Crudelia

Memore di quanto scarso entusiasmo avessero suscitato in me le varie versioni “in carne ed ossa” dei classici Disney d’animazione, con qualche felice eccezione (Cinderella di Kennet Branagh, 2015), per non scrivere di quei film intenti a narrare la nascita di determinati personaggi, con tanto di “spiegoni” relativi al loro comportamento malefico, mi sono accostato, lo confesso, alla visione di Crudelia, diretto da Craig Gillespie su sceneggiatura a più mani (Dana Fox, Tony McNamara, Aline Brosh McKenna, Kelly Marcel, Steve Zissis), basata sia sul romanzo originale The Hundred and One Dalmatians, 1956, della scrittrice inglese Dodie Smith, che sulla celebre trasposizione cartoon del 1961, piuttosto prevenuto e pronto ad aspettarmi il peggio. Invece nel corso della visione, ed una volta spente le luci in sala, mi sono dovuto ricredere, essendo rimasto abbastanza coinvolto dal punto di vista prettamente visivo ed esprimendo qualche riserva riguardo il lavoro di scrittura, volto a ridimensionare il personaggio di Cruella De Vil (da noi Crudelia de Mon) nell’ottica politicamente corretta della “malvagia con un motivo”, ovvero, per usare le sue stesse parole, “la gente vuole dei cattivi in cui credere ed io mi adatto volentieri”. Quindi una caratterizzazione, delineata da Emma Stone con fare ironico e dolente al contempo, “così eguale così diversa” da quella propria del citato film d’animazione originale e dei suoi rifacimenti live action (101 Dalmatian, Stephen Herek, 1996;102 Dalmatians, Kevin Lima, 2000), comunque meno monodimensionale e più sfaccettata riguardo la psicologia caratteriale: una vera e propria anima divisa in due, almeno fino ad un certo punto della propria esistenza, come evidenziato dalla cromia bicolore dei capelli, bianco e nero, presente fin dalla nascita, quando il nome datole dall’affettuosa e premurosa madre Catherine (Emily Beecham) era Estella.

Emma Stone (Movieplayer)

Bambina (Tipper-Seifert Cleveland) dotata di un’istintiva creatività e non certo incline a seguire le regole, Estella palesava dunque una propensione a vedere il mondo diversamente dagli altri, tanto da far sì che Catherine, siamo nel 1964, decidesse di provvedere al suo ritiro da un prestigioso istituto scolastico, anticipandone la paventata espulsione, decidendo infine di trasferirsi a Londra, in cerca di miglior fortuna. Durante il tragitto una sosta in una sontuosa dimora, Hellman Hall, segnerà per sempre l’esistenza della fanciulla, che vedrà perire la madre, precipitata da un dirupo dopo essere stata assalita da tre dalmata, ritenendosi colpevole dell’accaduto, avendo infatti disobbedito al suo ordine di attenderla in auto, creando scompiglio col suo cane Buddy nell’ambito di un ricevimento in corso. Fuggita e giunta a Londra, si univa dunque ai due orfanelli Badun, Horace (Joseph MacDonald) e Jasper (Ziggy Gardner), vivendo insieme a loro fra furti ed espedienti, fino a mettere su, dieci anni più tardi, una fiorente attività volta al ladrocinio, anche se Estella (Stone), sente di essere destinata a qualcosa di più che elaborare piani ingegnosi ed accurati travestimenti alla bisogna. Grazie ad un falso curriculum allestito dai due compari (Paul Walter Hauser e Joel Fry) verrà assunta dal prestigioso negozio di moda Liberty, come inserviente, finché, dopo l’ennesimo scontro col superiore e sotto sbornia, la sua creatività non troverà sfogo nell’allestimento, piuttosto particolare, di una vetrina, che verrà notato dalla Baronessa (Emma Thompson), direttrice di una prestigiosa casa di moda, la quale l’inserirà nel suo staff. Ma un giorno Estella scoprirà qualcosa che lega l’altezzosa signora al suo passato, tanto da far sì che l’occhialuta e sottomessa stilista in fieri dal “cervellino prosciugato” riveli un’inedita veste…

Emma Thompson (Movieplayer)

Il regista Gillespie asseconda con disinvoltura, sfruttando i piani sequenza ed orchestrando con sana spettacolarità i tanti colpi di scena che vanno a susseguirsi nel corso della narrazione, un’aura smaccatamente pop, suffragata poi dall’accorto lavoro su scenografia (Fiona Crombie) e costumi (Jenny Beavan), ma soprattutto da una furba colonna sonora che si avvale di numerose hit d’epoca, fino ad avallare, sorprendentemente, toni oscuri e grotteschi, tali da richiamare il miglior Burton per una sorta di favola dark in cui si innestano elementi da heist movie. Dopo un avvio vagamente dickensiano (d’altronde il nome della protagonista, Estella, richiama quello del personaggio presente nel romanzo Great Expectations, Grandi speranze, 1860-1861) l’attenzione viene opportunamente focalizzata sullo scontro fra le due Emma, ovvero la bipolare Estella/Cruella e la Baronessa, la stupenda Thompson, tutta fiero cipiglio egocentrico e plutocratica sicumera*, l’una specchio dell’altra, in quanto la seconda presagisce ciò che la prima sarà, un po’ come in All About Eve (Joseph L. Mankiewicz, 1950), una volta che la sua vera personalità troverà sfogo nella deflagrante rottura di ogni convenzione sociale, fra emancipazione ed autodeterminazione nel conquistare con l’astuzia e la forza di volontà quanto normalmente non le è consentito all’interno di una società che vede la diversità (di origine, ceto, talento, caratteriale) come una scriminante e non quale valore aggiunto.

Se, riprendendo quanto già scritto, Cruella può vantare un fascinoso afflato visivo, l’iter narrativo, per quanto piuttosto coinvolgente, accusa più di un momento di stanca dopo l’inanellarsi pirotecnico delle varie incursioni portate avanti dalla banda nell’ambito delle sfilate di moda “istituzionali”, che prendono il via con la splendida entrata in scena di Cruella al “ballo in bianco e nero”, pur riprendendosi nel dar vita al plateale colpo di scena finale. Qualche sforbiciata in sede di montaggio non avrebbe guastato a mio avviso, anche se la vera fatica della sceneggiatura è data dal tentare di conferire la dovuta caratterialità “demoniaca” alla protagonista, nell’ottica di una profonda rivisitazione confacente alla “morale dei tempi nuovi” o comunque rientrante nell’ottica “se non sono gigli son pur sempre figli, vittime di questo mondo” (Fabrizio de Andrè, La città vecchia, 1965). La vera indole di Cruella la ritroviamo comunque nella Baronessa, “cattivona” da antologia, senza se e senza ma. Un film complessivamente godibile, per famiglie come si sarebbe detto un tempo, con qualche riserva per i più piccoli visti i citati toni oscuri, anche divertente grazie alla regia agile e scanzonata che, insieme alla fulgida messa in scena, riesce a far dimenticare il preconfezionamento proprio della “macchina da guerra” Disney. D’altronde, non alzatevi dalla poltrona prima che finiscano di scorrere i crediti, il sequel è servito, conclamato segnale di un altrettanto conclamata serialità cinematografica.

*Paperinik il diabolico vendicatoreTopolino n.706-707, 8-15 giugno (Disegni di Gianbattista Carpi, sceneggiatura di Guido Martina)


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