Un cielo stellato sopra il Ghetto di Roma

“L’Olocausto è una pagina del libro dell’umanità da cui non dovremo mai togliere il segnalibro della memoria” (Primo Levi)

Roma, 16 ottobre 1943, ore 5:15 del mattino, Ghetto ebraico. Le SS tedesche danno inizio al rastrellamento, irrompendo violentemente nella vita di tante persone, 1259, fra le quali oltre 200 bambini, destinazione il campo di Auschwitz – Birkenau. Uno sparuto gruppo riesce a scampare all’assalto, trovando infine asilo all’interno del Convento delle Suore di S. Alessio, un fugace attimo di relativa tranquillità nel clima di terrore incombente: da lì a poco, infatti, le squadre fasciste irromperanno senza tanti riguardi in quel luogo di pace e solo una bambina si salverà, grazie al provvido intervento di una giovane novizia, che la nasconderà nella “ruota degli esposti”, destinata ai neonati abbandonati. Un evento avvolto dalla nebbia di un dolore rappreso, un fumoso ricordo che forse si agita nella mente di qualche sopravvissuto allo sterminio e stenta a trovare una via d’uscita. Roma, tempi nostri. L’adolescente Sofia (Bianca Panconi), studentessa in un liceo musicale ed intenzionata a seguire le orme del padre Riccardo (Giulio Base), celebre ed apprezzato pianista, nonostante il malcontento esternato dalla madre Giulia (Alessandra Celi), potendo comunque contare sulla complicità della nonna (Aurelia Concian), rinviene all’interno della fodera di una vecchia valigia una foto ingiallita, ritraente una bambina, insieme ad una lettera che ne descrive il vissuto, le origini ebraiche e l’adozione da parte di una famiglia cattolica. Scossa da quanto letto, Sofia appare intenzionata a scoprire se quella bimba sia sopravvissuta, forse ancora in vita. Si reca dunque al quartiere ebraico, dove, dopo le prime resistenze, troverà infine accoglienza, andando a costituire insieme ad alcuni studenti del Liceo Ebraico Renzo Levi, Ruben (Daniele Rampello), Lea (Irene Vetere), Ilan (Francesco Rodrigo) ed i suoi amici, compagni di scuola, Valentina (Emma Matilda Liò) e Tato (Marco Todisco) un gruppo affiatato, così da adoperarsi non solo per far luce sulla vicenda, ma anche a metterla in scena tramite un progetto teatrale: la memoria deve necessariamente  vincere sull’oblio e la condivisione sulla contrapposizione.

