
Roma, 1960, interno di una struttura carceraria. Il detenuto Giacinto Rossi (Nino Manfredi) si accinge a scrivere un memoriale di difesa, confidando nella benevola assistenza di un avvocato che non potrà pagare. Inizia quindi a raccontare tutte le sue disavventure, che ebbero inizio tre anni prima, quando, autista indebitato fino al collo e con lo sfratto imminente, per salvaguardare la propria famiglia — la moglie Ileana (Valeria Moriconi) e i due figli — si prodigava nella simulazione di una rapina. Un pescatore di passaggio, però, nel notare tutto il da fare di Giacinto, andò a denunciare l’accaduto a un vicino posto di polizia. Condannato per simulazione di reato il nostro, individuo ingenuo e bonario, proprio sul finire della condanna venne coinvolto nell’organizzazione di un’evasione ordita da tre compagni di pena, dei quali si era trovato improvvisamente a dover condividere la cella: il rude Tagliabue (Mario Adorf), in galera per aver ucciso il complice di una rapina a suon di biciclettate; l’intellettuale Papaleo (Gian Maria Volonté), anche lui colpevole di omicidio (aveva ucciso l’amante della moglie); l’anziano ladro detto Sorcio (Raymond Bussières).
Una volta fuori, i quattro andarono incontro ad alterne vicende, comprensive anche della morte di Papaleo e dell’arresto del Sorcio, mentre Giacinto e Tagliabue trovarono rifugio all’interno di un’imbarcazione prossima alla demolizione, al porto di Civitavecchia. Loro intenzione era quella d’ imbarcarsi per l’Egitto, ma il comandante della nave, per tenere la bocca chiusa, chiedeva una cospicua somma di danaro, che Giacinto sperava di ottenere dalla moglie, convivente insieme ai figli in una baracca con tale Coppola (Ferruccio De Ceresa), operaio. I due quindi facevano notare al pover’uomo come sulla sua testa e su quella dell’altro evaso pendesse la taglia di un milione di lire… Diretto da Luigi Comencini, anche autore della sceneggiatura insieme al duo Age & Scarpelli e a Mario Monicelli, A cavallo della tigre non ebbe, alla sua uscita in sala, il successo che avrebbe meritato, né venne tenuto in particolare considerazione dalla critica, per essere poi rivalutato nel trascorrere degli anni con l’attenzione che meritava.

Si è infatti notato come l’opera in esame, al pari di titoli coevi o successivi quali, tra gli altri, I soliti ignoti, Il sorpasso, Una vita difficile, andasse a evidenziare, con toni ora amari ora grotteschi, le ombre inerenti all’incedere del boom economico, con un’Italia “colpita da improvviso benessere” nella cui società non sempre al progresso materiale corrispondeva un progredire morale. Cinismo e scaltrezza nell’inseguire efficientismo e tecnicismo andavano infatti a soverchiare rettitudine e coerenza comportamentale. Rispetto alle pellicole citate, l’incedere di Comencini, riprendendo quanto scritto, si riveste di amarezza e disincanto, con note sarcastiche più che satiriche propriamente dette, almeno ad avviso dello scrivente.
Un meraviglioso interprete come Manfredi, capace di recitare con lo sguardo e con una misurata mimica ancor prima che con le parole, diviene allora il rappresentante ideale di ogni individuo totalmente disallineato rispetto a qualunque contesto si trovi a vivere, fuori come dentro la cella: si cavalca la tigre, riprendendo le parole del protagonista, solo per il timore di poter essere sbranati una volta scesi; si assecondano gli eventi e se ne subiscono le conseguenze, incapaci di volgerli a proprio vantaggio, tra accomodamenti e compromessi. Persone che, nel nuovo sistema sociale che si stava andando a creare dopo le tragedie e le ristrettezze conseguenti al Secondo Conflitto, saranno presto destinate a scomparire, soppiantate, sostituite da quanti invece sapranno approfittare, senza porsi tanti scrupoli, delle situazioni che si presentano loro: è il caso emblematico dell’operaio Coppola, ammalatosi di silicosi lavorando in una fabbrica di marmi, che è pronto a rilevare l’attività insieme a un amico coi soldi della taglia, visto che il padrone si è ammalato di diabete (“malattia dei ricchi”) e intende vendere.

L’originario nucleo familiare andrà così a rinnovarsi; Giacinto verrà sostituito da chi, riprendendo l’idea del cavalcare il felino, è in grado di avallare o comunque lambire la ferocia propria della “morale dei tempi nuovi”: ogni cosa ha un prezzo, tutto è comprabile. Anche per uomini come Tagliabue, un Mario Adorf, recentemente scomparso, del tutto in parte (qui è al suo primo ruolo in un film italiano) nel dare rappresentazione a un uomo rozzo e violento ma con una sua sensibilità, per quanto ben celata, o il Sorcio, ladro d’altri tempi, l’unico posto a loro confacente non potrà che essere la galera. Egualmente può scriversi per il colto Papaleo, Volontè in uno dei suoi primi ruoli, ucciso dai suoi stessi ideali, convinto di poter ricominciare una vita dopo un se pur tardivo pentimento.
A cavallo della tigre, da un punto di vista meramente tecnico, vanta una pregevole scioltezza narrativa: la fluida regia di Comencini, tutt’uno col serrato montaggio di Nino Baragli, asseconda la sceneggiatura e valorizza le interpretazioni attoriali, lasciando a noi spettatori il compito di giudicare la condotta che i vari personaggi mettono in atto, mirando a metterne in luce tutto lo stupore nel vedere quel che è successo fuori nel corso della loro forzata assenza (emblematica la sequenza in cui Giacinto e Tagliabue si trovano alle prese col traffico della Capitale, sbalorditi e confusi).

Brillante e incisivo il motivo sonoro di Piero Umiliani, al pari del bianco e nero della fotografia di Aldo Scavarda, per un film che, visto oggi e contestualizzato nel periodo di realizzazione, non può che porre in risalto tutta la lungimiranza e la valenza socio-antropologica nel descrivere i mutamenti del nostro Paese, con sullo sfondo il sentore di una disfatta generale, privo del benché minimo appiglio autoassolutorio, anzi rimarcando una responsabilità collettiva nel non aver resistito strenuamente al canto delle sirene, lottando per i propri ideali e per le proprie più intime suggestioni e convinzioni.
Nel 2022 ne venne girato un remake da Carlo Mazzacurati (protagonista Fabrizio Bentivoglio), non del tutto riuscito nell’andare a sostituire grottesco e sarcasmo con toni più dolenti e onirici.
Pubblicato su Diari di Cineclub N.150- Giugno 2026– Immagine di copertina: Mario Adorf, Nino Manfredi, Raymond Bussières (Di ignoto – archivio personale, Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=4691770)





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