
Dai ricordi fumosi della mia infanzia, doverosamente in bianco e nero, a tratti riemerge, per risaltare infine nella sua nitidezza, qualche particolare a colori. Ecco allora stagliarsi il ricordo, indelebile, di due occhi glaciali a spezzare il nero di una spessa maschera che andava a coprire parzialmente il volto di un misterioso individuo, venuto fuori all’improvviso in quel di Nuova Aragona, colonia spagnola dei primi dell’Ottocento, richiamato dal desiderio di un ragazzino, ammantato di fanciullesca purezza: lo spirito del “grande volpe nero” ritornerà sulla Terra a ristabilire ordine e giustizia, preservando gli animali e sterminando invece gli uomini, non degni, tra protervia predominatrice ed ignavia, del descritto piano salvifico.
Quello sguardo apparteneva all’attore francese Alain Delon, protagonista nel 1975 dello Zorro di Duccio Tessari, ennesima riproposizione cinematografica dello spadaccino raddrizza torti creato da Johnston McCulley nel 1919 (The Curse of Capistrano).
Delon nei panni di Diego e della Volpe offriva un’inedita caratterizzazione al personaggio, la cui disillusione ed indifferenza riguardo un mondo che sembra voler andare in direzione del tutto contraria ai propri ideali lascerà presto il posto ad un’inedita speranza, stimolare il risveglio del popolo nel combattere per un senso universale e condiviso di rettitudine.
Pardon, amiche lettrici e amici lettori, probabilmente mi sono lasciato andare fin troppo al richiamo esercitato, in guisa di madeleine proustiana, dalle visioni filmiche di un allora bambino settenne nell’apprendere della scomparsa di Alain Delon, resa nota oggi, domenica 18 agosto, dai suoi figli, Alain Fabien, Anouchka ed Anthony. Nato a Sceaux nel 1935, Delon ha dato prova nel corso della sua carriera di un’estrema duttilità, ponendo il suo indubbio carisma al servizio sia dei generi popolari che di quelli più autoriali. A quest’ultimo riguardo fu soprattutto l’abilità registica di Luchino Visconti, a partire da Rocco e i suoi fratelli (1960), a far sì sì che al suo fascino, reso anche dal contrasto fra i tratti morbidi, delicati, del viso e lo sguardo gelido, si accompagnasse una maggiore complessità interpretativa, volta ad una accentuata, malinconica, introspezione.

Nei polar diretti da autori quali Jean-Pierre Melville e Jacques Deray, i personaggi interpretati erano invece caratterizzati da un’algida imperturbabilità, cui si accostava una certa ritualità nei gesti dalla consistenza ieratica, ambedue proprie di individui che, nella scia dell’hard boiled americano e delle sue trasposizioni sul grande schermo, pongono una condotta morale del tutto personale al servizio di ogni loro azione.
L’infanzia di Delon, a quanto si apprende da varie fonti, fu segnata dalla separazione dei genitori, evento che andò probabilmente ad incrementare la già innata intemperanza caratteriale, tanto che, quattordicenne, lasciò la scuola per lavorare nella macelleria del patrigno, arruolandosi infine in Marina, partecipando alla Campagna d’Indocina nel 1953, facendosi notare anche qui per la sua indisciplina. Una volta congedato, si adattò ad esercitare vari mestieri, fino ad incontrare l’attrice Brigitte Auber, che lo avvicinò al mondo del cinema. La sua particolare fisionomia, i descritti tratti candidi e lo sguardo da duro, attirarono l’attenzione del regista Yves Allégret, che gli offrì un piccolo ruolo in Godot (Quand la femme s’en mêle, 1958).

