Natale 1895, Guyana francese. Tre detenuti, Joseph (Humphrey Bogart), Albert (Aldo Ray) e Julies (Peter Ustinov) evadono dal penitenziario dell’Isola del Diavolo e, giunti nella città di Cayenne, si mescolano tra la folla del porto, sicuri di non essere notati considerando la presenza di altri galeotti, impiegati in vari mestieri. Vorrebbero imbarcarsi su una nave, così da raggiungere Parigi, ma l’imbarcazione è impossibilitata a partire, causa peste a bordo, come i tre apprendono da un marinaio, cui sottraggono un telegramma destinato a  Felix Ducotel (Leo G. Carroll), tenutario di un emporio i cui affari non procedono certo a gonfie vele, gestito per conto del cugino André Trochard (Basil Rathbone), prossimo all’arrivo insieme al nipote Paul (John Baer). Gli evasi decidono quindi di “fare visita” al negoziante, ci sarà certo qualcosa da rubare, poi si offrono di riparare il tetto, ovviare agli ammanchi di cassa e preparare una gustosa cena natalizia. Si sono infatti accorti di quanto la famiglia Ducotel sia unita e felice, nonostante le avversità: Felix è un uomo semplice e onesto, della cui bontà molti clienti se ne approfittano.

Joan Bennett e Leo G. Carroll

Non chiede altro di vivere serenamente con la moglie Amelie (Joan Bennett) e la figlia Isabelle (Gloria Talbott), innamorata proprio del cugino Paul, che però, per volontà dello zio, è già promesso sposo a un’altolocata fanciulla. Quando giungeranno i parenti la loro ostentata boria sarà ridimensionata dall’entrata in scena di Adolphe, un serpentello che Albert porta sempre con sé, inedito animale da compagnia. We’re No Angels, commedia nera diretta da Michael Curtiz, costituisce un adattamento per mano dello sceneggiatore Ranald MacDougall della pièce teatrale francese La Cuisine Des Anges di Albert Husson, anche se, stando a varie fonti, sembra prendere come fonte d’ispirazione principale la trasposizione dall’originale della commedia andata in scena a Broadway col titolo  My Three Angels, di Samuel e Bella Spewack, i quali infatti  fecero causa alla Paramount quattro mesi dopo l’uscita del film. Non sempre accolta da critiche benevole, l’opera in esame merita, almeno ad avviso dello scrivente, di essere rivalutata, alla luce di alcune considerazioni.

Humphrey Bogart, Pter Ustinov, Aldo Ray

In primo luogo pone in evidenza l’abilità di un regista a volte sottostimato come Curtiz nel conferire sempre inedita caratterizzazione ai generi cinematografici, conciliando fluida precisione tecnica, intrattenimento e attenta valorizzazione delle interpretazioni attoriali. Da non sottovalutare poi a tale ultimo riguardo il sostegno offerto tanto nell’assecondare, esaltandolo, il consueto registro interpretativo, quanto nel suffragare variazioni sul tema. Ne è un esempio il ruolo di Joseph affidato a Bogart, che con Curtiz aveva già girato un buon numero di film (come il mitico Casablanca, 1941), qui incline a una certa autoironia nel tratteggiare il consueto ruolo da “duro dal cuore tenero” (“Siamo venuti qui per rapinarli ed è questo che faremo…Sfondargli la testa. Cavargli gli occhi. Tagliargli la gola…Non prima di aver finito di lavare i piatti”), sostenendo la bizzarria della vicenda, che vede un maniaco dai modi garbati, un abile ladro truffaldino e un uxoricida esperto scassinatore mettere le personali “virtù” a sostegno di una famiglia probabile archetipo di quella che avrebbero voluto.

Gloria Talbott e John Baer

Nell’evidente teatralizzazione narrativa, che non sempre Curtiz riesce a vivacizzare assecondando con i consueti rapidi movimenti di macchina entrate e uscite dei vari personaggi, assume infatti rilievo la resa dei dialoghi, contornati da un umorismo sinistro, così come espressa dai tre interpreti principali, propensi a un coinvolgente gioco di spalla reciproco, con un plauso particolare da rivolgere a Ustinov, nel suo alternare soave gentilezza dell’eloquio e dei modi al ricordo di come uccise la consorte. L’atmosfera festiva non è comunque intrisa di buonismo mieloso, anzi va a rimarcare un’aura straniante, considerando che quanto mettono in atto i tre angioletti non è certo rivestito da celeste candore, fino a rilevare come la provvidenza possa anche scegliere le vie più impensate per trovare buon albergo.

Basil Rathbone

In fondo appaiono ben più malvagi il cugino André, Rathbone perfido e gelido al punto giusto nella sua “plutocratica sicumera”, e il nipote Paul, inettitudine e doppiezza travestite da buone maniere, nel rendere evidente come il senso d’umanità sia ormai andato a infrangersi contro gli scogli dell’opportunismo e dell’apparente rispettabilità sociale. E infatti i tre compari, senza dimenticare il serpentello Adolphe, vero e proprio deus ex machina, una volta ristabilito l’ordine familiare, al momento d’imbarcarsi avranno un ripensamento…in fondo in prigione non si sta così male…tutt’al più se le cose si mettessero al peggio si potrà sempre evadere nuovamente… Paradossalmente la possibilità di esprimere la propria più intima essenza e di porla al servizio della realtà che ci circonda, si può rinvenire soltanto nello spazio ristretto di una cella penitenziaria, dove  respirare a pieni polmoni l’aria di una libertà primigenia, non contaminata da eventi esterni tali da renderla putrida e malsana.

Humphrey Bogart

In conclusione, ricordando il discreto remake girato nel 1989 da Neil Jordan, protagonisti Robert De Niro e Sean Penn (l’azione si sposta al 1935, nell’America della Grande Depressione), We’re No Angels intrattiene e diverte a tutt’oggi, senza essere necessariamente un capolavoro conclamato. Più semplicemente esprime e mantiene nel tempo il buon sapore delle cose fatte bene, nella felice rilevanza di una pregevole classicità.

Pubblicato su Diari di Cineclub N.149, Maggio 2026

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