Marilyn Monroe

Running wild, lost control. Running wild, mighty bold…” Riconosco questa voce…inconfondibile… e poi lo strimpellio dell’ukulele a contornare la consueta scenografia in bianco e nero delle mie allucinazioni cinematografiche, conseguenti all’aver esagerato con gli shottini  di soia drink e cacao, comprensive persino di traduzione simultanea… “Ciao Norma Jeane, sei in ottima forma a quanto vedo. Sembri appena uscita da un fotogramma di “Some Like It Hot”, meravigliosa, spumeggiante…”. “Ciao Tony, che bello sentirsi salutare col proprio vero nome, pensa che anche in questa curiosa altra dimensione dove mi trovo continuano a chiamarmi Marilyn…Che gentile, ti sei ricordato del mio genetliaco… 100 anni… un secolo tondo o giù di lì…ti dà da pensare…”.

“E come potrei dimenticarti, d’altronde rientro anch’io tra i componenti di quel club cui tocca semprethe fuzzy end of the lollipop”, citando una delle tue più famose battute… Sto buttando giù qualcosa su un film forse non particolarmente eccelso ma, tutto sommato, piacevole, in cui hai comunque esternato una delle tue prime interpretazioni di rilievo e, per di più, in un ruolo drammatico, “Don’t Bother to Knock”, citando solo per dovere di cronaca il titolo italiano, “La tua bocca brucia”, evocativo di chissà quali paventati richiami erotici…

New York, anni’50, McKinley Hotel. Nella sala bar, dove lavora come cantante, Lyn Lesley (Anne Bancroft) sta attendendo il suo amante, Jed Towers (Richard Widmark), pilota di linea, al quale ha già inviato una lettera in cui ha manifestato l’intenzione di non incontrarsi più. Una volta di fronte l’uno all’altra, i due hanno modo di chiarirsi: lei desidera una vera e propria relazione, con un maggiore trasporto emotivo da parte di lui, che invece sembra non voler andare oltre il mero rapporto fisico, ostentando freddezza e cinismo. L’addio è quindi definitivo; Lyn si avvia sul palco a cantare, Jed fa ritorno nella propria stanza. Qui noterà dalla finestra che la camera al di là del cortile è occupata da una donna piuttosto attraente, vestita di un’elegante vestaglia e con indosso dei gioielli.

Anne Bancroft

Jed riuscirà a ottenere un appuntamento, immaginando una nuova conquista, per poi scoprire che si tratta della nipote dell’ascensorista Eddie (Elisha Cook Jr.), Neil (Marilyn Monroe), raccomandata dallo zio ai facoltosi coniugi  Jones per fare da babysitter alla loro figlia Bunny, nella speranza che il lavoro le dia la possibilità di guardare avanti, così da  lasciarsi alle spalle un passato non propriamente felice… Adattamento ad opera dello sceneggiatore Daniel Taradash del romanzo Mischief (scritto da Charlotte Armstrong nel 1951) per la regia di Roy Ward Baker, Don’t Bother to Knock, riprendendo quanto su scritto, non rappresenta certo un’opera destinata all’immortalità cinematografica; però nel corso della narrazione e nella messa in scena complessiva evidenzia una costruzione piuttosto attenta, anche da un punto di vista prettamente visivo, con una fotografia in bianco e nero (Lucien Ballard) che punta sulla caratterizzazione di un unico ambiente, la struttura alberghiera e le sue stanze, pregna di una certa teatralità nel rispetto dell’unità di tempo e luogo.

Richard Widmark

Anche l’incedere della suspense non è poi così banale, piuttosto ponderato nel porre in graduale evidenza determinati elementi caratteriali propri dei protagonisti o particolari idonei a farne intuire determinate problematiche, come nel caso del personaggio di Neil ottimamente reso dall’interpretazione di Marilyn Monroe. L’attrice infatti riesce anche con lo sguardo, ora tra l’angelico e lo stupito, ora tragicamente sinistro, quando non pregno di dolore rappreso, a far intuire gli straniamenti psichici propri di una mente disturbata, sconvolta dal riecheggiare di traumi irrisolti e dall’irrisolutezza della propria vita. Non è propriamente un ruolo da cattiva, dark lady o femme fatale, per il quale occorrerà attendere il di poco successivo Niagara (Henry Hathaway, 1953), ma è comunque distante dalle future interpretazioni, soffuse di svagatezza, ironia e candido erotismo; inoltre, si rivela funzionale nella trasmutazione del personaggio di Jed, che nel conoscere i suoi trascorsi andrà a mutuare il freddo distacco emotivo in sensibilità ed empatia.

Marilyn Monroe e Richard Widmark

Don’t Bother to Knock, concludendo, per regia, evocativa messa in scena, valide interpretazioni attoriali (da ricordare l’esordiente Bancroft nei panni di Lyn, suadente mescolanza di speranza e disillusione) resta a tutt’oggi un film piuttosto godibile, pur nella sua a volte incerta alternanza tra dramma e thriller psicologico. Si rivela infine prezioso per saggiare le potenzialità di un’attrice come Marilyn, ancora non diva conclamata, al di là dell’indubbio fascino e della naturale presenza scenica, incline a visualizzare concrete sfumature caratteriali con una buona dose di realismo  e immedesimazione.

Immagine di copertina generata con AI

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