Il palazzo

Evento speciale alla 18ma edizione delle Giornate degli autori, rassegna autonoma e indipendente che si è svolta all’interno della 78ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Il palazzo, per la regia di Federica Di Giacomo, anche autrice della sceneggiatura insieme ad Andrea Zvetkov Sanguigni, è un docufilm che, nella sua costruzione narrativa in costante divenire, oscillante fra realtà e finzione, pone il vibrante interrogativo, mutando dal particolare (gli ideali di una generazione che ha investito nella cultura quale valore assoluto) all’universale, su quale senso possa essere conferito all’arte, alla produzione artistica nel suo complesso, considerata sia nella sua accezione solipsistica, la creazione profusa dall’artista in quanto tale, l’atto creativo destinato a restare orfano di una vera e propria condivisione che non sia rappresentata dalla propria narcisistica soddisfazione e dall’apprezzamento di una ristretta cerchia amicale, sia, invece, in qualità di opera destinata ad un congruo confronto, così da risultare apprezzata, criticata, discussa, assumendo nel tempo un determinato valore mnemonico, in forma di significativa testimonianza postuma.

(Cinematografo)

Punto di partenza della narrazione, il ritrovarsi insieme di un nutrito gruppo di persone, intellettuali, scrittori, artisti, sulla terrazza di un palazzo romano prospiciente a San Pietro, per commemorare il comune amico Mauro Fagioli, morto prematuramente, il quale li aveva coinvolti, vent’anni prima, in qualità di regista, nella realizzazione di un film visionario e sperimentale, girato proprio all’interno dello stabile, proprietà di un musicista novello mecenate che non solo aveva offerto la disponibilità gratuita degli appartamenti, ma si era prodigato anche nella loro vendita ogni qualvolta si rendessero necessarie liquidità atte a finanziare la comune attività. L’opera è rimasta incompiuta, notevole la mole del materiale girato e mai montato, che ora gli amici di Mauro si ritrovano come lascito e al contempo ingombrante pietra di paragone per porre in essere un bilancio esistenziale, rimembrando un periodo di fremente attività alternata ad inconcludenza: va dunque in scena l’inevitabile confronto con se stessi, l’interrogarsi su cosa abbiano realmente posto in essere nella vita, evitando ogni possibile confronto con una realtà che, col suo inevitabile e variabile incedere, sembra averli soverchiati, pur non mutandone indole ed essenza, creando incertezze lancinanti su quel che resterà nel futuro di quanto hanno comunque posto in essere, pur trascinandosi nel limbo di un eterno presente.

In virtù di inquadrature equamente soppesate fra ambienti e persone, in sinergia con un valido lavoro di scrittura e con il montaggio di Edoardo Morabito a fungere da congrua punteggiatura nell’intercalare passato (le sequenze relative al film incompiuto), e presente (la veglia funebre, i dialoghi fra gli amici di Mauro, il loro arrabattarsi nella ricerca di un significato da conferire al proprio operato umano e culturale), la regia di Federica Di Giacomo delinea una malinconica ed ironica visualizzazione sia di come la vita giochi a rimpiattino con l’arte, nell’eterno conflitto tra ciò che siamo, ciò che vorremmo essere e quanto esitiamo a divenire, sia dell’illusione perpetrata dall’idea di cultura quale opportuno puntello di sostegno ad ogni attività umana, arricchendola e rafforzandola,  per poi vederla assumere invece le fattezze di un qualsivoglia prodotto di consumo da porre sullo scaffale in offerta speciale, perdendo così la rotta di una pervicace unicità, coltivata e perpetrata nell’affrontare la tempesta della ritualità quotidiana.


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