli), una volta sopraggiunta, non prevista, la morte dell’amata consorte Maria (Stefania Casini), proprio al momento di rientrare a casa, concluse le vacanze estive.

(Informatore Coop)

Dafne con la sua ruvida schiettezza e la sua determinazione non erge un muro contro gli eventi né ricerca rimedi, anche artificiali, che possano volgerli, momentaneamente, al positivo (mirabile al riguardo la sequenza in cui rifiuta di assumere le medicine “per non piangere”, come le suggerisce il babbo, rivendicando il sacrosanto diritto di dare libero sfogo al proprio dolore), bensì prende consapevolezza delle difficoltà presenti e di quelle che verranno, le accetta considerandole quale parte integrante di un determinato periodo della propria vita, senza farsi condizionare da esse riguardo, ad esempio, la continuazione del proprio lavoro (è commessa in un grande supermercato).

Raspanti ed Antonio Piovanelli (Controradio)

Confortata anche dall’affetto di amici e colleghi cerca poi di riversare tale pervicacia nell’attaccarsi alla vita così come viene, sempre e comunque, nei confronti dell’anziano genitore, il quale va invece incontro ad una comprensibile depressione, preoccupato poi delle sorti della figlia una volta che anche lui non ci sarà più, rimanendo però stupito della sua energia vitale nel rinvenire sempre inedite modalità d’approccio alla quotidianità, alla luce anche di un nuovo rapporto da instaurare sulla base di una necessaria e ritrovata reciprocità d’intenti. Bondi, affidandosi alla forza delle immagini nell’alternare fluidi piani sequenza ad intensi primi piani, suffraga con trasporto documentaristico ironia e dramma; delinea quindi, senza alcuna mediazione “estranea” che non sia il filtro della sceneggiatura, una rappresentazione della realtà così com’è, rendendola attraverso lo sguardo, al contempo disincantato e “spietato”, dell’ostinata protagonista.

Carolina Raspanti ed Antonio Piovanelli

Da rimarcare l’assenza di una colonna sonora propriamente detta, praticamente sostituita dalle canzoni connaturate al narrato, cioè coincidenti, per esempio, con la loro esecuzioni all’interno di una sala o via radio, che contribuisce alla sensazione che i vari avvenimenti  si stiano verificando “qui ed ora”, affidandosi riguardo la costruzione complessiva dell’iter narrativo, pur miscelando  finzione cinematografica e realtà fenomenica, alla casualità, all’accadimento materializzatosi dinnanzi la macchina da presa ed offerto all’elaborazione di noi spettatori. Veniamo così guidati a prendere visione e coscienza di quanto, spesso volutamente, ignoriamo, nascosti dietro il dito di facili generalizzazioni, magari volte al compatimento o alla pietà d’accatto.
Bondi prende distanza da sbrigative annotazioni sociologiche, preferendo a quest’ultime il far venir fuori con estemporaneità le psicologie dei protagonisti, creando una certa empatia del tutto naturale, lontana quindi da compromessi complici, puntando sull’essenzialità rappresentativa, spingendoci a riprendere contatto con una morale che non si nutra di ipocrisie o buonismi di circostanza.

(Portale Giovani-Comune di Ferrara)

Forse si può notare qualche momento statico nella narrazione del viaggio, parzialmente a piedi, che padre e figlia metteranno in atto per raggiungere il paese nel cui cimitero riposa Maria, anche se non gli si può negare il valore profondo di una concreta metafora nel visualizzare un percorso formativo volto ad una rinnovata conoscenza e definitiva accettazione reciproca, fino ad arrivare alla bella ed intensa sequenza finale, che mi astengo dal rivelare, la quale assume la consistenza propria di un inno alla continuazione della propria vita perpetrando sempre il ricordo di chi non c’è più ma continua comunque ad ispirare condotta ed atteggiamento esistenziale.
Dafne è certo un film da vedere, per sorridere e riflettere, magari convenendo alla fine che la tanto decantata  “normalità”, almeno considerando la sua attuale portata identificatrice di un’artefatta realtà, non sia altro che “una brutta parola”, come sottolineava la nonna resa con realistico disincanto e sorniona ironia  da Ilaria Occhini in Mine vaganti (Ferzan Özpetek, 2010).


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