“A Classic Horror Story”: intervista ai registi Roberto De Feo e Paolo Strippoli

(IMDb)

Dopo aver visto A Classic Horror Story, film diretto da Roberto De Feo e Paolo Strippoli (anche autori della sceneggiatura insieme a Milo Tissone, David Bellini e Lucio Besana), recentemente premiato al 67mo Taormina Film Fest per la Miglior Regia, ho avuto modo di contattare i citati autori per condividere con loro le sensazioni, positive, che la visione mi ha suscitato. A Classic Horror Story vede come interpreti principali Matilda Lutz, Francesco Russo, Peppino Mazzotta, Yuliia Sobol, Will Merrick, Alida Baldari Calabria, Cristina Donadio ed inizia, come da titolo, classicamente: un gruppo di carpooler è in viaggio verso la Calabria a bordo di un camper, quando un incidente, lo sbandamento del mezzo causa un animale morto lungo la strada, li condurrà all’interno di una realtà a loro sconosciuta…

Ciao Roberto, ciao Paolo, benvenuti sul blog Sunset Boulevard e grazie della disponibilità. Ho visto il film A Classic Horror Story, da voi diretto e sceneggiato (in quest’ultimo caso insieme a Milo Tissone, David Bellini e Lucio Besana). Vi chiedo se il ricorso al genere, nella citazione precipua di classici titoli americani, abbia anche una valenza metaforica nel richiamare tanto certi aspetti dell’odierna società quanto determinati atteggiamenti cinematografici.

“Crediamo che il genere horror sia quello che meglio si presti a raccontare certi aspetti della società in cui viviamo. Il nostro film per esempio parla di tematiche importanti come la pornografia del dolore e la spettacolarizzazione della morte, ormai fuori controllo in tv e su internet. Non solo, mi è spesso capitato di trovarmi davanti a un brutto incidente vedendo persone che riprendevano col cellulare invece di preoccuparsi dell’accaduto. Trovo terrificante che sia possibile, per esempio, trovare video di animali uccisi o torturati su siti come YouTube. Siamo fuori controllo ed è preoccupante. L’uso dei cliché nel film un po’ si collega al concetto appena espresso. Convinciamo lo spettatore di essere nel classico film dell’orrore, per poi lanciargli contro una metafora dura da digerire: quel film horror siamo noi, è la società o quello in cui si sta trasformando.

Come nasce l’idea della ridefinizione della leggenda di Osso, Mastrosso e Carcagnosso, ritenuti fondatori, rispettivamente, di Cosa Nostra, ‘Ndrangheta e Camorra?

Paolo Strippoli e Roberto de Feo premiati al 67mo Taormina Film Fest (CoratoLive)

“La leggenda l’hanno scovata gli sceneggiatori Milo Tissone e Lucio Besana, dopo una richiesta di Netflix che ci chiedeva di introdurre nella storia un elemento fortemente legato al folklore locale, che poi si collegasse al cattivo o ai cattivi del nostro film. Osso, Mastrosso e Carcagnosso erano quello che serviva al film per diventare unico, originale. Non esistono altri film horror con protagonisti mafiosi, figuriamoci con protagonisti i tre padri fondatori della mafia. Tre perfetti cattivi cinematografici che ovviamente nella leggenda sono solo tre cavalieri spagnoli. Con i reparti abbiamo lavorato per renderli esteticamente terrificanti, inventandoci le tre maschere (una con mani su occhi, una su orecchie, una su bocca) che rappresentano l’omertà”.

Una curiosità, la narrazione vede quale ambientazione la Calabria, però il film risulta girato in Puglia, nella Foresta Umbra, e a Roma: come mai questa scelta?

(Il Cineocchio)

“La scelta era solo produttiva. Sono due regioni splendide, che si somigliano molto soprattutto nelle ambientazioni da noi ricercate. Tramite scouting abbiamo individuato delle aree pugliesi identiche a quelle calabresi”.

Tornando alla valenza metaforica del film, una mia sensazione scaturita dalla visione, non so se siate d’accordo, è che un richiamo alle tradizioni di una qualsivoglia regione, fino alla loro istituzionalizzazione, finisca col costituire un limite se posta come una sorta di barriera difensiva, senza condivisione alcuna.

“Nel nostro film le tradizioni sono presentate in modo esageratamente horror, per sembrare esattamente quello, una barriera. Questo perché la comunità presente in A Classic Horror Story è una comunità mafiosa, sottomessa a regole e codici tanto antichi quanto terrificanti”.

Qualche considerazione sul vostro approccio congiunto alla regia, sull’impiego delle musiche con canzoni quali Il cielo in una stanza (Gino Paoli) e La casa (Sergio Endrigo), del tutto stridenti con la visualizzazione di varie efferatezze (personalmente mi ha ricordato la nenia infantile che accompagna l’entrata in scena dell’assassino in Profondo Rosso) e sulla fotografia di Emanuele Pasquet, “al sangue”, riferendomi alle tonalità prevalenti.

(Quotidiano Nazionale)

“Dirigere il film assieme non è stato complesso. Ci conoscevamo da tempo e sapevamo di avere una visione comune del film. Siamo cresciuti con gli stessi riferimenti (La Casa, Le colline hanno gli occhi, Non aprite quella porta, e Scream per la parte metacinematografica). Tecnicamente è stato fondamentale avere il tempo di potersi dedicare alla stesura degli storyboard in modo tale da andare sul set con le idee chiare. L’uso delle musiche era fondamentale per comunicare la vera natura del film. Un film che dichiara di essere “classico” ma che sin dalla prima scena lancia messaggi su quanto non sia solo quello. La prima immagine del film è la classica testa di cervo appesa al muro. Te l’aspetti. Però non ti aspetti che ci sia in sottofondo Il cielo in una stanza di Gino Paoli. Un po’ diverso invece il ragionamento dietro la scelta de La Casa di Endrigo. In quel momento volevamo un contrasto che stupisse e facesse paura. La fotografia di Pasquet è stata fondamentale per ricreare quelle atmosfere. Emanuele ha fatto un lavoro incredibile che ci ha permesso di convincere il pubblico di essere in un universo che conosceva, come quello dei classici horror”.

Yuliia Sobol, Matilda Lutz, Peppino Mazzotta, Francesco Russo (Esquire)

Nel concludere, ringraziandovi nuovamente per la disponibilità, una domanda sul cinema italiano, ovvero se una opportuna riconsiderazione dei generi, in parte già avviata ma forse ancora più potenziale che concreta, possa contribuire a farci uscire dalle secche di certe realizzazioni “pronto cuoci” e, soprattutto, quanto gli spettatori potrebbero apprezzarla, riferendomi anche alla sequenza che chiude A Classic Horror Story dopo i titoli di coda.

“Il pubblico italiano non ha visto film horror al cinema per oltre trent’anni. Ci sono stati solo pochissimi prodotti usciti al cinema (ricordo solo Shadow di Zampaglione e Fino alla fine del giorno di Cosimo Alemà). Era inevitabile che si disaffezionasse e cominciasse a considerare il genere una sorta di serie b del cinema estero. La scena post-credit non vuole essere cattiva o presuntuosa. Era solo il pretesto per cominciare una discussione, per puntare il dito contro il problema. E a considerare dalle reazioni, obiettivo centrato”.


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