No Time to Die: 007 licenza di amare, fra tempo perduto e tempo ritrovato

(AbeBooks)

Quando ero ragazzino James Bond, l’agente segreto al servizio di sua Maestà creato da Ian Fleming nel 1953, protagonista del romanzo Casino Royale, numero di matricola 007, con il doppio zero ad indicare la licenza di uccidere (in fondo il nostro non è altro che un killer prezzolato dallo stato), coincideva con la figura resa da Roger Moore. Una volta grandicello, già cinefilo onnivoro, ne scoprivo il suo primo interprete cinematografico (nel 1954 vi era già stato un adattamento per la tv), Sean Connery (Dr. No, 1962), convincendomi così che questa interpretazione dovesse considerarsi qualcosa di particolare: ne ammiravo l’eleganza sorniona, il fair play tutto inglese anche nell’eliminare brutalmente i nemici, al pari dello humour, tra il sardonico ed il cinico, con cui si immergeva in quel clima da Guerra Fredda dal quale comunque proviene, con tocchi di autoironia nelle sue imprese “guerriere” e amorose, mentre il pur simpatico Moore, non considerando la parentesi George Lazenby, insistendo su toni ironici e scanzonati ne stemperava le descritte caratteristiche di brutalità, cinismo e violenza. Non mi avevano del tutto convinto le successive interpretazioni di Timothy Dalton e Pierce Brosnan, a mio avviso fin troppo glamour, per poi invece salutare con gioia l’avvento di Daniel Craig in Casino Royale (Martin Campbell, 2006), punto di partenza per un rinnovamento della saga, che andava quindi a svilupparsi attraverso altri tre titoli (Quantum of Solace, Marc Forster, 2008; Skyfall, 2012, Sam Mendes; Spectre, 2015, ancora Mendes), ridefinendo personaggi e situazioni ai tempi attuali, fino all’ultima recente uscita, No Time To Die, vera e propria chiusura del cerchio, con l’addio al personaggio da parte di Craig.

(Movieplayer)

Già a partire dal citato Casino Royale avevo apprezzato la sagacia esternata dalla sceneggiatura nel ridimensionare il mito di Bond, esternando una congrua mediazione fra le descritte caratteristiche essenziali delle origini e i mutamenti in atto nel nuovo ordine mondiale, “agitando, non mescolando” gli ingredienti di un suggestivo scontro tra fisicità ed umanità all’interno di un mondo ormai dominato dalla tecnologia, dove il confine fra Bene e Male si è reso passibile di inedite declinazioni. Ecco allora i dubbi esistenziali ed i tormenti interiori propri del protagonista, che si interroga, fra l’altro, su quanto i metodi usati validamente un tempo, all’interno di un clima da Guerra Fredda o tentativi di riesumarla, possano funzionare a tutt’oggi, così come sulla sua identità, tra amori dilanianti (Vesper Lynd, interpretata da Eva Green) ed un sotteso affetto dal sentore materno (il personaggio di M, Judi Dench) avvertito nel (ri)scoprire le proprie origini, fino a giungere in Spectre, e ancor di più in No Time to Die, all’interno di un dedalo dal sentore proustiano, come suggerito, credo lo abbiano notato in molti, dal nome della psichiatra Madeleine Swann, la splendida ed algida Léa Seydoux, il cui ruolo appare fondamentale nel consentire a Bond di affrontare materialmente le varie tappe di un tragitto al cui interno ogni dettaglio gli permetterà di entrare in contatto con il proprio io più profondo. Attraverso la rimembranza di quanto si nasconde fra le pieghe del tempo trascorso, verrà fuori una conoscenza di sé tale da avviare un proficuo confronto con le pressanti sollecitazioni offerte dal presente, facendo emergere una complessa personalità, pregna di inedite sfumature.

