
Stato del Vaticano, tempi nostri. Una volta morto il papa, in seguito ad un improvviso infarto, si rendono necessarie le consuete procedure di rito per l’elezione del nuovo pontefice, a partire dalla convocazione del collegio cardinalizio, i cui componenti dovranno riunirsi in conclave, isolandosi dal mondo esterno per il tempo necessario alla nomina. A farsene carico sarà il cardinale decano Thomas Lawrence (Ralph Fiennes), il quale nel discorso d’apertura auspica venga scelta una figura che possa abbracciare l’idea della varietà conseguente all’accogliere la diversità come un dono e non una scriminante, nonché nutrire più dubbi che certezze nell’esercizio delle sue funzioni.
Sembrerebbe che l’alto prelato indichi se stesso, considerando come stia attraversando un periodo di crisi e abbia manifestato intenzione di lasciare l’Italia, ma in realtà sulla scacchiera vi sono già quattro pedine schierate dalle varie correnti: il segretario di stato Aldo Bellini (Stanley Tucci), statunitense, propenso a garantire continuità con la precedente linea papale; Joshua Adeyemi (Lucian Msamati), nigeriano, conservatore sociale; Joseph Tremblay (John Lithgow), canadese, conservatore tradizionale; Goffredo Tedesco (Sergio Castellitto), italiano, fervente tradizionalista.
Intanto, poco prima della fatidica riunione, Lawrence viene avvertito che al costituendo collegio dovrebbe aggiungersi il messicano Vincent Benitez (Carlos Diehz), missionario e arcivescovo di Kabul, che il defunto papa aveva nominato cardinale in pectore. Accertata e confermata la nomina, le votazioni possono dunque avere inizio, riservando ad ogni scrutinio, fino al settimo e definitivo, più di una sorpresa, evidenziando quanto “il potere vestito d’umana sembianza” (De André) calzi come un guanto su di una Chiesa istituzionalizzata in farisaici formalismi…Adattamento ad opera dello sceneggiatore Peter Straughan dell’omonimo romanzo di Robert Harris (2016), premiato con l’Oscar ai 97esimi Academy Awards®, e diretto da Edward Berger, Conclave si rivela alla visione come un classico ed onesto film d’intrattenimento, thriller nella forma e dramma politico nella sostanza.

Il primo aspetto è reso esplicito dalla fotografia di Stèphane Fontaine, che accentua nelle tonalità l’opprimente aura claustrofobica, ma anche dalla colonna sonora (Volker Bertelmann), con l’irrompere degli archi a sottolineare la deflagrazione delle diverse personalità in campo. Il secondo, invece, si manifesta nel condurre allo scoperto le contraddizioni proprie della struttura ecclesiastica cattolica, senza però lanciare iconoclastici atti d’accusa. Più semplicemente si pone in risalto la necessità che la Chiesa convenga ad una modernità propensa a riappropriarsi di un’idea di fede intesa a riscoprire il significato che le è proprio di fiducia, nella speranza che quanti vi aderiscono possano coltivare il rispetto per se stessi e, di conseguenza, per gli altri, quel prossimo d’evangelica memoria.
Girato principalmente negli studi di Cinecittà e all’interno della Reggia di Caserta, Conclave circoscrive gli accadimenti nell’ambito di un ambiente necessariamente e metaforicamente chiuso, la macchina da presa segue a distanza ravvicinata i protagonisti, i quali appaiono come delimitati nella loro figura, se non oppressi, dalle strutture in cui si trovano ad agire. Si palesa progressivamente un discorso morale, offrendo risalto all’aspetto prettamente umano di quanti non sempre hanno saputo distinguere tra Dio e Chiesa (“serviamo un ideale, non possiamo essere ideali”, osserva il machiavellico cardinale Bellini), accomunandosi così alla buona parte di un’umanità sempre più incredula e smarrita, allo sbando nel perseguire pseudo valori.

Serpeggia allora la sensazione, alla fin fine, che sia più importante raffigurare colui che viene liturgicamente ritenuto il vicario di Cristo, riempire insomma un posto vuoto e preservare la continuità del potere, piuttosto che assumersi realisticamente il peso del messaggio di amore, comprensione, fratellanza prospettato dal “figlio del carpentiere”, il suo “misericordia voglio e non sacrificio” che dovrebbe essere scolpito nel cuore degli uomini, la vera pietra sulla quale edificare la sua chiesa e non imbalsamato in dottrine immutabili, senza voler scendere in questioni teologiche.
Ad avviso del vostro amichevole cinefilo di quartiere, l’andamento narrativo sembra far leva su di un insinuante senso d’inquietudine, sulle reazioni che andranno ad estrinsecare i cardinali mano a mano che i vari scheletri nell’armadio troveranno buon albergo all’esterno, per giungere ad un finale forse un po’precipitoso, ma idoneo a conferire concreta sostanza ad un auspicabile rinnovamento della struttura ecclesiale nel suo insieme, offrendo corporeità a quanto affermato a suo tempo da Papa Luciani, quel Giovanni Paolo I eletto il 26 agosto 1978 e il cui pontificato durò 33 giorni : “(…) Noi siamo oggetto da parte di Dio di un amore intramontabile. Sappiamo: ha sempre gli occhi aperti su di noi, anche quando sembra ci sia notte. È papà; più ancora è madre”.
Andando a concludere, Conclave fa affidamento su di una regia funzionale, estremamente classica, supportata, riprendendo quanto scritto nel corso dell’articolo, da un’ ottima fotografia e un’incisiva colonna sonora, come anche da un valido lavoro su scenografie (Suzie Davies) e costumi (Lisy Christl), ma soprattutto su di una pregevole scrittura, che regala dialoghi essenziali e serrati, ben resi dalle interpretazioni offerte dall’intero cast. Da rimarcare al riguardo quella eccelsa di Fiennes, senza dimenticare la manciata di minuti affidata ad Isabella Rossellini nelle vesti di Suor Agnes, che, nell’evidenziare tanto il ruolo silente riservato alle figure femminili quanto la “dotazione comune” di occhi ed orecchie, riporterà evangelico ordine tra le “pecorelle smarrite”.
Immagine di copertina: Ralph Fiennes (Movieplayer)






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