
New York, contea di Manhattan, primi anni Ottanta, sera. Nel suo appartamento sito nell’East Village, Dog è seduto sul divano, ripetendo un copione che, probabilmente, mette in scena da tanto tempo: una partita in solitaria a Pong, la cena che emigra dal surgelatore al forno, un annoiato zapping televisivo. Ma ecco che un annuncio pubblicitario sembra scuoterlo dall’abulia. Una ditta produce dei robot che possono essere ordinati e spediti al proprio domicilio in kit di montaggio, per cui Dog procede all’acquisto, attendendo nello scorrere dei giorni che il postino provveda alla consegna. Prodigandosi nella costruzione, Dog dà presto vita a un automa i cui occhi si illuminano di gioia nel volgere lo sguardo verso tutto ciò che lo circonda, al pari di un bambino intento a scrutare il mondo per la prima volta.
Una felicità incontenibile, che anima di ritrovata vitalità anche Dog, una volta scesi in strada e camminando fino alla stazione della metropolitana, per poi arrivare a Central Park, avvolti dalle spontanee e variegate manifestazioni artistiche espresse da una multiforme etnicità. Dog e Robot andranno quindi a costituire un forte legame amicale, condividendo ogni momento della loro esistenza, dalla visione in VHS del film The Wizard of Oz al pattinaggio, passando per la rilassatezza estiva sulla spiaggia di Coney Island. Peccato però che i tuffi e le nuotate andranno presto a danneggiare i circuiti di Robot, tanto da renderne impossibile ogni movimento. Dog sarà costretto a lasciarlo sull’arenile, tornando con gli attrezzi necessari alla riparazione.

Non ha fatto i conti con l’oramai imminente chiusura della struttura balneare, per cui dovrà attendere la prossima estate. Le stagioni si susseguono, Dog sembra aver ripreso la consueta routine, pur conoscendo nuovi amici e soprattutto un’affascinante paperella, mentre Robot vivrà tutta una serie di esperienze, non sempre felici, mantenendosi vitale grazie ai sogni, dove, in contesti sempre diversi, rincontrerà il caro amico… Robot Dreams vede l’esordio del cineasta iberico Pablo Berger alla regia di un film d’animazione, adattando per il grande schermo l’omonimo graphic novel del 2007, opera della scrittrice e illustratrice statunitense Sara Varon. Arricchendo la narrazione originaria di passaggi inediti, ne mantiene sia l’essenzialità visiva sia l’assunto originario.
Quest’ultimo appare volto a celebrare il sentimento dell’amicizia quale esperienza totalizzante ma non permeata dall’esclusività: quanto appare come la fine di una relazione può invece andare a rappresentare un nuovo inizio, fino a rendere il distacco una necessaria spinta verso il futuro, all’insegna di un’acquisita maturità affettiva, conquistata sul campo. Qui, senza svelare altro, l’happy end è garantito, ma, fortunatamente, si mantiene, al pari dell’opera originaria, distante dal politicamente corretto d’ordinanza, inteso a spargere melassa e buonismo d’accatto. Non nutrendo nell’ambito dell’animazione particolare simpatia per lo stile definito fotorealistico, che vede la computer graphics adoperarsi in tratti tondeggianti oramai standardizzati, in particolare nella definizione tridimensionale dei personaggi, sono rimasto ammaliato dalla tecnica adoperata nel conferire definizione alle immagini.

È frutto del lavoro di una squadra formata da venti artisti, guidata dal direttore artistico José Luis Ágreda, mentre la direzione dell’animazione e il character design hanno visto all’opera, rispettivamente, Benoît Feroumont e Daniel Fernandez Casas. Si è scelta la strada della bidimensionalità, ispirandosi, dichiaratamente, alla cosiddetta “linea chiara” della scuola franco-belga, dando preferenza a colori piatti e pochissime ombre. Quanto disegnato nell’opera d’origine trova nella trasposizione una felice resa animata, privilegiando una notevole profondità di campo che esalta ogni particolare dello sfondo: la variopinta vivacità della Grande Mela negli anni ’80, permeata anche dai ricordi giovanili di Berger.
La popolazione è costituita da una fauna alquanto diversificata di animali antropomorfi ed è possibile la convivenza tra specie diverse (una gallina può far coppia con un gatto, ad esempio), andando quindi a illustrare quel proficuo amalgama etnico-culturale proprio della metropoli statunitense. Totalmente privo di dialoghi, Robot Dreams si anima di una vivida emozionalità sia per il pregevole lavoro svolto riguardo alla caratterizzazione dei personaggi, puntando in particolar modo sullo sguardo quale veicolo espressivo di ogni sensazione, sia per le musiche di Alfonso de Vilallonga.

Queste ultime creano un suggestivo insieme di note jazz e melodie al pianoforte, da accostare ai tanti rumori urbani (sound design di Fabiola Ordoyo), offrendo poi grande risalto alle sonorità del tempo, a partire da September degli Earth, Wind & Fire, canzone che diviene simbolo del profondo legame tra Dog e Robot. Nel corso della narrazione assumeranno mano a mano profonda rilevanza i sogni di Robot, fino a culminare in una rutilante sequenza da musical sul set del citato The Wizard of Oz, ma anche nel suo infrangere la quarta parete, a cercare una realtà alternativa a quella “imposta”.
Un parallelo universo onirico ad esprimere l’anelito a ricongiungersi all’amico tanto amato, che va ad addolcire nello scorrere temporale una quotidianità dove non mancano sofferenze (i coniglietti che gli strappano via una gamba per rimettere in sesto la loro barchetta), alternate ad elegiaci momenti di felicità condivisa (la femmina d’uccello che nidifica nell’incavo del suo braccio). Ugualmente avverrà per Dog, nell’avvicendarsi di momenti tristi (una gita in montagna con due perfidi formichieri con i quali sperava di stringere amicizia; la fugace relazione con l’eccentrica paperella) e sogni confortanti (la visualizzazione di un pupazzo di neve che prende vita quale nuovo amico).
Ricco di rimandi cinefili e letterari, Robot Dreams si sostanzia come un dramedy animato che intriga e commuove, con un finale amaramente intriso di realismo, dove speranza e tristezza si daranno la mano nell’offrire visualizzazione all’antico adagio che recita: “Un vero amico è come il sole, c’è anche quando non si vede”.
Pubblicato su Diari di Cineclub N. 148- Aprile 2026– Immagine di copertina: Movieplayer




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