
Grazie alla programmazione di un’arena estiva gestita da un cinema sito a qualche chilometro di distanza dal paesello di residenza, ho potuto recuperare la visione del film Napoli-New York, diretto da Gabriele Salvatores, che ne ha anche scritto la sceneggiatura, lavorando sulla base di un soggetto opera di Federico Fellini e Tullio Pinelli, rinvenuto da quest’ultimo all’interno di un baule pieno di scartoffie e fortunatamente scampato dall’essere dato alle fiamme. Ho scritto “fortunatamente” perché la resa visiva e narrativa offerta da Salvatores delinea felicemente nel suo materializzarsi sullo schermo l’afflato concreto della “bella fiaba”, forte di una morale i cui contenuti, dal valore universale, ben si adattano ai tempi attuali.
Da rimarcare, poi, come il regista si affidi totalmente alla recitazione, piacevolmente diretta, mai leziosa o artefatta, dei due bambini protagonisti. Allinea l’obiettivo della macchina da presa al loro sguardo, quest’ultimo idoneo a conferire alla realtà che li circonda ora una rappresentazione certo drammatica ma sempre propensa alla speranza, ora invece una particolare mescolanza di stupore e disillusione.
La prima caratteristica è certo evidente nella parte iniziale del film, che si svolge nella Napoli del 1949, quella più realistica, come rimarcata dalla fotografia “seppiosa” di Diego Indraccolo. La città porta tuttora le cicatrici inerenti al Secondo Conflitto, quali una miseria serpeggiante, tale da indurre una vera e propria guerra tra elemosinanti, ma anche reminiscenze dei passati bombardamenti, vedi lo scoppio di un ordigno inesploso che fa crollare un intero palazzo.
Tra le vittime, la zia di Celestina (Dea Lanzaro), un’orfana di 9 anni, che vive di espedienti, aiutandosi a vicenda con l’amico Carmine (Antonio Guerra). I due, dopo una serie di alterni accadimenti, finiranno su una nave diretta in America, a New York, intraprendendo il lungo viaggio come clandestini. Lì, spera Celestina, potrà ricongiungersi con la sorella Agnese, emigrata qualche tempo addietro per seguire un uomo che aveva promesso di sposarla, ma intanto dovranno fare presto i conti col commissario di bordo, Domenico Garofalo (Pierfrancesco Favino)…
Riprendendo quanto su scritto, se la visione della Napoli del Secondo Dopoguerra appare piuttosto realistica, offrendo spazio all’arte di arrangiarsi messa in moto da Celestina e Carmine per sopravvivere all’interno di una realtà che, nell’indifferenza generale, fa di tutto per renderli adulti anzitempo, quella invece offerta da New York, subito dopo la sequenza che visualizza la toccante contrapposizione tra la massa degli emigranti che si avviano verso i controlli previsti nelle strutture di Ellis Island e i benestanti in viaggio di piacere che li osservano dal ponte della nave, appare del tutto in linea con quella propria dell’immaginario collettivo riguardo il concretizzarsi dell’ american dream e le sue luccicanti promesse di uno standardizzato benessere.
Una rappresentazione che a tratti rende evidente l’impiego dell’effettistica digitale, offrendo una ricostruzione, come ha dichiarato lo stesso Salvatores, “credibile, non realistica”. Per il tramite di Celestina e Carmine andremo a renderci conto di quanto “a volte il sogno è un baratro fatale” (Wanda, Brunella Bovo, ne Lo sceicco Bianco, Fellini, 1952), considerando che prevede di essere foraggiato dalla congiunzione di denaro e potere: “chi è ricco non è mai straniero”, dirà la bambina nel corso del processo che vedrà coinvolta la sorella, accusata dell’omicidio dell’americano che l’aveva sedotta e illusa con la promessa del matrimonio.
Sempre Celestina, che scoprirà il legame tra cinema e realtà assistendo alla proiezione del rosselliniano Paisà, ancora prima, quando sulla nave le veniva contestato il reato di clandestinità, obiettava, con tutto il candore di un infanzia che ha già conosciuto il disincanto, come sia un crimine anche consentire il morire di fame, rendendoci così complici assertivi di ogni violazione dei diritti umani tuttora presente. Per quanto avvolta in toni fiabeschi e ottimisticamente aperti alla speranza, avallando, funzionalmente, più di un cliché, la narrazione non lesina di lanciare qualche stoccata in punta di fioretto alle contraddizioni proprie della società, statunitense nello specifico e in generale.
Riporta alla nostra sempre labile memoria quando si era noi gli stranieri invasori, “brutti, sporchi e cattivi”, ma anche quanto possano essere a tutt’oggi minati, o comunque preda di eventuali attacchi retrogradi, i diritti faticosamente acquisiti in tema di identità, emancipazione ed autodeterminazione femminile. Scritto delle ottime interpretazioni di Lanzaro e Guerra, in egual misura si può lodare quella di Favino nel tratteggiare la profonda umanità di Garofalo, utilizzando inoltre nell’idioma una parlata che si discosta dal classico slang “brooklyno”.
Da incorniciare, poi, un piacevole cammeo di Antonio Catania, nei panni di un giornalista italoamericano. La regia di Salvatores trova esaltazione nella sequenza finale, una particolare sfida a “mazzetti” tra Carmine e Garofalo, che lascia il campo ad una suggestiva sospensione tra due possibili realtà, perché, in fondo, “La verità non sta in un solo sogno ma in molti sogni” (didascalia iniziale del film Il fiore delle mille e una notte, 1974, scritto e diretto da Pier Paolo Pasolini, tratta da un passo della famosa raccolta di novelle citata nel titolo).






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