C’era una volta lo sceneggiato Rai: Dov’è Anna? (1976)

Teresa Ricci e Mariano Rigillo (RaiPlay)

Roma, 1976. Carlo (Mariano Rigillo) e Anna Ortese (Teresa Ricci), rispettivamente rappresentante di libri porta a porta ed impiegata nello studio di una società edile, giovane coppia senza figli. Vivono in un modesto bilocale in affitto, affrontando con relativa tranquillità e qualche inevitabile screzio l’ordinarietà del quotidiano, lavoro, spesa, bollette, conti da saldare. Un giorno, il 5 dicembre, Anna non fa ritorno a casa dopo essere passata dal droghiere, sembra svanita nel nulla: le indagini condotte dal commissario Bramante (Pier Paolo Capponi) non conducono in alcuna direzione precisa, mancano prove certe riguardo la sorte della donna, che potrebbe essersi dileguata di sua volontà, così come essere stata rapita o uccisa. E’ difficile rinvenire un nesso fra le tante probabilità, tanto che il caso passerà presto in second’ordine, pur se le ricerche proseguiranno. Carlo non intende arrendersi, mentre i giorni passano inesorabili ed inizia ad agire per suo conto, seguendo delle piste attraverso qualche indizio raccolto, soffermandosi anche sui particolari più insignificanti, magari scaturiti dalle conversazioni con i genitori di Anna, coadiuvato comunque da Bramante, il quale, nell’invito a non travalicare le disposizioni di legge, ne condivide, umanamente, il senso d’angoscia e smarrimento. Prezioso si rivelerà anche l’aiuto di Paola Silvestri (Scilla Gabel), cara amica e collega d’ufficio di Anna, che prova per Carlo, ormai da tempo, un forte sentimento, a stento trattenuto nelle forme di un’amicale convenzionalità. Col trascorrere dei mesi qualsiasi ricerca si rivelerà vana, la donna risulta introvabile, anche se Carlo ne ha scoperto alcuni aspetti della personalità a lui sconosciuti o verso i quali aveva riservato poca attenzione, da un matrimonio spinto dalla paura di restare sola, alla sofferenza silenziosa di non poter avere bambini…

Pier Paolo Capponi (RaiPlay)

Sceneggiato andato in onda sulla Rete 1 di “mamma Rai”, 7 puntate dal 13 gennaio al 24 febbraio 1976, Dov’è Anna? detiene tuttora il primato degli ascolti relativi alla storia del primo canale, una media di 24 milioni e mezzo di spettatori a puntata, con punte di 28 per l’ultimo episodio. Un notevole riscontro di pubblico, quindi, dovuto in primo luogo al sagace lavoro di scrittura ad opera di Diana Crispo e Biagio Proietti, i quali si servirono di un genere, il giallo, allora piuttosto in voga sia sul piccolo che sul grande schermo, per narrare l’Italia del tempo, evidenziandone le mutate condizioni sociali, l’incrinarsi dei vecchi valori, rompendo altresì la tradizione che vedeva volgere l’occhio verso epoche storiche lontane oppure location straniere ove si trattasse di realizzare un’opera orientata al mistero. Si abbandonavano quindi i consueti teatri di posa e, pur nella predominanza di scene girate in interno, accentuando un’impostazione teatrale anche nella recitazione degli attori, ve ne sono molte che interessano i quartieri meno “turistici” della Capitale, più periferici, andando poi a visualizzare altre città italiane come Arezzo o zone fuori mano, ad esempio la Galleria di Olmo di Bobbi ad Ortona dei Marsi (L’Aquila), che fa da scenario all’indimenticabile sigla d’apertura (e si vedrà poi nelle puntate finali), con le figure di Bramante, Carlo ed Anna emergere dal buio e procedere verso la luce, mentre si stagliano le note del caratteristico ed incalzante motivo sonoro scritto da Stelvio Cipriani. La regia di Piero Schivazappa appare piuttosto attenta, in interno come in esterno, a circoscrivere tanto il succedersi incalzante degli avvenimenti quanto le reazioni dei protagonisti, rimarcando queste ultime con il frequente ricorso ai primi piani, offrendo una messa in scena complessiva piuttosto curata, pur nella sua essenziale funzionalità al narrato, contornata da una sobria fotografia in bianco e nero.

