(Ufficio Stampa)

Presentato nei giorni scorsi alla XXI Festa del Cinema di Roma, inserito nella sezione Storia del Cinema, Carlo Monni. Come un grillo nell’uragano si è rivelato, nel corso della visione, un documentario prezioso e necessario nell’offrire concreta rilevanza alla figura di un attore, ma soprattutto di un uomo, che, dal palcoscenico alla televisione, passando per il grande schermo, ha offerto al pubblico essenzialmente se stesso: “le discese ardite e le risalite” proprie di chi portava istintivamente in scena la vita quotidiana, tra una risata e un guizzo poetico, nella ruvida alternanza di irriverenza e sensibilità, volta quest’ultima a un romanticismo mai etereo ma del tutto terreno e attraversato da una lieve nota malinconica. Un binomio di genio e sregolatezza che si potrebbe definire viscerale, in forza di un’effervescente irruenza, gioiosa e giocosa, legata alle mai rinnegate origini contadine.

Romeo e Valentino Conte (Ufficio Stampa)

Assume poi particolare impatto contenutistico la regia condivisa, Romeo e Valentino Conte, padre e figlio. Valentino dopo la morte del genitore ha portato a termine il lavoro paterno, offrendo alla narrazione una forza suggestiva che va al di là del consueto giustapporsi dei ricordi esternati da quanti hanno conosciuto Monni in vita (Roberto Benigni, Alessandro Haber, Marco Messeri, Lucia Poli, fra gli altri) o visualizzati per il tramite dei filmati di repertorio. Nel passaggio di consegne, infatti, la memoria fa da ponte generazionale nel raccontare un modo di considerare l’arte come qualcosa di essenzialmente vitale, che travalica intellettualismi o muffose musealizzazioni, per divenire compagna di un racconto esistenziale del tutto libero da vincoli, profondamente umano, rendendo la propria terra, la Toscana di Campi Bisenzio, veicolo di un linguaggio puro e popolare, che restituisce la personale visione del mondo con parole comprensibili, gesti autentici e una straordinaria capacità di entrare in contatto con le persone.

Carlo Monni (Ufficio Stampa)

Esemplificativo al riguardo quanto esternato da Monni nei panni del Bozzone in Berlinguer ti voglio bene (Giuseppe Bertolucci, 1977): “Noi siamo quella razza che non sta troppo bene, che ‘l giorno salta ‘ fossi e la sera le cene. Lo posso gridar forte, fino a diventar fioco: noi siamo quella razza che tromba tanto poco. Noi siamo quella razza che al cinema s’intasa per veder donne ignude e farsi seghe a casa. Eppure la natura ci insegna, sia sui monti sia a valle, che si può nascer bruchi per diventar farfalle. Ecco noi siamo quella razza che l’è tra le più strane, che bruchi siamo nati e bruchi si rimane. Quella razza siamo noi, è inutile far finta, ci ha trombato la miseria e siamo rimasti incinta”.

Roberto Benigni (Ufficio Stampa)

Monni, quindi, nella sua totalità di uomo e di artista, ha fatto sì che le proprie origini divenissero linguaggio e la propria vita un racconto da condividere, tutti intorno a un tavolo di osteria tra un bicchiere di vino e la declamazione dei versi di Dante o di poeti meritevoli di maggior fama, ad esempio Vincenzo Cardarelli; una sua esternazione, ripresa in un monologo dall’artista, offre il titolo al documentario: “Mi sento come il grillo nell’uragano, come la cicala sorpresa dai primi freddi dell’autunno. Vi sono giorni in cui, steso sul letto, sospeso e quasi inesistente, oscillo come un ago calamitato”. Un’autenticità che, come emerge nel corso della narrazione, a tutt’oggi sorprende per la forza di far ridere, commuovere e suscitare varie riflessioni.

Anche se il cinema lo ha messo in luce soprattutto come eccelso caratterista, con numerose interpretazioni anche in produzioni minori di genere oltre che con registi quali Marco Ferreri e Pupi Avati, Monni prediligeva in particolare il teatro, riprendendo la tradizione toscana dell’esprimersi in versi liberi, nei toni sarcastici della beffa e dello scherno d’ascendenza letteraria, alimentando la notevole presenza scenica di improvvise accensioni emotive, tra risate e malinconia, ruvidezza caratteriale e profondo senso di convivialità.

Alessandro Haber (Ufficio Stampa)

Carlo Monni. Come un grillo nell’uragano, concludendo e riprendendo quanto scritto nel corso dell’articolo, tramite immagini di repertorio e le testimonianze di familiari, amici e artisti, offre un ritratto dell’attore del tutto legato alla sua figura, lontano dalla celebrazione convenzionale, rimarcandone contraddizioni e asperità caratteriali e dando spontaneo adito a quanto scritto da Shakespeare (As you like it, atto II, scena VII): “Tutto il mondo è un palcoscenico, donne e uomini sono solo attori che entrano ed escono dalla scena”.

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