Le quattro volte: recensione del film e intervista a Michelangelo Frammartino

47811Venerdì scorso, 4 giugno, presso un cinema della mia zona, la provincia di Reggio Calabria, è stato organizzato, in occasione della proiezione del film Le quattro volte, un incontro con il suo autore, Michelangelo Frammartino.
Ho potuto così, oltre che visionare il film, intervistare il regista, persona molto gentile e disponibile, che tengo a ringraziare dalle pagine di questo blog non solo per averci regalato un film molto bello, puro cinema e pura poesia, che ci invita a riflettere, tra l’altro, sul significato della vita, ma anche per la sua grande affabilità.

Arriva in sala, dopo i clamori suscitati alla 42esima Quinzaine des realisateurs del Festival di Cannes (Europa Cinemas Label per il miglior film europeo), e la nomina speciale al Nastro d’argento “ per il realismo poetico e le emozioni di un film sorprendente”, Le quattro volte di Michelangelo Frammartino, un film che incanta e stupisce, mettendo a nudo le nostre emozioni più nascoste. Opera seconda dopo Il dono, anche questo girato in Calabria, il film presenta in primo luogo una originalità formale coraggiosa, libera da mode e condizionamenti, con una sceneggiatura, opera sempre di Frammartino, basata più sul togliere che sull’aggiungere, che richiede un certo, salutare, sforzo da parte dello spettatore, dando così vita a varie letture interpretative, dal semplice documentario che invita alla ricerca di una spontanea ruralità perduta o un racconto meditativo e filosofico che dà valore a credenze animiste, su come questa sia ancora vitale pur se sopita o soffocata da una sempre più veloce modernizzazione.

Le “quattro volte” del titolo richiamano una frase attribuita a Pitagora: “In noi ci sono quattro vite successive, incastrate l’una dentro l’altra”, per cui l’uomo sarebbe allo stesso tempo un minerale, un vegetale, un animale e anche un essere dotato di razionalità. Girato fra Caulonia, Alessandria del Carretto e Serra S. Bruno, il film ruota intorno a quattro protagonisti: il pastore, le capre, l’albero, il carbone; il primo muore proprio il giorno in cui non beve la polvere raccolta in chiesa, dal ritenuto potere taumaturgico, mentre la sua capra partorisce dando alla luce un capretto che si perde il giorno della sua prima uscita al seguito del gregge, rifugiandosi sotto un abete. Quest’ultimo verrà abbattuto, reso protagonista di una festa di paese ed infine trasformato in carbone, in base ad un procedimento molto antico.

Unici suoni la colonna sonora, i versi degli animali e i rumori delle cose, qualche parola in dialetto, il film ha il suo punto di forza nella semplicità espositiva, che rimanda ai documentari di De Seta o a certi film di Bresson, con base di partenza l’essere umano, per poi spostarsi su quanto gli sta intorno, ciò che in altri film resta sullo sfondo, rendendo il soggetto oggetto, riportandoci all’essenzialità visiva del cinema “puro” delle origini, lasciandoci dentro qualcosa di profondo e dimenticato, il nostro ancestrale più misterioso e appassionante.

Una Calabria lontana da stereotipi turistici o ‘ndranghetistici, vista nella sua primordiale diversità, per una riflessione estremamente intensa che sa farsi audace poesia visiva sulla nostra perduta identità e sul nostro fragile equilibrio, esprimendo la necessità di trovare una profonda, intensa verità in qualsiasi gesto della nostra quotidiana esistenza, anche il più semplice o banale, per riuscire, finalmente, a dargli il vero significato.
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Mi ha particolarmente colpito nella visione del tuo film una purezza, un’essenzialità visiva presente in ogni singola inquadratura, che mi ha riportato all’idea del cinema delle origini, libero da schemi e sovrastrutture. Ad inizio film vediamo l’essere umano come soggetto essenziale, per poi, nel corso della narrazione, “frammentarsi” in oggetto: gli oggetti divengono dominanti, mentre solitamente, restano sullo sfondo.

“In realtà io ho sempre avuto la sensazione che il cinema sia uno strumento molto violento, che appartiene ad una tradizione molto violenta; penso anche alla prospettiva, al suo codice e all’irreversibilità di quest’ultimo: l’architettura, l’urbanistica, edificano seguendo questo codice, per cui l’uomo si mette al centro, fa convergere il mondo nel suo occhio, costruendo tutto secondo questa logica, un po’ triste, in realtà. Invece con questo film si è cercato di piegare la prospettiva alle nostre esigenze, facendo appunto emergere tutto ciò che abitualmente resta in secondo piano, costituendo lo sfondo, la scenografia, rendendo l’uomo oggetto. Ovviamente mi piacerebbe che questo fosse anche il percorso dello spettatore”.

Quindi hai scelto di dare allo spettatore una certa libertà di interpretazione, una forma di rispetto nei suoi confronti, pensando non solo ad intrattenerlo, ma a farlo divenire parte integrante del film, rendendolo partecipe della concatenazione degli eventi.

“In fondo mi sono assunto una responsabilità, ho invitato lo spettatore a farsi sceneggiatore, montatore… Spesso le immagini, in particolare quelle televisive, ti intrattengono, cioè ti trattengono dal pensare, mentre dovrebbero essere permeabili, non troppo confezionate, invitandoti ad andare oltre lo schermo e divenire parte integrante dell’opera”.

Descrivi o, meglio, visualizzi una Calabria poetica ed arcaica, volta a recuperare la propria identità, ma anche fiera della propria diversità…

“Non riesco a delineare un discorso esaustivo sulla Calabria e sarebbe troppo complicata al momento un’indagine approfondita su i suoi misteri e le sue complessità: quello che posso dire, in base alla mia esperienza personale, è che mentre l’entroterra appare dominato e valorizzato da un patrimonio temporale, nella zona sul mare prevale invece quello spaziale, comunque entrambi importanti fattori da recuperare e valorizzare”.

Quanto ti ha influenzato la filmografia di un documentarista come De Seta, penso in particolare a I dimenticati, del’59, del quale si nota una certa influenza nella tua opera, tendenze animiste a parte?

“De Seta l’ho conosciuto in quanto studente alla Scuola di Cinema e recentemente ho potuto visionare l’intera sua produzione, grazie alle riedizioni in dvd dei suoi film: è stata una visione scioccante, una vera rivelazione su quanto questo grande regista avesse intuito già tempo fa…Ha parlato dei pastori in Sardegna, dei minerali in Sicilia…insomma oltre ad un’opera di recupero dell’identità di un paese, di tante realtà dimenticate, anche una visione animista, inconscia certamente, come un filo che lega tutte le opere di quest’autore al quale dobbiamo essere grati per lo splendido lavoro svolto”.

Progetti futuri? Sei deciso a percorrere nuovamente la via intrapresa con Le quattro volte o hai in mente qualcosa di nuovo e di diverso?

“Il progetto che ho in cantiere è in effetti qualcosa di nuovo, anzi direi d’imprevisto, che è capitato così, all’improvviso, senza pensarci troppo…Un film d’animazione, sto pensando ai disegni, come mettere in pratica le varie idee per proporre qualcosa d’inedito. Vedremo se, quando e come riuscirò a realizzare questo progetto che ho in testa”.


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