Baarìa

jjDopo la proiezione alla 66ma Mostra del cinema di Venezia il film Baarìa( la porta del vento, nome fenicio di Bagheria, cittadina in provincia di Palermo) di Giuseppe Tornatore affronta ora il grande pubblico nelle sale cinematografiche. L’ambiziosa intenzione di Tornatore consiste nel cercare un equilibrio tra le vicende private dei protagonisti e la grandiosa ricostruzione storica che abbraccia circa settanta anni di storia, locale, nazionale,ma anche personale del regista, a partire dal ventennio fascista sino ai giorni nostri, narrando le vicende di tre generazioni della famiglia bagherese dei Torrenuova.

Durante il ventennio protagonista è il pecoraio Cicco (Alfio Sorbello da giovane e Gaetano Aronica da adulto), che cerca di affrancarsi da una vita che non si lesina di riservargli miseria materiale e spirituale, frequentando il cinematografo e dedicandosi alla lettura; nell’altrettanto difficile periodo del dopoguerra il figlio Peppino(Francesco Scianna) cercherà di mutare lo stato delle cose, ribellandosi sin da bambino ai soprusi dei possidenti locali, facendo poi confluire la sua rabbia nell’impegno politico, iscrivendosi al Partito Comunista e rendendosi protagonista di importanti avvenimenti, come l’assegnazione della terra ai contadini in seguito alla riforma agraria, scontrandosi con la mafia locale; Peppino sposerà la bella Mannina(Margareth Madè), che gli sarà sempre accanto, pur non condividendo del tutto il suo idealismo a volte utopico.Il vero punto di svolta sarà rappresentato da uno dei loro figli, Pietro(Gaetano Sciortino), che, compreso come le illusioni paterne, espressione delle illusioni del partito, non portino da nessuna parte, lascerà la Sicilia, per tentare la carriera di fotografo.

Il film conferma Tornatore grande affabulatore di immagini, con una regia che punta essenzialmente sul visivo, enfatizzando, coadiuvato anche dalla musica di Morricone, la splendida scenografia (Maurizio Sabbatini) e la ricostruzione storica messa in atto; suo grande merito è di puntare sulla potenzialità del cinema come espressione poetica e come forza ammaliatrice, conferendo epicità alla storia senza cadere nel retorico, soprattutto perchè ( e qui entra in gioco Tornatore sceneggiatore) riesce a dare il giusto risalto anche ad altri personaggi oltre che ai protagonisti, alle loro storie, ai loro drammi, con volti noti(Lina Sastri, Angela Molina, Valentino Picone, Salvo Ficarra, Michele Placido, Giorgio Faletti, Aldo Baglio, Leo Gullotta, Raoul Bova, Nino Frassica, tanto per citarne alcuni) a cui sono affidati ora brevi ruoli di contorno, ora parti più impegnative.

Si potrà forse obiettare su qualche facile simbolismo, su alcuni avvenimenti storici appena accennati, circostanza comunque comprensibile quando si vuole comprimere un arco temporale tanto ampio in due ore e trenta, o sul fatto che la mafia e le sue violenze restino un po’ in superficie, per la felice scelta di voler privilegiare toni favolistici ed onirici, come si nota nel particolare finale: collegandosi alla simbolica scena iniziale, il regista sembra voler riunire su un piano metafisico le tre generazioni, metaforizzando più che il rimpianto per una giovinezza che non c’è più, la speranza che l’innocenza da questa espressa rimanga viva nonostante l’inesorabile fluire del tempo e l’importanza della memoria storica come valore fondante.


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