Diretto da Giulio Base, anche autore della sceneggiatura insieme ad Israel Cesare Moscati (scomparso nel settembre del 2019, infatti la pellicola è a lui dedicata) e Marco Beretta, Un cielo stellato sopra il Ghetto di Roma ha avuto un’anteprima alla X Edizione della Festa del Cinema di Roma ed è oggi disponibile, mercoledì 27 gennaio, Giornata della Memoria, sulla piattaforma web RaiPlay, mentre sabato 6 febbraio, alle ore 22.50, verrà trasmesso da RaiUno. L’arguto lavoro di scrittura vede quale fulcro narrativo lo sviluppo di un’intuizione folgorante del citato Moscati, non un autore di professione, ma sempre e comunque motivato da una grande voglia di raccontare: legare a doppio nodo passato e presente, entità quest’ultima nel cui ambito viene a palesarsi la necessità di porre in essere quanto necessario per mettere in luce un “ieri” spesso celato da opportunistici negazionismi e calcolati oblii, così da non dimenticare mai quell’immane genocidio perpetrato dall’uomo contro l’uomo, adoperandosi perché non debba più ripetersi. La suddetta felice intuizione viene quindi visualizzata da Base servendosi di una regia tanto rigorosa quanto piuttosto “agile”, attenta a circoscrivere con accorte inquadrature e calibrati movimenti di macchina le località scenario degli eventi e le interpretazioni attoriali, facendo sì che la narrazione venga attraversata dal filo teso di una concreta speranza, affidata alla forza trainante delle nuove generazioni, rendere migliore, più vivibile e definitivamente umano, il tempo attuale e quello che verrà; “molte volte quello che è accaduto prima ti spiega perché certe cose accadono oggi” (Umberto Eco, nella lettera scritta al nipote). La rievocazione condivisa di trascorsi avvenimenti potrà quindi contribuire  a far sì che la diversità, d’opinione, di pensiero politico, di credo religioso, di etnia, d’orientamento esistenziale in genere, non vada a costituire una scriminante o possa rappresentare un’occasione per sentirsi “più eguale dell’altro”, bensì vada a delinearsi quale possibilità d’incontro e valore aggiunto. Seguendo la scia dei precedenti Il banchiere anarchico e Bar Giuseppe, Base concretizza una sempre più ferma propensione a rendere suo il mezzo cinematografico, la volontà di “fare cinema per il cinema”, qui congiunta alla necessità di dar rilievo al dovere di “fare memoria”, affidandone il lascito alle nuove generazioni, concedendo finalmente alla Storia la possibilità di rinvenire i propri scolari, citando e parafrasando le parole di Gramsci. Tutti i ragazzi facenti parte del cast, nella loro valida resa recitativa, regalano al film una benefica aura di naturalezza, mentre il rincorrersi fra eventi passati ed avvenimenti odierni viene efficacemente rappresentato, rispettivamente, con l’impiego di un bianco e nero “fumoso”, la patina del tempo propria di un ricordo che non si riesce o non s’intende far venir fuori, e l’impiego di toni piuttosto accesi, rimarcando al riguardo l’ottimo lavoro svolto sulla fotografia da Giuseppe Riccobene, in sinergia con le cure profuse nella scenografia (Walter Caprara) e nei costumi (Magda Accolti Gil).

Giulio Base

 Si rende così del tutto tangibile un suggestivo flusso memoriale che tocca il suo apice espressivo verso il finale, quando ieri ed oggi suggelleranno, in un simbolico e liberatorio abbraccio, l’avvio di una definitiva dimensione d’accettazione e compartecipazione, entrambe rivolte  alle vittime dei tanti, troppi, crimini perpetrati contro l’umanità, passati e, purtroppo, tuttora presenti ed incombenti  verso un futuro che vede l’essere umano vagare smarrito fra i meandri labirintici di un individualismo materiale ed ideologico. Evocando l’origine latina del verbo, che intendeva il cuore quale organo depositario delle rimembranze, “ricordare” non indicherà un semplice esercizio mnemonico, bensì una reale compenetrazione nelle sofferenze subite dai nostri fratelli ebrei, a causa dell’idea malata di annientare un intero popolo, sino all’ultima persona, includendo nel novero altri “esseri inferiori” (Rom, disabili, omosessuali, dissidenti politici, Testimoni di Geova, Sinti, camminanti). Andando a concludere, ritengo Un cielo stellato sopra il Ghetto di Roma un’opera necessaria, che, riprendendo quanto già scritto, respira speranza e spiritualità, raggiungendo spesso momenti felicemente elegiaci (la citata sequenza dell’abbraccio, ma anche lo splendido stacco finale poco prima dei titoli di coda, verso quel cielo che tutto sovrasta e tutti avvolge nel suo manto), la cui visione mi permetto di consigliare anche nelle strutture scolastiche, così da comprendere, mi auguro una volta per tutte, come la Giornata della Memoria sia non soltanto una commemorazione di quei milioni di persone uccise crudelmente e senza nessuna pietà quasi 80 anni orsono, ma anche un opportuno sprone per meditare sulle innumerevoli barbarie perpetrate fino ad oggi e sulle tante discriminazioni verso chi riteniamo diverso da noi, delle quali spesso siamo quotidianamente autori, a volte senza rendercene conto. (Già pubblicato sul sito Lumière e i suoi fratelli-Cultura cinematografica e crossmedialità. Testo utilizzato per la trasmissione Sunset Boulevard di Radio Gamma Gioiosa, da me condotta, nella puntata andata in onda martedì 26 gennaio)


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