Lashana Lynch (Movieplayer)

No Time to Die, che vede alla regia Cary Joji Fukunaga, anche sceneggiatore insieme a Neal Purvis, Robert Wade, Phoebe Waller-Bridge, si sostanzia alla visione tanto come un classico film d’azione spettacolare e pirotecnico (soprattutto nella prima parte), quanto come una pellicola incline a toccare corde profondamente intimiste, quando non “sanamente” romantiche, volgendo più di un occhio al passato del nostro, al suo presente e, in particolar modo, al suo futuro, delineando al riguardo nuovi personaggi che probabilmente andranno a caratterizzare la prossima ripresa della saga, lo 007 AC, After Craig: all’interno del MI6 Bond è già stato sostituito, con identica matricola, dalla determinata Nomi (Lashana Lynch), così come d’altra parte anche l’agente della CIA, ed amico di lunga data, Felix Leiter (Jeffrey Wright), potrebbe avere quale ottimo erede la disarmante Paloma (Ana De Armas, personaggio stupendo, che mi auguro venga ripreso in seguito). L’apparentemente granitico agente segreto al momento si gode la pensione in Giamaica, dopo il romantico ma turbolento soggiorno in quel di Matera con Madeleine, dove entrambi hanno dovuto fare i conti col proprio passato e le ombre insinuanti della Spectre, l’uno col ricordo mai svanito di Vesper, l’altra con i fantasmi della psiche, pronti a presentarsi con la riproposizione del trauma vissuto da bambina, l’uccisione della madre ad opera di uno spietato killer col volto coperto da una maschera da teatro , che però le salverà la vita. Proprio tale individuo, dall’enigmatico nome di Lyutsifer Safin (Rami Malek) si rivelerà essere al centro di un complicato intrigo mondiale, che vede la creazione di un terribile virus batteriologico, programmato sul DNA delle persone, mentre sullo sfondo si profila uno scontro tra MI6 e Spectre dai contorni meno nitidi e netti che in passato…

Léa Seydoux (Movieplayer)

Ho volutamente descritto la trama di No Time To Die nella sua essenzialità, perché le sorprese lungo l’iter narrativo, compiutamente corale, non mancheranno: dopo i due prologhi, uno in forma di noir psicoanalitico, l’altro che avrà il suo culmine in una serie d’inseguimenti mozzafiato per le strette vie di Matera, ad alto tasso d’improbabilità (quindi del tutto plausibili, in puro stile bondiano), dove sarà ulteriore protagonista anche la mitica Aston Martin DB5, seguono i titoli di testa sulle note della canzone che riprende il titolo del film (scritta e composta da Billie Eilish e Finneas O’ Connell, eseguita da entrambi, rispettivamente voce e piano), forse non entusiasmanti ma che visualizzano quello che sarà il leitmotiv della narrazione, ovvero una sorta di compendio del Bond che fu. La storia quindi procede, riprendendo quanto già scritto, verso toni più introspettivi, sottolineando al riguardo i toni cangianti della fotografia (Linus Sandgren), quasi abbacinanti in Basilicata e molto più cupi mano a mano che il complicato intrigo prende piede, andando così a completare il percorso di Bond verso una definitiva consapevolezza di sé, nella sofferenza di apprendere determinati segreti e veder sfumati i contorni relativi ai propri concetti di tradimento e fiducia.

Daniel Craig (Movieplayer)

Arriverà quindi ad acquisire una compiuta umanità anche nei rapporti con quanti gli sono vicino, fino al confronto con Safin, “psicopatico con un motivo” (il quale richiama, almeno a mio avviso, certe caratteristiche del Dr. No), la cui interpretazione resa da Malek ne evidenzia, ancor prima del desiderio di dar vita ad una sorta di nuovo ordine universale, quello di lenire le ferite dell’anima, una “necessità” di cui si fa egoistico scudo, egualmente a Bond, con identica ambiguità. James sarà così pronto a conferire inedita e definitiva caratterizzazione a quanto vissuto fino a quel momento, sublimando il tutto in nome di una continuità imperitura: “Il giusto scopo di un uomo è vivere, non esistere. Non sprecherò i miei giorni tentando di prolungarli. Farò uso del mio tempo”. Alla consueta frase sibillina riportata al termine dei titoli di coda, James Bond Will Return, non più interpretato da Craig come già scritto, contrappongo il titolo di una raccolta di poesie ad opera di Cesare Pavese, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, augurando così un innovativo e ritengo anche logico prosieguo, considerando quanto andrà a scoprirsi nel corso della narrazione, che mi sono guardato bene dal rivelare.

Ana de Armas (Movieplayer)
Rami Malek (Movieplayer)

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