Nello stesso anno prese parte a Sois belle et tais-toi, pellicola diretta dal fratello più grande di Yves, Marc Allégret, per poi assurgere al ruolo di protagonista, accanto a Romy Schneider, nel melodramma Christine (L’amante pura), diretto da Pierre Gaspard-Huit, adattamento della pièce teatrale Liebelei di Arthur Schnitzler. La consacrazione definitiva sul grande schermo avvenne nel 1960, grazie all’interpretazione del controverso e tormentato Tom Ripley in Plein soleil, che René Clément trasse dal romanzo The Talented Mr. Ripley, scritto da Patricia Highsmith nel 1955.
Il citato incontro con Visconti per Rocco e i suoi fratelli andò poi a far sì che andasse a delinearsi una carriera italiana dell’attore. Infatti, due anni più tardi, Michelangelo Antonioni lo chiamò ad interpretare un cinico agente di borsa ne L’eclisse, a fianco di Monica Vitti, mentre ancora Visconti lo volle ne Il Gattopardo, adattamento, 1963, dell’omonimo romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (Feltrinelli, 1958), nei panni di Tancredi, nipote di Don Fabrizio Corbera, Principe di Salina (Burt Lancaster), cui Delon conferì toni suadenti e magneticamente espressivi.

Tra i “ruoli italiani”, resterà poi certo indimenticabile quello del professore di letteratura Daniele Dominici, che sullo sfondo di una Rimini invernale rende palpabile tutta la dolente disillusione di una generazione che ha ormai perso la direzionalità dei propri ideali, ne La prima notte di quiete, diretto da Valerio Zurlini nel 1972.
Tralascio volentieri, come mio costume, le varie vicende legate alla vita privata dell’attore, per quanto utili nell’andare a creare un parallelo tra quotidianità e palcoscenico relativamente alla durezza dei personaggi che interpretò nei tanti polar, quali, citando quelli che mi sono rimasti particolarmente nel cuore, Mélodie en sous-sol (Colpo grosso al Casinò, 1963, Henry Verneuil), a fianco dell’altrettanto mitico Jean Gabin, e soprattutto il bellissimo Le samouraï (1967).
Quest’ultimo film, ad avviso del vostro amichevole cinefilo di quartiere, va a costituire una delle migliori realizzazioni di Melville ed una delle più intense interpretazioni di Delon, rappresentando tanto un raffinato compendio visivo delle caratteristiche complessive proprie del noir americano, quanto una loro trasmutazione verso toni maggiormente cupi ed introspettivi.
Memorabile anche l’accoppiata con Jean-Paul Belmondo in Borsalino (1970) di Jacques Deray, anche se la loro “prima volta” risale al 1959, nel citato Sois belle et tais-toi, mentre tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80, la carriera di Delon, pur con qualche fulgido bagliore (Mr. Klein, 1976, Joseph Losey) andò ad arenarsi in ruoli ormai ripetitivi e non particolarmente rilevanti come un tempo, tentando la strada della produzione e della regia (Pour la peau d’un flic, 1981; Le battant), per poi fare capolino nuovamente nel cinema francese d’autore (Nouvelle vague, Jean-Luc Godard; Le retour de Casanova, 1992, Edouard Niermans, dal racconto di A. Schnitzler) o nel poliziesco (Un crime, 1993; L’ours en peluche, entrambi diretti da Deray), ritrovando infine una scanzonata autoironia nel ruolo di Cesare in Astérix aux jeux olympiques, 2008, regia di Frédéric Forestier e Thomas Langmann, suo ultimo film, mentre nel 2019 ricevette la Palma d’Oro Onoraria al 72mo Festival di Cannes.
Grazie Alain, per aver fatto sognare ad un bambino la possibilità di un mondo più giusto, sollecitata da un eroico cavaliere di nero vestito ed avermi reso edotto, una volta adulto, per il tramite dei personaggi interpretati, che la forza di lottare e credere in qualcosa, fosse pure soltanto il rispetto per se stessi e le proprie convinzioni morali, per quanto si possa essere smarriti e disillusi, è pur sempre un quid pluris incline a poter fare la differenza nel recitare la propria parte sul proscenio di questo buffo mondo. Bon voyage, mon ami.
(Foto di copertina: Michaël Bemelmans, Concessione della licenza CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons )






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