
Giusto un anno fa, giorno più, giorno meno, gongolavo per l’immenso piacere provato nell’assistere in Piazza Maggiore a Bologna, nell’ambito della 39ª edizione del festival Il Cinema Ritrovato, alla proiezione, in versione restaurata, di uno dei più bei film di Steven Spielberg, Incontri ravvicinati del terzo tipo (Close Encounters of the Third Kind, 1977). Restavo infatti ancora una volta ammaliato dalla forza affabulante propria di un regista da sempre abile nel coniugare intrattenimento e autorialità, ponendo in scena una fiaba moderna, dove gli effetti speciali si rivelano del tutto funzionali alla narrazione, al pari della colonna sonora firmata da John Williams. L’incontro con l’alieno, “l’altro da noi”, non è foriero di belligeranza, bensì fonte di una possibile scambievole conoscenza, fino a offrire, a quanti abbiano preservato un animo fanciullesco (il bel personaggio di Roy Neary, interpretato da Richard Dreyfuss), in apparenza “perdenti” e comunque spesso relegati ai margini della “normalità” inerente al vivere sociale, lo svelamento della propria più intima essenza, nell’ottica di una possibile condivisione.
Ecco, la stessa forza, profusa tanto a livello visivo quanto contenutistico, l’ho rinvenuta nel corso della proiezione di Disclosure Day, ultima fatica registica del buon vecchio Steven, autore anche del soggetto, elaborato in sceneggiatura da David Koepp. Il magnetismo fiabesco è sempre presente, ma attenuato o, meglio, adeguato all’odierno vivere sociale, nel cui ambito si è oramai smarrito il senso svelante delle immagini a favore di un momentaneo impatto sensazionalistico e si sottovaluta l’importanza dell’ascolto, come evidenziato dal bellissimo finale, che si tronca con metaforica efficacia sulla pronuncia del verbo “listen”, «ascoltate». Si insinua infatti il dubbio se l’esortazione sarà seguita o meno da parte di una società sempre più incredula e smarrita, che ha perso da tempo la direzione da seguire nell’offrire un senso umanamente valoriale al proprio incedere terreno.
Andando a descrivere la trama nelle sue linee essenziali, Spielberg volge il proprio estro registico a una teatralizzazione dell’azione che andrà a toccare diversi stati americani. Apertura in Virginia, con una sorta di simbolico prologo: un incontro di wrestling che richiama, nella sua ferocia — anche espressa dal pubblico —, gli incontri tra gladiatori nelle arene dell’antica Roma, per poi disporre come pedine su una scacchiera le opposte forze in gioco. Da un lato la Wardex Corporation, associazione segreta che collabora col governo, guidata dal gelido Noah Scanlon (Colin Firth).

Dai fatti di Roswell, datati 1973, l’organizzazione si è appropriata di buona parte dei segreti inerenti gli alieni e la loro tecnologia, servendosene a scopo di conquista e sopraffazione e non intende certo che venga reso noto quanto secretato. Dall’altro invece vi è chi, in possesso dei dati probanti, vorrebbe svelare ogni cosa al mondo: Daniel Kellner (Josh O’Connor), esperto di sicurezza informatica e transfuga dalla Wardex, che gli dà infatti la caccia, ricattandolo una volta rapita la fidanzata Jane Blankenship (Eve Hewson), ex novizia che ritiene pericoloso rivelare le verità sugli extraterrestri, in quanto potrebbe offrire dubbi sull’esistenza di Dio.
Legata a doppio filo alla figura di Daniel è quella della meteorologa televisiva Margaret Fairchild (Emily Blunt) che, in quel di Kansas City, Missouri, dopo l’ingresso di un uccellino Cardinalis nella sua abitazione, ha acquistato la capacità di parlare ogni lingua, anche sconosciuta, ma soprattutto riesce a empatizzare con quanti le si avvicinino, venendo a conoscenza di ogni intimo dettaglio inerente la loro vita. Sullo sfondo di una ormai conclamata Terza Guerra Mondiale e nonostante le orchestrazioni violente della Wardex, il giorno della rivelazione si fa sempre più vicino…

Spielberg, coadiuvato dalla fotografia di Janusz Kamiński, che nel ricorso alla pellicola in 35 mm dona al film un’aura cupa e opprimente ma anche, in alcune sequenze, luminosamente onirica, come pure dall’incedere incombente della colonna sonora (J. Williams) e da un’effettistica piacevolmente classica, senza dimenticare le ottime interpretazioni attoriali (Blunt su tutti, uno sguardo che non si dimentica), alterna con disinvoltura thriller, azione (ad alto tasso emotivo la sequenza che vede coinvolti un veicolo e due treni in corsa) e fantascienza. Il tutto fino a visualizzare, disseminando lungo l’iter narrativo vari riferimenti religiosi o comunque ad alto tasso di spiritualità, il profondo baratro in cui si è ritrovata l’umanità tutta, forse senza accorgersene, “tappandosi le orecchie per non sentire e coprendosi gli occhi per non vedere”.
Incancrenita nei rapporti sociali dalla violenza e dall’odio, senza dimenticare l’indifferenza verso tutto ciò che accade al di là del proprio orticello, sopraffatta nella rituale quotidianità di pecore obbedienti, senza alcun colpo ferire, da un potere che la controlla e la dirige cinicamente servendosi di un sistema capitalistico improntato su un progresso prettamente materiale. L’odierna società ha perso i contatti col proprio sentore ancestrale più misterioso e appassionante: dal legame paritario fra Uomo e Natura (la mediazione tra alieni e umani viene resa per il tramite degli animali) alle sensazioni proprie di chi “sa rendersi piccolo come un bambino”, in nome di una fantasia pura, recuperando la perduta identità e un pur fragile equilibrio nel ritrovare empatia con i propri simili e non solo, in quanto “siamo soli su questa Terra, ma non nell’universo”.

L’alieno, come da fiaba spielberghiana, non è un nemico, ma un viatico necessario per ripristinare un contatto che sia propriamente e nuovamente umano, anche suggellato da una sentita spiritualità, così da venir fuori dalle secche della regressione in cui ci ha spinto la mancanza di una concreta evoluzione umana nel perseguire un egoistico profitto, morale e materiale. Forse, a volte, Disclosure Day non trasuda un’aura propriamente immaginifica e fiabesca, ma credo che questo sia una conseguenza dell’attingere dalla tragica realtà che ci circonda, riprendendo in chiusura quanto scritto a inizio articolo. Ma resta sempre nitida la rappresentazione dell’assunto in forza del quale l’atto del vedere e dell’ascoltare, andando con lo sguardo e con la mente, la nostra mente, al di là di qualsivoglia apparenza, preservando il potere della conoscenza, non potrà che generare salvezza e conforto. Grazie, buon vecchio Steven.
Immagine di copertina: Emily Blunt (Movieplayer)






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