Franco Nero (9EkieraM1, CC BY-SA 3.0 https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0, via Wikimedia Commons)

Giovedì 12 febbraio, a Los Angeles, nel corso della undicesima edizione del Filming Italy – Los Angeles, fondato e diretto da Tiziana Rocca, è stata assegnata dall’ Hollywood Chamber of Commerce, dal 1953 sostenitrice e promotrice dell’iniziativa, una stella sulla Walk of Fame dell’Hollywood Boulevard all’attore Franco Nero, premiando una carriera che, nel corso di 64 anni (l’esordio sul grande schermo risale al 1962, Pelle viva, Giuseppe Fina), ne ha messo in risalto la naturale duttilità espressa nello spaziare tra i diversi generi, dal western all’italiana alla fantascienza, passando per la commedia e il thriller,  ma anche il poliziottesco e i film d’avventura, in ruoli spesso da protagonista, che ne esaltavano la presenza scenica assicurata dal fisico prestante e da uno sguardo la cui intensità è di quelle che non si dimenticano.

Nero si è poi distinto, anche fuori dai nostri confini, nell’ interpretare personaggi dalla personalità spesso complessa, cui ha infuso, andando al di là della mera fisicità, note intense e drammatiche, diretto al riguardo da registi come, tra gli altri, Marco Bellocchio (Marcia trionfale, 1976), Luis Buñuel (Tristana, 1970), Rainer Werner Fassbinder (Querelle, 1982). Per omaggiare l’importante riconoscimento, ripubblico, rivista e approfondita, la recensione della pellicola che diede a Nero la grande notorietà, Django, diretta nel 1966 da Sergio Corbucci, con cui il nostro girò anche Il mercenario (1968) e Vamos a matar compañeros (1970). Sergio Corbucci è stato tra i grandi protagonisti della produzione cinematografica italiana “minore”, ovvero quella caratterizzata da un approccio al cinema forse meno autoriale, ma incline ad investire su inventiva e “sana” artigianalità, ambedue spesso incentivate dalla penuria di  mezzi ed intese ad intrattenere il grande pubblico, sfruttando con disinvoltura tutti i generi cinematografici.

(Di Ilcinefilone – catturato da me, Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=3714793)

In particolare, almeno a parere di chi scrive, Corbucci rivelò tutta la padronanza tecnica che gli era propria nel genere western.  Sfruttò certo la strada aperta da Sergio Leone, ma andò a delineare toni ancora più violenti, fissando standard visuali all’epoca inediti e sorprendenti, ripresi in seguito da molti autori, anche stranieri. Andando alla sinossi di Django, la storia prende il via lungo la strada che porta verso un piccolo paese del sud degli Stati Uniti, al confine con il Messico. La percorre a piedi, sella in spalla e trascinando una bara, un reduce nordista della Guerra Civile, Django (Franco Nero), il quale avrà presto il modo di dimostrare la sua abilità con la pistola. Farà fuori, infatti, cinque uomini, che erano sul punto di bruciare viva una donna, Maria (Loredana Nusciak), “colpevole” di essere messicana-statunitense.

Insieme a lei Django raggiungerà quindi il paese, quasi disabitato, poche case malmesse, strade fangose, rendendosi presto conto di come la poca popolazione sia tiranneggiata da due bande rivali, i rivoluzionari messicani capeggiati dal generale Hugo Rodríguez (Josè Bodalo) e gli yankees al soldo del maggiore Jackson (Eduardo Fajardo). Quest’ultimi, fazzoletti rossi al collo o cappucci dello stesso colore in testa, vanno a comporre una setta razzista, in stile Ku Klux Klan. Il nostro cercherà di ricavare vantaggio dalla situazione, anche se il suo scopo principale è quello di vendicare la moglie, uccisa proprio da Jackson, per cui, dopo aver fatto fuori gran parte degli uomini del maggiore a colpi di mitragliatrice, andrà ad allearsi con Hugo per rubare un cospicuo quantitativo d’oro dal Forte Charriba, presidiato dell’esercito messicano. Quando si vedrà rifiutata la parte promessa, Django trafugherà a sua volta l’oro e si darà alla fuga.

(Di Ilcinefilone – catturato da me, Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=3714801)

Verrà però raggiunto da Hugo e torturato dai suoi sgherri, che gli spezzano le mani, pestandole col calcio dei fucili e passandovi sopra con gli zoccoli dei cavalli. Mentre Jackson organizza un’imboscata contro i messicani, Django l’attende al cimitero di Tombstone, dietro la tomba della moglie, con la croce a fargli da cavalletto per la pistola… Scritto a più mani, lo stesso Corbucci insieme al fratello Bruno, Franco Rossetti, Josè Gutiérrez Maesso, Fernando De Leo e Piero Vivarelli (cui sembra si debba il titolo del film, ispirandosi nel cercare un nome per il protagonista al cantante jazz Django Reinhard), Django non nasconde certo nella sua trama il riferimento principe a Yojimbo, 1961, di Akira Kurosawa, titolo suggerito dal produttore Manolo Bolognini, già fonte ispiratrice per Sergio Leone e il suo Per un pugno di dollari, 1964.

