Ombre rosse (Stagecoach, 1939)

(Wikipedia)

West degli Stati Uniti, 1880. Un dispaccio avvisa il comando delle “giacche blu” che gli Apache guidati da Geronimo hanno sconfinato dalla riserva e sono sul piede di guerra, anche se, causa la rottura del telegrafo, la minaccia non è del tutto quantificabile. Dalla cittadina di Tonto è in partenza una diligenza, diretta verso Lordsburg, che, in considerazione del probabile assalto indiano, viene scortata da un plotone della cavalleria, e lo sarà almeno fino ad una delle due stazioni di sosta previste. In cassetta il postiglione Buck (Andy Devine) e il marshal Wilkox (George Bancroft), mentre a bordo prenderà posto un eterogeneo gruppo di viaggiatori:Lucy Mallory (Louise Platt), moglie incinta di un ufficiale, il giocatore professionista Hatfield (John Carradine), il quale offre alla donna la sua protezione, il rappresentante di liquori Peacock (Donald Meek), che troverà un amico fraterno nel dottor Boone (Thomas Mitchell), alcolizzato, “invitato” a lasciare il paese, insieme alla prostituta Dallas (Claire Trevor), dalla benemerita Law and Order League. Vi si aggiungeranno il banchiere Gatewood (Berton Churchill), in fuga con i depositi della banca, e durante il tragitto, l’evaso Ringo Kid (John Wayne), arrestato per un delitto che non ha commesso e ansioso di vendetta verso i fratelli Plummer, che gli hanno ucciso padre e fratello. Una “variegata umanità” in viaggio, quindi, nello ristretto spazio di una diligenza, che dovrà imparare a superare, giocoforza, diffidenze e pregiudizi e sforzarsi di collaborare gli uni con gli altri, come nel caso del parto di Lucy, che aiutata dal dottor Boone e da Dallas darà alla luce una bambina o dell’assalto indiano cui faranno fronte in attesa del provvidenziale intervento della cavalleria. Tra Ringo e Dallas, accomunati da un doloroso passato alle spalle, una reputazione non propriamente adamantina ed un futuro quanto mai  incerto, nascerà un reciproco sentimento: una volta che il primo avrà perpetrato la sua vendetta, sarà lasciato libero da Wilkox, che insieme a Doc Boone farà sì che i due si allontanino dalle “delizie della civiltà”, in fuga verso il Messico a rifarsi una vita.

Andy Devine e George Bancroft (True West Magazine)

Sceneggiato da Dudley Nichols adattando un racconto di Ernest Haycox, The Stage to Lordsburg (pubblicato sulla rivista Collier nel 1937), nel quale è possibile riscontrare qualche analogia con la novella Bouil de suif  di Guy De Maupassant (1880), diretto da John Ford, Stagecoach è stato spesso definito “il primo western moderno” o anche “il western per antonomasia”; sicuramente rientra nel genere per la classica e stilizzata ambientazione, ma allo stesso tempo è un’opera più complessa, dalla notevole forza espressiva e pregna di umanità, per quanto, pur considerando il periodo di realizzazione, occorre constatarne la visione certo semplicistica relativa alla “rivolta” dei nativi americani, visti come spietati assassini. Uno scontro fra due civiltà contrapposte che non sembra voler tener conto di come il “mito della frontiera”, l’espansione dell’uomo bianco verso territori inesplorati, si reggesse essenzialmente sulla colonizzazione sopraffattrice ed irrispettosa dei diritti propri di chi quelle terre le abitava da anni e ne rispettava, fra l’altro, ogni risorsa naturale. Esemplificativa al riguardo l’indubbiamente spettacolare sequenza dell’assalto indiano alla diligenza, che da qui in poi diverrà un reiterato cliché di molti altri film western: nello scenario, ed è il primo film di Ford in cui appare, della Monument Valley la minaccia incombente prende ora corpo con una panoramica della macchina da presa che svela la presenza degli indiani a cavallo, pronti a lanciarsi all’inseguimento ed infine soverchiati dai “visi pallidi”  grazie all’intervento del 6° reggimento di cavalleria.
Al di là di queste considerazioni, doverose ad avviso di chi scrive, Stagecoach vanta indubbi meriti a partire da una sceneggiatura capace di condensare un’essenziale alternanza fra azione ed introspezione psicologica dei personaggi, suggerendo l’allegoria del viaggio quale percorso necessario nell’attraversare determinate fasi della vita, affrontando vicissitudini varie e confrontandosi col proprio prossimo, “l’altro da sé”.

