Ritorno in apnea

18 marzo 2020: Emanuele Di Terlizzi, assistente di volo, diffonde sui social una foto scattata dal balcone del suo appartamento, a Bergamo, immagine che da lì a poco avrebbe girato il mondo, rendendosi tragico simbolo di quell’evento pandemico di cui, ad un anno di distanza, stiamo ancora subendo la sconvolgente portata,  in balia degli accadimenti, navigando a vista ed assecondando, abituati a programmare ogni singolo secondo della nostra rituale esistenza,  l’insolita condizione propria di “color che stan sospesi”, citando il Sommo Poeta. Quella lunga fila di automezzi militari ripresa nell’estemporaneo scatto, a scandire con il loro lento incedere un’inedita intonazione funebre alle tante, troppe, salme di quanti hanno trovato la morte causa Covid 19, scortate ora fino all’ultima dimora, anche fuori regione, è un’immagine che si staglia indelebile nello sguardo di Anna Maria Selini, giornalista professionista, freelance, e videomaker, spingendola a lasciare Roma, dove vive ormai da anni, e far ritorno nella natia Bergamo, così da dar vita, nel corso di tre mesi, ad un documentario, Ritorno in apnea, prodotto e montato da Alberto Valtellina, proiettato in anteprima mondiale all’interno della selezione ufficiale del Festival dei diritti umani di Lugano lo scorso 17 ottobre, mentre stasera, giovedì 18 marzo, Giornata nazionale in memoria delle vittime del Covid, sarà presentato in anteprima italiana sulla rete TV2000. Evidente nel corso della narrazione come l’autrice intenda condividere, attraverso l’obiettivo della telecamera, le forti emozioni provate da cittadini, amici, familiari, persone comuni, giovani ed anziani, così come dagli operatori sanitari, nel far fronte all’emergenza sanitaria, mediando il tutto con la propria sensibilità. Quest’ultima è tale da suffragare in primo luogo una lucida resa cronachista attraverso il fluido giustapporsi d’immagini del territorio bergamasco, visualizzando le principali arterie stradali ormai in via di progressiva desertificazione, una bruma irreale, quasi onirica, che avvolge piazze, edifici, monumenti e i consueti luoghi d’incontro collettivo, cui si accompagnano varie testimonianze.

Bergamo, 18 marzo 2020

In seconda analisi, poi, si rende palpabile, sempre mantenendo una linea narrativa piuttosto diretta e coinvolgente, un certo sentore empatico, preservando sempre e comunque una visione mai enfatizzata ed opportunamente pudica nei riguardi dell’intimo e straziante dolore proprio di quanti sono stati colpiti dal virus o hanno dovuto dire addio ai propri familiari, spesso costretti alla distanza o rischiando un ultimo abbraccio, senza dimenticare come tale angosciosa realtà sia divenuta sempre più emozionalmente pressante per il  personale sanitario, medici ed infermieri, già adeguatisi in fretta ad un diverso modo di lavorare, nel ricorso necessario a vari sistemi di protezione individuale, inizialmente non sempre previsti in numero sufficiente. L’iter narrativo prende il via con le immagini del ciclo di affreschi dipinti dal pittore Giacomo Borlone De Buschis, tra il 1484 e il 1485, nell’esterno dell’ Oratorio dei Disciplini, a Clusone, in Val Seriana, Trionfo e danza della morte, ove si illustra tanto il suo ruolo da imparziale livellatrice nel colpire indistintamente ogni classe sociale quanto la sua naturale confluenza nel consueto ciclo esistenziale: nonostante tale del tutto pacifico “addomesticamento”, come declama una voce fuori campo, il suo implodere così improvviso e devastante all’interno di una comunità non può che creare angoscia e sgomento, nell’interruzione di qualsivoglia consuetudine o attività; i numeri al riguardo sono piuttosto eloquenti, considerando come a Bergamo e provincia, fra marzo ed aprile 2020, seimila persone sono decedute causa Coronavirus (il doppio di quelli che risultano dai dati ufficiali) e ben duemila nelle sole residenze per anziani. Si staglia nitidamente  lungo l’iter narrativo un forte senso di devastazione materiale e morale, fra angoscia e terrore, come sottolineano a tale ultimo riguardo alcuni psicologi nelle interviste loro rivolte, nell’impossibilità di programmare alcunché, l’abbandono forzato di qualsivoglia ritualità, da quelle più elementari, banali se vogliamo, legate al quotidiano, nella necessaria limitazione delle nostre attività, a quelle più complesse, legate invece a determinati eventi, luttuosi in primo luogo, nell’ambito dei quali emerge l’angoscia provocata dalla mancanza di quegli elementi necessari a dare il via ad una loro concreta elaborazione.

Palazzo Medolago Albani, Bergamo

Ad un anno di distanza dallo scoppio dell’evento pandemico, certo è salutare reazione l’essere stati pronti a rimboccarsi le maniche, ma lo è altrettanto, riprendendo le parole di uno fra gli intervistati, il riconoscere quanto si è vissuto o si sta ancora vivendo, magari provando ad avallare le potenzialità proprie del lasciar fluire la vita così come viene ma, provando a rispondere alla domanda, fondamentale, che l’autrice lancia sul finale, cosa ricorderemo una volta ripartito tutto, sarebbe bene far sì che non prevalga la spessa coltre dell’ oblio, come da consueta e triste abitudine, i cui sintomi, senza sottovalutare problematiche legate all’occupazione, all’attività scolastica, ai rapporti umani in genere, sono ormai piuttosto evidenti fra insofferenza e grida al complotto, attribuendo la colpa alle stelle e alle loro malevoli congiunzioni, come il Don Ferrante di manzoniana memoria. Smaniosi di riprenderci la nostra rituale quotidianità, ci siamo rivelati pronti a rimetterci “in bilico tra Molière e il Grand Guignol”, citando Pasolini, dimenticando subito lo spirito di condivisione, il ritrovato senso d’appartenenza ed una generale assunzione di responsabilità e ritrovato senso civico, che sembravano poterci accompagnare nel necessario passaggio verso un’inedita dimensione da conferire alla nostra esistenza, attraverso una ritrovata umanità ed una definitiva condivisione, all’interno di una società propensa ad abbracciare un progresso prettamente materiale, necessario beninteso, ma distante da un’effettiva evoluzione nel suo incedere all’insegna di un individualismo anche, se non soprattutto, ideologico, pur dovendo purtroppo constatare come “Il guaio del nostro tempo è che il futuro non è più quello di una volta” (Paul Valéry).

Già pubblicato su Lumière e i suoi fratelliCultura cinematografica e crossmedialità


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