(MyMovies)

Sceneggiato e diretto da Pedro Almodóvar, il film Amarga Navidad è stato recentemente presentato al 79° Festival di Cannes, dove non ha ricevuto un consenso unanime. A parere dello scrivente, l’ultima fatica del cineasta spagnolo si presenta alla visione come un fulgido esempio di ottima regia, coadiuvata da un pregevole lavoro riguardo al montaggio (Teresa Font) e alla fotografia (Pau Esteve Birba), mentre la sceneggiatura, nel cadenzare una riflessione metacinematografica inerente il processo creativo, pur toccando corde già note, delinea nel corso della visione una riflessione sincera e, per certi versi, dolente su cosa possa significare, al giorno d’oggi, dare vita a un soggetto cinematografico e, conseguentemente, adoperarsi per la sua messa in scena. Il dilemma esternato è da quale pozzo si possa attingere l’acqua necessaria a irrigare la creatività artistica: fare riferimento a una realtà oramai mutata rispetto ai propri parametri esistenziali, sempre più omologata e omologante, orfana di un autentico e portante slancio trasgressivo; oppure trarre ispirazione da personali esperienze, magari congiunte a quelle delle persone con le quali si interagisce, ponendosi però l’interrogativo sulla liceità di trasferire sullo schermo quanto inerente la sfera privata delle persone, pur mutuato dall’afflato cinematografico.

Quanto scritto trova visualizzazione narrativa nello scorrere parallelo di due storie, ambientate in anni diversi: la prima ha come sfondo la Madrid del 2004, in prossimità delle feste natalizie, e vede protagonista Elsa (Bárbara Lennie), regista di due film che non hanno riscontrato particolare successo ma sono considerati di “culto” da una ristretta cerchia di cinefili e ora dedita agli spot pubblicitari. Il lavoro per lei è sempre stato al primo posto, sacrificando sul suo altare gli affetti familiari (l’assenza al capezzale materno) e anche la relazione con il compagno Bonifacio (Patrick Criado). Vorrebbe girare un altro film e una buona fonte d’ispirazione potrebbe essere costituita dai tradimenti coniugali subiti dall’amica Patricia (Victoria Luengo), che però le esterna tutta la sua contrarietà. La seconda storia si svolge, invece, nella capitale spagnola ai nostri giorni ed è del tutto speculare alla prima, essendo frutto della penna di Raúl (Leonardo Sbaraglia), regista in pieno blocco creativo che si è quindi celato dietro la figura di un alter ego femminile nel narrare le proprie vicissitudini e i rapporti con quanti gli stanno accanto: il compagno Santi (Quim Gutiérrez) e soprattutto la fidata assistente Mónica (Aitana Sánchez‑Gijón).

Almodóvar, con Amarga navidad, mette in discussione se stesso e la propria attività artistica, interrogandosi e rivolgendo il quesito al pubblico tanto su cosa mettere in scena quanto sulle modalità realizzative, alla luce della propria identità intellettuale: rimanere se stessi pur evolvendosi, nella cornice tutt’altro che splendida di un mondo dominato dal caos dei valori. Una saldezza valoriale che può portare alla solitudine o all’essere parte consapevole di una minoranza di persone, preservando comunque un’integrità di pensiero e una correttezza morale di fondo, pur con gli inevitabili adattamenti e compromessi che il vivere sociale spesso richiede e facendo i conti con la propria evoluzione nel corso degli anni. Ecco allora che, per il tramite del descritto gioco di specchi, l’identità artistica diviene un vero e proprio campo di battaglia, al cui interno andranno a battersi quali “eserciti l’un contro l’altro armati” la necessità di esprimere il proprio dolore e l’esigenza di rispettare quello degli altri.

Dalla particolarità personale — ed ecco la genialità propria del regista — si passa all’universalità, propensa a toccare le corde più intime e profonde di noi spettatori per il tramite della malia propria del mezzo cinematografico, incline a mutuare tra finzione e realtà e a ribaltare o suffragare, a seconda dei casi, il celebre aforisma di Oscar Wilde che recita: “La vita imita l’arte molto più di quanto l’arte non imiti la vita”.

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