John Wayne (Roger Ebert)

Ford traduce lo script in immagini nell’alternanza di ampie riprese in esterno e quelle più “claustrofobiche” in interno (la diligenza e le stazioni di posta), dove intensi primi piani accentuano le contrapposte indoli caratteriali dei vari personaggi, evidenziando la nascita di un profondo legame o il superamento di moralistici pregiudizi e pongono sempre e comunque al centro dell’inquadratura un senso di ritrovata umanità, vivida e palpitante anche in virtù delle tante contraddizioni che rendono la cosiddetta “diversità” un valore aggiunto.Il suddetto “gioco” fra esterni ed interni viene poi avvalorato dalla fotografia di Bert Glennon, incline ad esaltare la luminosità nei primi e l’alternanza di luce ed ombre nei secondi, mentre lo stile asciutto di Ford esalta il realismo, assecondando una concreta spettacolarità nella citata sequenza dell’assalto indiano, creando un suggestivo unicum tra essenzialità visiva e risalto delle doti recitative, avvalorate quest’ultime dall’attenzione rivolta verso le gestualità, le espressioni facciali, gli sguardi.
Una narrazione in divenire, dove riveste un ruolo fondamentale il montaggio piuttosto secco e scabro di Otho Lovering e Dorothy Spencer, sia nell’offrire spazio alle varie vicende che si susseguono, sia ai mutamenti caratteriali che si avvereranno in seguito ai tanti eventi e confronti cui si andrà incontro, rimarcati anche dagli splendidi dialoghi, grazie ai quali, suffragati dalla regia, risalta tanto il dramma quanto l’ironia, elementi che si rincorrono fra loro, alternandosi, per poi giungere ad un finale in certo qual senso liberatorio, cui non è estranea una certa poeticità.

Bancroft, Wayne e Claire Trevor (usatoday)

L’eterogenea tipologia umana in viaggio sullo stesso mezzo ed attraverso identico percorso, rappresentativa di diverse estrazioni sociali e relative convenzioni, vedrà ben presto il sovvertimento di ogni parametro precostituito: quanti ritenuti rispettabili si dimostreranno, al pari dei sepolcri imbiancati d’evangelica memoria, individui immorali o comunque rigidamente chiusi nei loro pregiudizi, mentre coloro che vengono relegati ai margini e a cui il destino ha riservato varie prove per la continuazione della propria esistenza, riveleranno una loro convinta moralità e personali ideali di lealtà e giustizia, tanto da meritarsi una momentanea redenzione o la possibilità di una salvezza rappresentata dalla libertà concessagli nel provare a dare vita ad una nuova società, forse migliore. Stagecoach conseguì due Oscar, miglior attore non protagonista (Mitchell) e miglior colonna sonora (Richard Hageman, W. Franke Harling, John Leipold, Leo Shuken), la quale però andò perduta nell’edizione italiana del 1950, tuttora riproposta, quando il film venne riedito nelle sale con un nuovo doppiaggio, opera della C.D.C., che mutò il nome di alcuni personaggi e, non utilizzando la pista audio internazionale, si adoperò per rifare effetti sonori e musiche (composte per l’occasione da Gioacchino Angelo).
Da ricordare, infine, due remake, uno cinematografico ad opera di Gordon Douglas nel 1966 (in originale riporta identico titolo, mentre nel nostro idioma è conosciuto come I 9 di Dryfork City), che si può ricordare per l’interpretazione offerta da Bing Crosby di Doc Boone e l’altro televisivo, diretto da Ted Post, 1986.

 

 

 

 


5 risposte a "Ombre rosse (Stagecoach, 1939)"

  1. Volendo si possono annoverare tra i remake anche vari film di John Carpenter che ha sempre dichiarato che il suo cinema altro non è che un omaggio a questo film di Ford e Hawks (per Rio Bravo)!

    Bellissima la recensione che hai scritto. Aggiungo un aneddoto divertente: quando a Ford fu chiesto “Ma perché gli indiani non sparano ai cavalli per fermare lo stagecoach?”, Ford rispose “Se lo facessero, non avrei il film!”.

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    1. Ciao, grazie mille! Concordo, vari film di Carpenter si sono ispirati alle realizzazioni di Ford e Hawks. Andando a memoria mi sovviene “Assault on Precinct 13”, “imparentato” con “”Rio Bravo” (da noi “Un dollaro d’onore”). Simpatico l’aneddoto…in effetti sarebbe la cosa più logica, sparo ai cavalli e fermo la diligenza… ma sarebbe stato un altro film… Grazie di nuovo, un saluto.

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