Eduardo Fajardo (BRC Produzione, Public domain, via Wikimedia Commons)

Si discosta però da Leone nella resa visiva, essendo stato girato, come riportano varie fonti,  nel formato widescreen europeo standard (1.66:1) e stampato in Eastmancolor, mentre gran parte dei western made in Italy venivano girati in Techniscope 2.39:1 e stampati in Technicolor. La fotografia di Enzo Barboni, livida e cupa, sfruttò a dovere quanto la tipologia del negativo gli consentiva, una evidente sottoesposizione, dovuta, nelle riprese in esterno, girate in Spagna, a nord di Madrid, e in Italia (Tor Caldara, litorale di Anzio, sud di Roma; il Canalone di Tolfa per il finale), al cielo costantemente grigio, coperto di nuvole, come narrato dallo stesso Barboni (riportato in Dizionario del Western all’italiana, Marco Giusti, Oscar Mondadori, 2007).

Gli interni invece vennero girati negli studi della Elios, prendendo come riferimento, sempre ricorrendo alla preziosa documentazione fornita da Giusti nel citato volume, al Grafton Store presente in Shane (George Stevens, 1953). Indimenticabile l’apertura, l’incedere di Django tra fango e polvere, a piedi e non sul “tradizionale” destriero, rivelando da subito la propria natura di antieroe, mentre scorrono i titoli di testa, dalla tonalità rosso sangue ed udiamo le note della canzone scritta da Luis Bacalov (autore della colonna sonora) insieme a Franco Migliacci, eseguita da Rocky Roberts, che faranno ritorno anche nel finale.

L’ambientazione è sporca, disadorna, essenziale, in un’atmosfera plumbea volta a dare una caratterizzazione per certi versi gotica, innovativa per il genere, che si allontana dalla linea polverosa ma comunque solare di Leone. Se quest’ultimo offriva enfasi a carrellate lente nel conferire una particolare atmosfera, Corbucci si destreggia alla macchina da presa in un radicale avvicendamento tra  lentezza e velocità, dando vita a suggestive inquadrature (mirabile quella finale, con la pistola rimasta appesa alla croce), nell’assecondare toni ora grotteschi ora cruenti (il taglio di un orecchio al predicatore Jonathan, Gino Pernice, costretto poi a mangiarselo, sequenza ripresa da Tarantino in Reservoir Dogs, 1992).

All’interno di un insolito microcosmo, dominato dall’assenza di qualsivoglia morale che non sia un personale tornaconto, ma a volte neanche quello, dove la violenza diviene il principale leitmotiv delle azioni umane, dando vita ad un sanguinolento effetto domino, si erge la glaciale e funerea figura di Django, l’uomo misterioso che dal nulla sembra provenire e al nulla farà ritorno, interpretato da un Franco Nero ventitreenne (doppiato da Nando Gazzolo). L’attore, nell’esternata laconicità di gesti e parole, ne rende ottimamente il sordo dolore di chi porta sulle spalle il pesante legno rappresentato dal ricordo proprio di un oscuro passato, quel che si è stati un tempo e che ora non si è più,  rinchiuso in quella bara che si trascina dietro: a chi gli chiede cosa vi sia dentro risponde infatti “un uomo chiamato Django”.

Solo con la vendetta, assunta a forma d’inedita ideologia, riuscirà a “risorgere”, riaffermando la propria individualità e il senso della propria esistenza, ma sempre e soltanto nelle vesti di un “diversamente vivo”. Django diede vita a tutta una serie di sequel apocrifi, dai titoli più improbabili, per poi giungere ad un seguito ufficiale (Django 2, 1987 di Nello Rossati, con Nero protagonista), che forse meriterebbe una rivalutazione. Da ricordare un omaggio giapponese, Sukiyaki Western Django, 2007, di Takashi Mike, con la partecipazione di Quentin Tarantino. Quest’ultimo rese poi tributo a Corbucci e a tanti topoi del western all’italiana con Django Unchained, 2012, dove Nero offre un ironico e autoironico cameo, mentre del 2023 è la miniserie televisiva in dieci puntate ispirata all’originale, per la regia di Francesca Comencini, David Evans ed Enrico Maria Artale, coproduzione italo-francese.

Immagine di copertina: Franco Nero in Django, Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=1120359

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