
Succede, a volte, che la visione di un film, in sala precipuamente, mi induca verso un piacevole stato ipnotico, facendo sì che lo sguardo non si discosti dallo schermo, fino a rendermi del tutto avvinto dallo scorrere delle immagini. Resto poi avvolto nelle spire di un ritmo opportunamente ponderato, idoneo a suggerire la rilevanza del tempo che passa e di come questa possa anche essere influenzata da determinati nostri atteggiamenti nell’accettarne o meno l’ incedere, mentre sullo sfondo vanno a stagliarsi quelle scelte che, nel bene o nel male, hanno conferito un ben preciso input al personale assunto esistenziale, rendendoci in definitiva quello che siamo.
Accade poi che qualche accadimento, circoscritto nell’alveo del “prevedibile non previsto”, ci riporti indietro, a ripercorrere i nostri passi, invitandoci a riflettere su ciò che si era, su quel che ora si è e su quale fio si sia o meno dovuto pagare per giungere a tale traguardo. Ho descritto in ordine sparso le sensazioni avvertite nel corso della visione di Past Lives, esordio alla regia della coreana Celine Song, anche sceneggiatrice, perdurate sullo scorrere dei titoli di coda e poi una volta uscito dal cinema.
Un’ opera permeata di un’intima e naturale emozionalità, che, almeno ad avviso di chi scrive, può essere considerata, ancor prima che una storia d’amore tout court, un particolare racconto di formazione nel cui ambito la vita impartisce le sue lezioni relativamente alla necessità di optare per determinate alternative, fino a farci acquisire una dimensione umanamente adulta.
La narrazione, compiutamente circolare, prende il via all’interno di un bar della Grande Mela: una donna, Nora (Greta Lee), è seduta al bancone, tra due uomini. Uno è Hae Sung (Teo Yoo), compagno di scuola e affiatato amico quando erano ragazzini, 24 anni orsono, in quel di Seul, l’altro il marito Arthur (John Magaro).
Ai tempi Nora portava ancora il nome di nascita, Na, poi occidentalizzato una volta che insieme alla famiglia, la madre scrittrice, il padre regista e la sorellina, emigravano verso Toronto, in Canada. Dodici anni dopo la partenza, Hae Sung, una volta concluso l’obbligatorio servizio di leva, si iscriveva alla Facoltà d’Ingegneria, mentre Nora iniziava la sua attività di sceneggiatrice a New York.
Un giorno la donna scopriva casualmente su Facebook che l’amico di un tempo la stava cercando e quindi gli inviava un messaggio, dando così il via ad una serie di videochiamate, dapprima avvolte da un comprensibile imbarazzo poi sempre più intime, fino a quando però non venivano interrotte proprio da Nora, desiderosa di dedicarsi solo alla scrittura, senza distrazione alcuna.
Nei dodici anni successivi, Nora ha sposato Arthur, scrittore, i due vivono nell’ East Village, mentre Hae Sung, in pausa di riflessione con la compagna e avviato verso la carriera d’ingegnere, decide di prendersi un periodo di vacanza e recarsi proprio a New York, così da rincontrare finalmente la cara amica di un tempo…
Celine Song, ponendo al bando qualsivoglia artificiosità e potendo contare su delle valide prove recitative, pone in essere un suggestivo collegamento tra l’obiettivo della macchina da presa, i suoi ricordi in odore di autobiografia e quella particolare concezione di vita coreana denominata In Yun, ovvero la connessione posta in essere dal destino tra due persone, a sua volta ispirata da molteplici altre correlazioni reciproche inerenti la vita trascorsa.
Le calibrate inquadrature divengono nel succedersi delle immagini didascalie animate, ponendo gradualmente in essere la manifestazione di un sentimento amoroso che andrà a sublimarsi in tre forme differenti, rinvenendo quale suo fondamento il rispetto reciproco esternato da altrettante persone in quanto tali, consapevoli sia della propria individualità che di quella inerente coloro che sono loro vicini: Nora vede in Hae Sung un richiamo alle proprie origini, dalle quali ha preso da tempo le distanze e non solo la potenzialità di “quello che poteva essere e non è stato” relativamente ad una possibile relazione; Hae Sung percepisce l’essenza dell’amica di un tempo andando indietro con la memoria, ma ignora quel che ora potrebbe essere mutato nei suoi atteggiamenti esistenziali, così come Arthur, al contrario, l’ha conosciuta per ciò che ora è ma non sa nulla di quello che è stata, lasciando che la donna si confronti col proprio passato nel valutare la sua posizione nel momento presente.
Ognuno di loro, in nome di un sentimento teso alla trasfigurazione simbolica, andrà allora a porre in essere delle decisioni ben precise, assecondando con un’inedita consapevolezza il cammino intrapreso verso “una strada chiamata domani”, lasciando lungo il sentiero una parte di sé, in nome di un’evoluzione che non potrà che portare a plasmare la personale consapevolezza esistenziale sia nei propri confronti che di quanti si amano, vicini o distanti che siano.
Past Lives, candidato agli Oscar come Miglior Film e per la Sceneggiatura Originale, è una pellicola capace di suscitare una sana e coinvolgente emozionalità, un ritrovato cinema degli “affetti speciali” incline a coniugare sentimento, introspezione e spunti di riflessione in virtù di un raffinato lavoro di scrittura ed un pregevole afflato visivo, senza dimenticare le valide interpretazioni attoriali, riprendendo in chiusura quanto scritto nel corso dell’articolo.
“Nessuno è obbligato ad amare nessuno, tutti abbiamo il dovere di rispettarci” (José Saramago)
Immagine di copertina: Movieplayer






Lascia un commento