(RaiPlay)

Risalta a tutt’oggi la capacità di mantenere alto il livello della tensione disseminando di volta in volta tutta una serie d’elementi che andranno a costituire sia una probabile soluzione, individuando vari colpevoli, lo stesso Carlo, o anche Anna, nell’l’ipotesi di una macchinazione orchestrata con la complicità di un amante, sia l’ennesimo buco nell’acqua, pur andando ad aggiungere nuovi tasselli idonei a ricostruire la vera personalità della donna scomparsa. Sul meccanismo del giallo vengono innestati poi toni drammatici volti al sentimentale, vedi la sottesa passione fra Carlo e Paola, una liaison destinata a vivere un solo giorno come le rose, citando De André, fino a sfumare nel concreto ed amaro sentore di un amore impossibile ma destinato a durare egualmente “per sempre e malgrado tutto”. Notevole il contributo attoriale nell’evidenziare le caratteristiche, anche psicologiche, dei personaggi: soffermandomi sui protagonisti ecco la naturalezza esternata da Rigillo nel rendere la pervicacia di Carlo, il suo non voler arrendersi fino all’ultimo, pur con qualche comprensibile cedimento, al colmo dello stupore nello scoprire determinati aspetti della consorte, cui ho accennato nel corso dell’articolo, ma anche di una realtà molto più complessa e variegata di quella che finora, probabilmente, aveva conosciuto tramite il filtro dell’attività svolta; intensa anche l’interpretazione profusa da Capponi nell’offrire un aspetto intimamente umano ad un funzionario della legge, incline a comprendere atteggiamenti e stati d’animo dettati dalla disperazione, così come quella di Scilla Gabel nel rendere la personalità di Paola avvolta da toni dolenti, misti ad una certa disillusione, nella consapevolezza che solo la solitudine potrà esserle fedele compagna.

Rigillo e Scilla Gabel (RaiPlay)

Per quanto di primo acchito possa sembrare un appesantimento alla trama propria di un giallo, appare invece rimarchevole l’attenzione rivolta a tematiche dalla profonda rilevanza sociale, quali quelle relative all’adozione dei bambini e alle malattie mentali: a tale ultimo riguardo, Proietti ha più volte ricordato in varie interviste che quanto narrato nella quarta puntata, ovvero come l’ex fidanzato di Anna, Gianni (Antonio Fattorini), ormai guarito dopo il ricovero in manicomio, fosse impossibilitato ad uscire ove un parente non se ne assumesse la responsabilità, facesse riferimento ad una norma del codice di Polizia allora vigente. Ne scaturì quindi un movimento d’opinione tale da far sì che la postilla venisse eliminata, ancor prima della promulgazione, nel 1978, della Legge Basaglia, riformatrice dell’assistenza psichiatrica. Volendo trovare dei difetti nell’insieme dell’iter narrativo, forse fra la quarta e quinta puntata il ritmo sembra farsi più ponderato del consueto, ma le due successive garantiscono un magistrale susseguirsi di colpi di scena e più di uno spiazzamento, fino a giungere ad un finale tutt’altro che banale e consolatorio, anzi piuttosto realistico: si staglia infatti nitidamente la visione di una profonda mutazione sociale in atto nel paese, già propensa ad accogliere il predominio del profitto quale inedito “valore” nella rincorsa al conseguimento del facile benessere, così come, andando sul lato sentimentale, si rende tangibile la sensazione di quanto, a volte, sia “meglio aver amato e perso che non aver mai amato”, riprendendo i versi di Alfred Tennyson. Uno sceneggiato certo lontano dai ritmi delle odierne fiction, ma sempre pienamente godibile, per l’attento lavoro di scrittura (Crispo e Proietti nel 2018 vi ricavarono un romanzo, identico titolo del lavoro televisivo, 21 Editore), la valida recitazione ed una regia piuttosto incisiva, senza trascurarne la valenza di testimonianza storica e di costume.

Trascrizione e rielaborazione della puntata di Sunset Boulevard andata in onda su Radio Gamma Gioiosa il 19/10/2021


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